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Veronica Rodenigo
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Una piccola ma preziosa mostra-dossier incarna il principio (sempre più raro) che dovrebbe sottendere la ragione d’ogni progetto espositivo, ovvero la ricerca e la divulgazione dei suoi esiti. Con «Tiziano e il paesaggio. Dal Cadore alla Laguna: la Pala Gozzi e la Sommersione del Faraone», che inaugura il 23 gennaio a Pieve di Cadore (Belluno) nel palazzo dell’omonima Magnifica Comunità, prende formalmente avvio l’anteprima di un’iniziativa più ampia che si concretizzerà, nella stessa sede, quest’estate (dal 18 luglio a settembre) e avente come tema un aspetto ancora forse troppo trascurato: la raffigurazione del paesaggio nella produzione tizianesca. A idearla è Bernard Aikema con la curatela di Thomas Dalla Costa per celebrare i 450 anni dalla morte del pittore cadorino. Un progetto congiunto che vede coinvolti Comune, Magnifica Comunità, Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, e che culminerà a inizio 2027 con un convegno di studi internazionale. Fino al 29 marzo questo primo appuntamento pone a confronto per la prima volta la celebre «Pala Gozzi», la «Vergine con il Bambino in gloria, con i santi Francesco e Biagio e il donatore Alvise Gozzi» (1520) in prestito dalla Pinacoteca Civica di Ancona (a colmare la sua assenza arriverà, dalla Cappella Malchiostro del Duomo di Treviso, l’annunciazione coeva, restaurata con il contributo di Save Venice), e la grande xilografia ritraente la «Sommersione dell’esercito del Faraone nel Mar Rosso», incisa da anonimo intagliatore su disegno di Tiziano eseguito nel 1515 circa e conservata ai Musei Civici di Bassano del Grappa.
Due opere singolari anche per dimensioni per una «flagship exhibition», come la definisce Aikema, che pone Tiziano in quell’oscillazione di scambi tra centro e periferia in quanto concetti variabili alla base della stessa storia dell’arte. «In entrambe, spiega Dalla Costa, il paesaggio con una veduta marina occupa una posizione importante nell’opera ed entrambe sono caratterizzate da una veduta da un punto di vista rialzato, avente come focus uno skyline cittadino all’orizzonte. Nel caso della pala si tratta di una veduta dell’area marciana prima della costruzione della libreria sansoviniana che poi diventerà iconica (ripresa anche da Ludovico Pozzoserrato), mentre la xilografia ha una veduta cittadina immaginaria che ricorda di più i paesaggi nordici».
Scenari che si fanno metafora rappresentativa di delicati momenti storici. «Nel dipinto il messaggio è totalmente positivo: il rimando è a una Venezia che riesce a riprendere il controllo sul Mediterraneo mentre nel 1515 circa la città subiva le minacce della Lega di Cambrai: e questa città gotica, “foresta” (nell’accezione di straniera), altra viene rappresentata sotto nubi minacciose. In mostra l’allestimento ricostruisce per la pala l’idea di un’abside e consente al visitatore di recepire, sul retro, disegni e schizzi tizianeschi; sulla parete di fianco è posizionata la xilografia. Ingrandimenti di dettagli incluse le recenti analisi riflettografiche offrono una lettura del confronto e dell’idea curatoriale».
«Non dobbiamo cercare di trovare elementi riconoscibili nei paesaggi tizianeschi, aggiunge Bernard Aikema. Lui coglie ciò che vede fra le montagne, la pianura e il mare. È il suo mondo, lo prende e lo trasforma in una visione nuova, che non è riconoscibile come tale ma lo diventa solo quando è necessario in termini di significato. Un po’ come avviene nella Pala Gozzi. Ci possono quindi essere anche elementi topografici riconoscibili, ma Tiziano non è certo l’unico a farlo (si pensi a Giovanni Bellini e Cima da Conegliano). L’idea di questa mostra e soprattutto della successiva proposta che inaugurerà a luglio è far vedere come Tiziano sin dal secondo decennio del ’500 cominci a interessarsi del paesaggio come parte integrante delle sue opere. C’è una sorta d’idea fissa nella storia dell’arte: che il paesaggio come genere artistico indipendente nasca nel ’500. Noi non siamo tanto sicuri su questo. Pensiamo che Tiziano usi elementi paesaggistici per accentuare aspetti e possibilità espressive delle sue composizioni in maniera efficace ed innovativa. È inutile separare le figure dal contesto paesaggistico come se questo fosse un elemento con uno sviluppo autonomo. Questo avverrà solo nel ’600. Nella seconda mostra avremo quasi sicuramente due opere pittoriche: il “Battesimo di Cristo” dei Musei Capitolini (dipinto giovanile in cui il paesaggio è preponderante) e il “San Giovanni Battista” delle Gallerie dell’Accademia affiancati a una serie di 40-50 opere su carta (disegni, grafiche) non tanto di Tiziano stesso ma in prevalenza di artisti che portano chiarissimamente la sua firma inventiva. Un esempio? Domenico Campagnola, giovanissimo collaboratore che riprende il tema del paesaggio e crea un mercato di queste opere con enorme impatto, per la nascita del genere, tra fine Cinquecento e inizio Seicento. Mi riferisco anche a Girolamo Muziano che ha lavorato in tutta Italia e soprattutto a Roma (presente con disegni provenienti dagli Uffizi), e all’olandese Hendrick Goltzius, artista di statura internazionale che ha portato le novità tizianesche in Olanda con successive influenze nel nord Europa (come avverrà per Rembrandt). Evidenzieremo dunque questo impatto che arriverà a estendersi anche nel Settecento».
Particolare dell’area marciana nella Pala Gozzi (1520) di Tiziano
Tiziano Vecellio, «Madonna con il Bambino e angeli, san Francesco, san Biagio e il donatore Alvise Gozzi (Pala Gozzi)», 1520, Ancona, Pinacoteca Civica «Francesco Podesti»