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Antonio De Bellis, «Cristo e la Samaritana al pozzo», 1645-50 ca (particolare)

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Antonio De Bellis, «Cristo e la Samaritana al pozzo», 1645-50 ca (particolare)

Il Seicento napoletano nella collezione di Giuseppe De Vito

Nel Fortino Pietro Leopoldo I a Forte dei Marmi (Lu) 39 dipinti ricostruiscono l’immagine dell’arte a Napoli dopo la morte di Caravaggio, che vi soggiornò nel 1606-07 e nel 1609-10

Ingegnere di formazione, imprenditore di professione, inventore di antenne televisive, Giuseppe De Vito (Portici, Napoli, 1924-Firenze, 2015) è stato collezionista appassionato e studioso. Alla sua collezione (riunita nella Fondazione da lui costituita nel 1982 con sede alla Villa dell’Olmo presso Vaglia, Firenze), è dedicata la mostra «Pittura a Napoli dopo Caravaggio. Il Seicento nella collezione della Fondazione De Vito», allestita dal 27 marzo al 27 settembre al Fortino Pietro Leopoldo I, a cura di Nadia Bastogi, promossa dal Comune Forte dei Marmi (Lu) e dalla Fondazione Villa Bertelli in collaborazione con la Fondazione De Vito. 

«De Vito non comprava molti quadri, ma solo quelli di cui era sicuro, avendo come criterio la qualità delle opere, conosciute attraverso un accurato studio delle fonti, spiega Giancarlo Lo Schiavo, presidente della Fondazione Giuseppe e Margaret De Vito per la Storia dell’arte moderna a Napoli. Ha finanziato molto la ricerca archivistica, ha sostenuto campagne fotografiche nei luoghi più impervi della penisola e ha consentito a una nuova generazione di studiosi, affiancati da storici dell’arte più esperti, di pubblicare i propri contributi in un’edizione annuale della Fondazione. E per mantenere l’unità delle sue scelte circoscritte a un preciso ambito e ai suoi gusti, la Fondazione ha scelto di non arricchirsi di altri acquisti dopo la sua morte». Proprio l’indirizzo scelto da De Vito permette oggi di ricostruire l’immagine dell’arte a Napoli dopo la morte di Caravaggio, che vi aveva soggiornato nel 1606-7 e nel 1609-10, presentando artisti che egli colleziona quand’erano anche poco noti come, ad esempio, Antonio De Bellis. «Napoli, spiega Nadia Bastogi, curatrice della mostra e direttrice scientifica della Fondazione, è il centro di maggior diffusione del Naturalismo caravaggesco per tutta la prima metà del Seicento, ben più di Roma, dove presto prevalgono le correnti del Classicismo e del Barocco. La scena napoletana è molto ricca, con mercanti fiamminghi e collezionisti di prestigio, che veicolano il Caravaggismo. De Vito era ben consapevole di non compiere un’operazione provinciale ma tesa a restituire l’immagine di una città importante, la più popolosa dopo Parigi e Londra, fulcro di scambi internazionali e di cultura in cui si muovono figure quali Giovambattista Della Porta, Giovan Battista Marino, Tommaso Campanella ecc...». 

Il percorso espositivo, composto di 39 dipinti, segue un andamento cronologico ma anche tematico, con focus su alcuni soggetti affrontati, con varianti, da diversi artisti, come ad esempio il San Giovanni Battista giovinetto, tema su cui lo stesso Caravaggio si era cimentato. Si parte dalla sezione con la corrente naturalista di Battistello Caracciolo, il pittore che con Caravaggio ebbe rapporti diretti, Carlo Sellitto e Massimo Stanzione, nelle cui opere si colgono invece anche influenze dei pittori bolognesi, specie Guido Reni. Incontriamo poi Ribera, che arriva nel 1616 da Roma, dove era stato nello stretto entourage di Caravaggio. Su Ribera si formano figure quali il Maestro dell’annuncio ai pastori, pittore di grandissima qualità, ma tutt’ora non identificato, e di cui De Vito colleziona ben quattro dipinti, compiendone uno studio sistematico che, per i temi scelti, ne rivela anche il probabile legame a circoli filosofici. Si assiste poi, dagli anni Trenta ai Cinquanta, alla penetrazione a Napoli dell’influenza di Poussin, ma anche di Van Dyck e di Rubens, presenti nelle collezioni napoletane. Alla fine del 1629, giunge da Roma, Artemisia Gentileschi per restarvi fino alla morte, influenzando sia la scelta dei soggetti, sia il cromatismo, che si fa più prezioso. Troviamo quindi Paolo Fenoglio, Giovanni Ricca, Bernardo Cavallino, Andrea Vaccaro e il già citato De Bellis. Un nucleo di dipinti tratta soggetti con figure femminili, specie sante martiri, che hanno grande riflesso nella religiosità napoletana, richieste da un collezionismo privato, mentre un altro riunisce le scene di battaglie senza eroi, specie di Aniello Falcone, focalizzate sulla vita dei soldati più che sulla celebrazione dell’evento bellico. Non poteva mancare poi la sezione dedicata alla natura morta, di cui De Vito coglie in tempi precoci l’importanza, scegliendo opere di Luca Forte (il più vicino a Caravaggio per essenzialità) fino a Giuseppe Recco e Giovanbattista Ruoppolo, con echi più barocchi. L’ultima sezione affronta infatti il passaggio nel Barocco intorno alla metà del secolo e si incentra sulle presenze in città di Mattia Preti, che arriva a Napoli nel 1652, e Luca Giordano, uno degli artisti più studiati da De Vito.

Jusepe de Ribera, «Sant’Antonio abate», 1638

Luca Giordano, «Scena di osteria», 1658-60

Laura Lombardi, 26 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Il Seicento napoletano nella collezione di Giuseppe De Vito | Laura Lombardi

Il Seicento napoletano nella collezione di Giuseppe De Vito | Laura Lombardi