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Jean-Michel Basquiat, «Untitled», 1982

© Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York. Courtesy of Colour Themes

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Jean-Michel Basquiat, «Untitled», 1982

© Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York. Courtesy of Colour Themes

In Danimarca 45 teste su carta dipinte da Basquiat

Esposte al Louisiana Museum di Humlebæk, «non sono studi preparatori, né ritratti di persone reali. Queste opere si inseriscono in una tradizione ampia di riflessione sulla condizione umana, fino a Leonardo», spiega il curatore Anders Kold

Benedetta Ricci

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Il Louisiana Museum of Modern Art inaugura il 2026 presentando, dal 30 gennaio al 17 maggio, un nucleo fondamentale ma poco conosciuto di disegni di Jean-Michel Basquiat incentrati sul tema della testa umana. La mostra «Headstrong. Basquiat on Paper», la prima rassegna istituzionale dedicata esclusivamente alle raffigurazioni della testa nell’opera di Basquiat, riunisce 45 lavori su carta realizzati tra il 1981 e il 1983, un corpus di opere autonome rimaste per lungo tempo fuori dallo sguardo pubblico, ed è inserita nel ciclo di rassegne del museo dedicate alle opere su carta che in passato ha incluso artisti come Philip Guston, David Hockney e Nancy Spero. Ne abbiamo parlato con il curatore, Anders Kold.

Questo gruppo di disegni è coerente, pur non essendo una serie. Quali caratteristiche ne definiscono l’unità e che cosa lo distingue dal resto dell’opera di Basquiat?
Non si tratta di una serie, poiché manca una logica sequenziale: queste opere seguono piuttosto una logica interna. Colpisce il loro carattere privato, o comunque non immediatamente riconducibile alla sfera pubblica. Variano per formato, tipo di carta e dimensioni, da fogli poco più grandi di un A4 a opere che superano il metro, e ciò che le accomuna è la testa, motivo ricorrente nell’opera di Basquiat, che qui diventa soggetto esclusivo. Ciò che ho fatto è stato definirle per ciò che non sono: non sono studi preparatori né, salvo una o due eccezioni, sono stati fotocopiati per far parte di collage o dipinti. Esposti per la prima volta solo nel 1990 alla Robert Miller Gallery, sono rimasti per anni metaforicamente «sotto al letto», suggerendo un’importanza particolare per l’artista. Inoltre, mancano i simboli, le parole e i loghi che caratterizzano il resto della sua produzione: ci sono solo le teste, collocate in modo piuttosto classico al centro del foglio. È come se Basquiat dialogasse con il canone pittorico occidentale facendo, al tempo stesso, qualcosa di diverso.

Che cosa rappresentano queste teste?
È chiaro che non sono ritratti di persone reali. Solo in un caso si riconosce Warhol, ma è un’eccezione. Per citare George Condo, queste teste trasmettono «stati mentali»: agitazione, ansia, sorpresa, umorismo, follia. Le definisco «visioni» proprio perché una visione non può essere spiegata in modo definitivo. La loro varietà resiste a ogni categorizzazione. Come per altri artisti che definiamo visionari, ciò che vediamo richiede un coinvolgimento diretto; è l’opposto del distacco kantiano. Non sono autoritratti, non sono ritratti: si collocano in una zona intermedia, aperta a interpretazioni. Dobbiamo accettare che Basquiat stia canalizzando qualcosa di interno, ma anche osservando il mondo esterno, senza offrire una rappresentazione lineare.

Qual è il processo creativo di questi disegni?
Esistono fotografie e alcune riprese video di Basquiat mentre dipinge, ma non abbiamo documentazione di come lavorasse su questi disegni. Il processo va ricostruito dalle opere stesse: impronte di scarpe, macchie e segni di pressione sui pastelli a olio rivelano un gesto fisico, energico. Sebbene una mostra su carta possa sembrare meno d’impatto, credo che questa lo sarà moltissimo: sono teste che ci guardano da ogni lato, con un’energia incredibile. Nelle mostre della serie «Louisiana on paper» affianchiamo spesso disegni e dipinti per evidenziare le specificità dei media; qui, l’inclusione del celebre «Blue Skull» (1982) sottolinea la forte continuità tra disegno e pittura. Basquiat era un disegnatore. Quando dipingeva, lo faceva in modo molto grafico, disegnava con il pennello.

Ha definito queste teste un «archivio di emozioni e stati interiori». Come si collegano alla tradizione della fisiognomica come espressione dell’interiorità?
In molte opere la testa appare sdoppiata o ribaltata, come in una doppia esposizione, suggerendo la disgregazione del corpo come contenitore della mente e dello spirito. Questa dualità rimanda a una lunga tradizione che interroga il rapporto tra spirito e corpo. Vengono alla mente, per esempio, i disegni seicenteschi di Charles Le Brun e il poema The Spirit and the Flesh di Anne Bradstreet, sua contemporanea. Perché Basquiat, giovane artista nero della New York del secondo ’900, non dovrebbe essere inserito in questa linea storica? Sappiamo quanto fosse interessato ai suoi contemporanei e ai suoi predecessori: Rauschenberg, Warhol, Picasso, Klee, fino a Leonardo, alle teste grottesche e agli studi anatomici. Queste opere si inseriscono dunque in una tradizione ampia di riflessione sulla condizione umana. Ho scelto di non soffermarmi sulle influenze africane, a differenza di molti studi, perché non è il mio ambito e perché il disegno è un linguaggio universale, che consente di leggere Basquiat come importante interprete di una ricerca più vasta.

Quella della rappresentazione è una questione centrale per Basquiat. Che cosa rivelano questi disegni sul modo in cui affronta il tema dell’identità?
In un disegno vediamo Warhol che fotografa Basquiat, il quale si raffigura come una grande testa su un corpo esile davanti all’obiettivo. Seppur ironica, l’immagine affronta il tema della rappresentazione, domandandosi forse come veniva visto dagli altri, in particolare dalle persone bianche. Basquiat conosceva certamente Invisible Man (1952) dello scrittore afroamericano Ralph Ellison, e le teste di questi disegni, con le domande che sollevano, si collegano alla sua riflessione sull’identità, personale ma anche universale. Forse queste opere costituivano per lui una sorta di atlante, un archivio di stati mentali; non possiamo saperlo. Ma non è in fondo questo il punto dell’arte. Siamo comunque chiamati a porci di fronte all’opera compiuta e a interrogarci: che cosa veicola? Che cosa ci restituisce? 

Jean-Michel Basquiat, «Untitled (Man with Hat)», 1982, collezione privata. © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York. Photo: Courtesy of Colour Themes

Jean-Michel Basquiat, «Head», 1982-83, collezione privata. © Estate of Jean-Michel Basquiat. Licensed by Artestar, New York. Photo: Courtesy of Colour Themes

Benedetta Ricci, 20 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

In Danimarca 45 teste su carta dipinte da Basquiat | Benedetta Ricci

In Danimarca 45 teste su carta dipinte da Basquiat | Benedetta Ricci