«Madonna dell'Umilta» (1429-32) di Filippo Lippi, Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano (particolare)

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«Madonna dell'Umilta» (1429-32) di Filippo Lippi, Pinacoteca del Castello Sforzesco di Milano (particolare)

Il guitto fraticello che piaceva ai Medici

L’ironia sostenuta dall’ingegno di Filippo Lippi e le bizzarrie del figlio Filippino in mostra a Roma ai Musei Capitolini

Furono due pittori fondamentali del Quattrocento italiano, e furono padre e figlio: Filippo Lippi (1406-69) e suo figlio Filippino Lippi (1457-1504) sono ora protagonisti della mostra sottotitolata «Ingegno e bizzarrie nell’arte del Rinascimento», nelle sale di Palazzo Caffarelli, ai Musei Capitolini dal 15 maggio al 25 agosto. A curarla è Claudia La Malfa, tra le maggiori esperte italiane dell’arte tra Quattrocento e Cinquecento. 

Ad aprire il percorso espositivo, la «Madonna dell’Umiltà», capolavoro giovanile di Lippi padre, dipinta tra il 1429 e il 1432, per il proprio convento. Filippo è infatti un frate carmelitano, in convento ci giunge da bambino perché è povero, la sua monacazione è forzata, ma nella vita fu libero come pochi: rapì la giovane suora Lucrezia Buti, con cui ebbe due figli (Filippino è il primo), e fu tollerato dal suo ordine, dalla società e dai Medici, che, anzi, si divertivano all’idea. Fra Filippo Lippi ispirava infatti, per temperamento, in tutti, molta simpatia.

«Basti vedere la “Madonna dell’Umiltà”, dice Claudia La Malfa. Il giovane fraticello in erba alla sinistra della vergine, per chi guarda, è un autoritratto, con atteggiamento di simpatico guitto e con un’espressione che troveremo in altri autoritratti di uomo maturo, sempre rigorosamente in tonaca. L’ironia è un ingrediente fondamentale dell’arte, oltre che della vita, del Lippi, sostenuta sempre da un ingegno strepitoso, come dice il titolo della mostra. Le “bizzarrie” sono più del figlio Filippino, che, giunto a Roma nel 1488, mandato da Lorenzo il Magnifico per dipingere in Santa Maria sopra Minerva la Cappella del cardinale Oliviero Carafa, viene travolto dalla ricchezza di questa città e dalla magia delle grottesche della Domus Aurea (fu tra i primi a calarsi in quelle “grotte”), riscoprendo il lato visionario dell’antico, e una condizione anticlassica, dionisiaca, del classico». 

In mostra, un disegno preparatorio dell’impresa Carafa, scoperto dalla studiosa alla Galleria dell’Accademia di Venezia, accanto ad altri preziosi lavori di Lippi figlio, come, tra l’altro, due tondi con «Annunciazione» del 1483-84 provenienti dai Musei civici di San Gimignano, una «Morte di Lucrezia romana» del 1475-80 da Palazzo Pitti, e altri disegni dell’Istituto centrale per la grafica, in cui è possibile scorgere l’influenza del suo maestro Sandro Botticelli. Del padre, proviene dalla Fondazione Cini una «Madonna e santi», dalla Pinacoteca dell’Accademia Albertina di Torino arrivano due grandi tavole con Santi, dagli Uffizi un’Annunciazione. «Sono tutte opere, spiega Claudia La Malfa, in cui prendono corpo, plasmate dal colore e dalla luce, le figure solide e monumentali proprie di Lippi padre, la cui arte è figlia della cupola brunelleschiana di Santa Maria del Fiore, della forza di Donatello e del plasticismo di Masaccio, che il giovane guitto-fraticello vede lavorare proprio nella sua chiesa della gioventù, Santa Maria del Carmine, alla Cappella Brancacci».

«Vergine annunciata» di Filippino Lippi. Museo civico di San Gimignano

Guglielmo Gigliotti, 13 maggio 2024 | © Riproduzione riservata

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