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Installation view di Pietro Moretti

Credits Elisa Cappellari. Courtesy Galleria Doris Ghetta e l'artista.

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Installation view di Pietro Moretti

Credits Elisa Cappellari. Courtesy Galleria Doris Ghetta e l'artista.

Il corpo a corpo tra Julian Schnabel e Pietro Moretti, quando la pittura lascia entrare il mondo

Julian Schnabel e Pietro Moretti a confronto alla Paggeria Arte di Sassuolo: due generazioni e due linguaggi diversi per interrogare la pittura tra materia, realtà, memoria e racconto

Francesco Piperno

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«La pittura è lo specchio della natura», scriveva Samuel van Hoogstraten nel Seicento. Per secoli è stata il grande medium della rappresentazione, uno strumento per restituire il mondo visibile, ma anche per costruire immagini della storia, della memoria, dell’immaginazione. Nel Novecento questo rapporto cambia. La pittura comincia a interrogare i propri strumenti, il supporto, la superficie. L’immagine perde progressivamente il monopolio del quadro e nella pittura entrano la materia, l’oggetto, il gesto, la realtà stessa. Il dipinto smette così di essere soltanto una «finestra sul mondo» – secondo la celebre immagine legata a Leon Battista Alberti – e diventa uno spazio in cui il mondo «può entrare».

È da questa trasformazione della pittura che prende avvio il confronto tra Julian Schnabel e Pietro Moretti, protagonisti della mostra curata da Nicolas Ballario alla Paggeria Arte di Sassuolo, dal 18 settembre al 31 ottobre, nell’ambito di festivalfilosofia. Schnabel e Moretti appartengono a generazioni diverse. E anche il loro modo di intendere la pittura è lontano. A metterli in dialogo è però il modo in cui entrambi partono dalla realtà per costruire immagini che la trasformano.

Schnabel, nato a Brooklyn nel 1951, si afferma a New York all’inizio degli anni Ottanta, quando la pittura torna al centro della scena internazionale dopo la stagione concettuale e minimalista. Nel 1979 inizia a lavorare alle «Plate Paintings», opere in cui frammenti di piatti rotti diventano parte della superficie pittorica. È qui che la materia comincia a prendere il posto della superficie liscia e regolare della tela. Insieme ad artisti come Jean-Michel Basquiat, David Salle ed Eric Fischl, contribuisce a riportare nel quadro la figura, la narrazione, la psicologia e il rapporto con la storia dell’arte. Ma nelle «Plate Paintings» la novità non riguarda soltanto ciò che viene rappresentato: riguarda il modo stesso in cui il quadro si presenta allo sguardo. Frammenti di piatti, velluto, cera, fotografie. Le opere iniziate alla fine degli anni Settanta, introducono la ceramica direttamente nel dipinto e trasformano il supporto in una parte dell’opera. Schnabel ha raccontato di aver cercato «un altro tipo di superficie», fino a rompere i piatti con un martello. Un gesto che modifica la pittura e una materia interrompe l’immagine, rendendola fisica e costringendo lo sguardo a passare continuamente dal frammento al tutto – in questo contesto il critico Rudi Fuchs ha parlato proprio della dimensione «ruvida» e «pesante» delle sue superfici. Quella superficie che non è soltanto da guardare: impone una distanza, una scala, un rapporto fisico con l’opera. Perchè «un dipinto è morto finché qualcuno non gli passa davanti e lo accende», ha scritto Schnabel – una dimensione che richiama, con tutt’altro linguaggio, la riflessione di Maurice Merleau-Ponty sulla percezione, nella quale il «vedere» significa entrare fisicamente in rapporto con il mondo.

Se in Schnabel è la fisicità del quadro a modificare il rapporto con ciò che viene rappresentato, in Pietro Moretti il passaggio avviene attraverso la costruzione dell’immagine. Nato nel 1996, lavora attraverso grandi tele, personaggi, boschi, raduni e ambienti sospesi tra realtà e immaginazione. Le sue immagini hanno qualcosa della fiaba e del teatro. E le figure sembrano delle comparse sulla scena di una storia che deve ancora essere raccontata. La scena è il punto da cui la pittura di Moretti si apre al racconto. La memoria entra così nella pittura attraverso la narrazione. Esperienze personali, luoghi e relazioni diventano immagini, mentre il dato reale si mescola all’invenzione. Moretti costruisce situazioni riconoscibili e insieme sfuggenti, nelle quali si scorge una scena, ma la storia rimane «aperta». È proprio qui che le due ricerche, pur restando distanti, possono essere messe in relazione: Schnabel lascia che sia la materia a introdurre l’imprevisto nel quadro; Moretti affida questa apertura alla narrazione. In entrambi i casi l’immagine non arriva allo sguardo come qualcosa di completamente risolto.

Schnabel ha detto di voler usare la pittura «per vedere ciò che non ha ancora visto». La frase sposta il discorso dalla forma del quadro alla sua funzione: la pittura può diventare uno strumento per far emergere qualcosa che l’artista stesso non conosce ancora completamente. Per Schnabel questo avviene attraverso la materia, il gesto e l’imprevisto; in Moretti attraverso personaggi, ambienti e frammenti di memoria che prendono forma sulla tela. Il confronto trova così una dimensione concreta nelle opere presentate a Sassuolo. Tra le opere di Schnabel in mostra c’è Gill and Sanchez del 1992, realizzata con olio, acrilico e vernice su tela e alta oltre due metri. La grande scala riporta al rapporto tra opera e corpo dello spettatore, mentre nelle tele di Moretti sono le figure e gli ambienti a definire lo spazio del racconto. Anche il luogo dell’esposizione aggiunge un livello al confronto. La ceramica appartiene alla storia produttiva della città e nei frammenti di Schnabel trova una materia capace di stabilire un rapporto diretto con il territorio. Un elemento del linguaggio dell’artista incontra così una materia che appartiene alla storia di Sassuolo, creando un legame tra la ricerca individuale e il luogo in cui viene presentata. Il contesto contribuisce anche al dialogo: la mostra si inserisce nel programma di festivalfilosofia 2026, dedicato al caos, e porta questo confronto sul terreno di una riflessione più ampia sull’imprevedibilità delle forme, delle immagini e dei significati. Due generazioni, due linguaggi, due modi di intendere il quadro. Schnabel ne mette alla prova la superficie, Moretti la costruzione del racconto. E in entrambi la pittura resta un luogo aperto, dove l’immagine può ancora cambiare nel momento in cui vi entra lo sguardo.

Francesco Piperno, 20 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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