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Monica Trigona
Leggi i suoi articoliNon sempre il linguaggio è il primo input espressivo, anzi, talora c'è qualcosa che lo precede, lo attraversa e magari lo interrompe: una reazione minima, involontaria, che appartiene al corpo prima ancora che al pensiero. «Sometimes I get goosebumps», la mostra personale di Anouk Chambaz alla Fondazione Recontemporary di Torino, prende le mosse proprio da questa soglia percettiva, da quel brivido che segnala un’intensità difficile da nominare.
Inserito nel programma di TO.BE IV – Intracore, ideato e curato dal collettivo Ghëddo, il percorso (visitabile dal 9 aprile al 2 maggio) rappresenta uno dei momenti più densi dell’intero progetto. Qui la ricerca dell’artista svizzera trova una sintesi particolarmente efficace, capace di tenere insieme riflessione teorica e forza sensoriale. L'allestimento si articola attorno a tre lavori video, «Di notte» (2025), «Marica» (2023) e «Vegetation Walk» (2016), che, pur distanti nel tempo, condividono una medesima tensione: interrogare il rapporto tra il soggetto e ciò che lo eccede. L’alterità, nei film di Chambaz è una presenza ambigua, che si insinua nelle pieghe dell’esperienza quotidiana, mettendo in crisi l’idea stessa di identità come unità stabile.
Formatasi tra cinema e filosofia, Chambaz sviluppa un linguaggio che si colloca lungo linee di frontiera. Ma il confine, nel suo lavoro, non separa quanto piuttosto connette. Si muove infatti in una zona porosa in cui umano, animale e vegetale, memoria e immaginazione, infanzia e età adulta si sovrappongono, dando forma a uno spazio relazionale instabile e fertile. In questo senso, le immagini attraversano la realtà contaminandola e trasformandola.
Still da video «Marica» di Anouk Chambaz. Courtesy of Fondazione Recontemporary
Still da video «Vegetation Walk» di Anouk Chambaz. Courtesy of Fondazione Recontemporary
A emergere con particolare forza è la dimensione corporea della visione. La regia di Chambaz insiste sulla materialità del dispositivo cinematografico: la grana della pellicola 16 mm in «Di notte», le distorsioni ottiche del grandangolo in «Marica», l’uso di inquadrature soggettive che insinuano uno sguardo ulteriore rispetto a quello dichiarato. Sono scelte che non puntano alla trasparenza, ma alla presenza, a rendere visibile il fatto stesso del vedere.
L’immagine, così, smette di essere superficie neutra e si fa esperienza incarnata non limitandosi a a rappresentare un corpo: si comporta essa stessa come un corpo: vibra, resiste, entra in relazione. In questa prospettiva, torna inevitabile il riferimento al «carnal thought» di Vivian Sobchack, ovvero a un pensiero che nasce dalla percezione e che trova nel corpo il suo primo luogo di articolazione. Il cinema di Chambaz sembra operare esattamente su questa soglia prediscorsiva, dove il senso si produce come intensità prima che come significato.
Anche i soggetti filmati sfuggono a ogni riduzione oggettuale. I corpi che abitano i suoi lavori - spesso situati in contesti marginali - sono presenze attive, capaci di restituire lo sguardo, di metterne in discussione la posizione. Le storie, pur radicate nel reale, si aprono progressivamente a dimensioni oniriche e autonome, fino a incrinare le gerarchie tradizionali tra chi guarda e chi è guardato. È qui che il titolo della mostra rivela tutta la sua portata. La pelle d’oca, fenomeno fisiologico e insieme enigmatico, diventa metafora di un’esperienza complessa e contraddittoria, in cui paura e piacere, attrazione e disagio si intrecciano. Allo stesso modo, le immagini di Chambaz non offrono risposte, ma attivano reazioni: piccoli scarti percettivi, perturbazioni sottili, che coinvolgono lo spettatore a livello sensoriale.