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Marco Tirelli, veduta parziale della mostra «Anni luce» al Palazzo delle Esposizioni, Roma

Foto Stefano Bonilli

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Marco Tirelli, veduta parziale della mostra «Anni luce» al Palazzo delle Esposizioni, Roma

Foto Stefano Bonilli

Il teatro della memoria di Marco Tirelli

In quattro sale di Palazzo Esposizioni a Roma 41 dipinti recenti dell’artista creano «un’esperienze unica e unitaria»

Marco Tirelli usa unità di misure interstellari per parafrasare il senso della sua pittura: «Anni luce» è il titolo della sua mostra di 41 dipinti del 2025-26, che, dal 17 marzo al 12 luglio, si dipanano come un nastro continuo in quattro sale di Palazzo Esposizioni a Roma. La cura è di Mario Codognato, la produzione è di Azienda Speciale Palaexpo, con il supporto della Fondazione Silvano Toti. «Avrei potuto fare un’antologica, spiega l’artista, ma ho voluto creare una situazione ad hoc, pensata per il luogo che la ospitava e concepita come esperienze unica e unitaria». 

È così che rappresentazioni fantasmatiche, definite tutte dal digradare della luce verso l’ombra e viceversa, di oggetti d’uso, brani architettonici o di natura, essenziali geometrie, strumenti scientifici, ma anche densi monocromi neri, si succedono, tutte alla stessa altezza, in una sequenza che assomiglia a un percorso mentale attorno alla natura delle cose e delle nostre percezioni.

«Non dipingo oggetti, ma distillati di realtà, continua l’artista. L’intenzione è fissare il momento in cui una cosa rivela una sua alterità, il suo essere riflesso di memorie, idee, esperienze, conoscenze, che ne modificano l’aura e il senso. L’opera è sempre una soglia, un confine tra l’oggetto e lo sguardo che lo interpreta. Vedo il mondo come una foresta di simboli, per usare la parabola di Baudelaire». Tirelli è artista colto. Spiega, con Nietzsche, che «non esistono fatti ma solo interpretazioni». Con Platone, che noi vediamo solo l’ombra dell’essenza. Con Shakespeare, che l’essenza «ha la materia dei sogni». Con il mito, che tutto è in perenne metamorfosi, come Proteo. Con Proust, che «vediamo» soprattutto ricordi. «Come le stelle bruciate, precisa l’artista, di cui ci giunge però ancora l’irradiazione luminosa, dopo “anni luce”. Il corpo della stella muore e scompare, ma si trasforma in luce e diventa fantasma». Il monocromo nero? È la condizione che precede ogni apparizione, contenendole tutte, «perché il nero, come si sa, è somma di tutti i colori. È come dio, senza soluzione di continuità. Mentre la luce è separazione e crea lo spazio».

Artista mistico? Funambolo, semmai, che cammina su una corda tesa tra i principi di apparenza e apparizione. «L’apparenza è dell’oggetto a cui rivolgiamo uno sguardo distratto, l’apparizione è il frutto di un’osservazione più attenta, quando vengono a rivelarsi significati più ampi e profondi, come strati di realtà che aprono su altri strati e dimensioni». Una grande profondità psichica quindi, per immagini sottilissime, costituita da velature di puntini, come un manto soffice e impalpabile: «Con il puntinato eludo il rischio narcisistico del segno compiaciuto, avendo in mente l’idea di immagine acheropita, non fatta da mano umana. Quello che vediamo, o pensiamo di vedere, è solo uno degli infiniti aspetti della realtà, la quale è frutto di relazioni infinite. Io fisso questi istanti in cui una cosa diventa simbolo di altro, ricordo, forse sogno». 

Tirelli parla di Teatro della memoria. E teatrale, per quanto rarefatta, è la sua messa in scena di presenze fitte di assenze. Si formò, d’altronde, negli anni Settanta, presso la Scuola di scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma, retta da Toti Scialoja, suo primo maestro. L’unico? No, di maestri, o di punti di riferimento, Tirelli ne enumera tanti, del suo tempo e di tutti i tempi: «Boetti, Mondrian, Caravaggio, Giotto, Sol LeWitt, ma se per questo, anche l’araldica, per la sua qualità di messa a fuoco di storie complesse in figure essenziali, o anche il pensiero scientifico». Tra gli umani, il pittore romano menziona anche Dürer, «per la sua identificazione dello sguardo come “perspicere”, guardare attraverso le cose e la materia, e trovare altri mondi». Ma umanissima è la pittura di Marco Tirelli, settant’anni a novembre, di cui quasi cinquanta di carriera artistica, durante la quale ha esposto in musei e gallerie di tutto il mondo, celebrato pittore quindi, che continua a chiedersi di che materia sono fatti i segreti delle cose.

Guglielmo Gigliotti, 16 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Il teatro della memoria di Marco Tirelli | Guglielmo Gigliotti

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