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Virginia Djurberg
Leggi i suoi articoliPer decenni Siena è stata raccontata soprattutto come la capitale della pittura trecentesca. Da Duccio ai Lorenzetti, da Simone Martini a Sassetta, la città toscana è rimasta identificata con un'immagine medievale che la storiografia ha spesso contrapposto alla Firenze del Rinascimento. Dopo la grande mostra Siena: The Rise of Painting, 1300-1350, organizzata tra il Metropolitan Museum di New York e la National Gallery di Londra, è ora la Frick Collection a spostare il baricentro della riflessione, dedicando per la prima volta un'esposizione alla produzione bronzea senese del Quattrocento.
Dal 17 settembre, Siena: The Art of Bronze, 1450-1500, curata da Giulio Dalvit, riunisce quasi quaranta opere tra statue, rilievi, candelabri, medaglie e piccoli bronzi realizzati da artisti come Donatello, Vecchietta e Francesco di Giorgio Martini. Molti di questi lavori non avevano mai lasciato la Toscana, né erano mai stati esposti negli Stati Uniti.
L'obiettivo della mostra è limpido, ossia dimostrare come, tra la metà del XV secolo e la fine del Quattrocento, Siena abbia sviluppato una delle più originali e sofisticate tradizioni europee nella lavorazione del bronzo, trasformando questo materiale nel principale terreno di sperimentazione artistica della città. È una prospettiva che ribalta una lettura consolidata. Dopo la conquista fiorentina del 1555, Siena perse progressivamente il proprio peso politico e culturale, venendo spesso interpretata come una città rimasta ancorata al Medioevo. La mostra della Frick suggerisce invece un'altra storia: quella di un centro capace di elaborare un linguaggio autonomo proprio attraverso la scultura, dando vita a una stagione di straordinaria innovazione tecnica.
Il bronzo diventa così la chiave per comprendere un diverso Rinascimento. Un materiale difficile, costoso, destinato tanto alla devozione privata quanto alle grandi commissioni civiche e religiose, che richiedeva competenze metallurgiche, organizzazione delle botteghe e una progettazione complessa. La varietà delle opere esposte (dalle piccole fusioni assimilabili a gioielli fino alle statue monumentali) restituisce la versatilità di una tradizione artistica che seppe muoversi tra sperimentazione formale, raffinatezza tecnica e ambizione monumentale. Secondo Dalvit, tra il 1450 e il 1500 quasi nessun'altra città italiana sviluppò un'identità artistica così fortemente fondata su un solo medium. Una tesi che trova nella mostra una dimostrazione concreta, proponendo il bronzo non come episodio marginale, ma come uno dei principali laboratori del Rinascimento.
L'esposizione rappresenta anche un importante progetto internazionale di collaborazione museale. I prestiti provengono infatti da alcune delle principali istituzioni italiane -dal Museo Nazionale del Bargello al Museo di Capodimonte, dalla Galleria Nazionale dell'Umbria al Museo Civico di Siena- accanto a musei come il British Museum, il Victoria and Albert Museum, la National Gallery of Art di Washington e importanti raccolte europee. Accanto alla mostra, la Frick pubblica un catalogo scientifico di circa quattrocento pagine, destinato a diventare un nuovo punto di riferimento per gli studi sulla scultura bronzea senese. Curato da Giulio Dalvit con un gruppo internazionale di studiosi, il volume raccoglie nuove fotografie, documenti d'archivio recentemente individuati e approfondimenti diagnostici, offrendo la ricognizione più ampia finora dedicata alla produzione bronzea di Siena nel Quattrocento. Per la Frick, che negli ultimi anni ha dedicato importanti progetti espositivi alla scultura rinascimentale, la mostra rappresenta un ulteriore tassello nella rilettura della cultura figurativa italiana. Per Siena, invece, costituisce qualcosa di più di una semplice esposizione internazionale: è il riconoscimento di una stagione creativa che la storiografia aveva lasciato ai margini, riportando il bronzo al centro del racconto del Rinascimento italiano.
Francesco di Giorgio (Siena, 1439 –Vignano, 1501) Candelabrum ca. 1474/75 –82 Low -tin bronze, elevated antimony 64 9/16 × 17 11/16 in. (164 × 45 cm); weight Museo Diocesano Albani, Urbino