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Beatrice Caprioli
Leggi i suoi articoliPiù che ricomporre una delle coppie più celebri dell’arte americana del ’900, la mostra «Krasner and Pollock: Past Continuous» mette in discussione l’idea stessa di leggere Lee Krasner e Jackson Pollock attraverso la loro vicenda biografica e sentimentale. Le oltre 120 opere riunite al Metropolitan Museum of Art dal 4 ottobre al 31 gennaio 2027, tra dipinti, lavori su carta, collage, fotografie e materiali d’archivio provenienti da oltre 80 collezioni pubbliche e private, attraversano l’intero arco delle rispettive carriere. La scelta di seguire le due ricerche nella loro interezza è il presupposto più convincente del progetto dei curatori David Breslin e Brinda Kumar.
Le precedenti mostre dedicate alla coppia (da «Krasner/Pollock: A Working Relationship» del 1981 alla mostra del Kunstmuseum di Berna del 1989-90) si erano concentrate soprattutto sui quindici anni del loro sodalizio artistico e personale, dall’incontro del 1941 alla morte di Pollock nel 1956, finendo per leggere le opere attraverso il rapporto tra i due. Il Met sceglie invece di estendere il racconto agli anni che precedono quel momento e, soprattutto, a quelli che seguono la scomparsa di Pollock, quando la ricerca di Krasner si apre a una delle stagioni più libere e sperimentali della sua carriera, approdando ai grandi formati e a una pittura di straordinaria intensità gestuale e cromatica. Questa scelta si inserisce in un momento particolarmente significativo per la ricezione critica di Lee Krasner. Figura imprescindibile della prima generazione dell’Espressionismo astratto, e unica donna di quel nucleo di artisti destinato a ridefinire la pittura americana del secondo dopoguerra, la sua opera è oggi al centro di studi che ne stanno ridefinendo il ruolo nella storia dell’arte del XX secolo.
Dopo la retrospettiva alla Barbican Art Gallery di Londra nel 2019, il 19 ottobre Gagosian, Olney Gleason e la Pollock-Krasner Foundation inaugurano a Parigi la prima personale dell’artista mai organizzata in Francia, dedicata ai dipinti degli anni ’60 (fino al 18 dicembre). Anche il mercato riflette questo rinnovato interesse: nel 2019 «The Eye Is the First Circle» (1960) ha stabilito il record d’asta (11,65 milioni di dollari da Sotheby’s New York), confermando il ruolo centrale di quella stagione artistica, oggi al centro di una nuova attenzione critica e collezionistica. In mostra, il ritorno agli anni della formazione mette a fuoco entrambe le prospettive, chiarendo quanto fossero già distinte le rispettive coordinate prima dell’incontro dei due artisti. Gli anni Trenta non sono presentati come un semplice antefatto dell’Espressionismo astratto, ma come il momento in cui prendono forma due modi profondamente diversi di intendere la pittura. L’insegnamento di Hans Hofmann e il confronto con Mondrian, Picasso e Matisse conducono Krasner a misurarsi precocemente con problemi di costruzione dello spazio, ritmo compositivo e organizzazione della superficie. Pollock arriva invece all’astrazione attraverso un percorso più eterogeneo, in cui convivono il Regionalismo americano di Thomas Hart Benton, il muralismo messicano, il Surrealismo e l’interesse per le culture native americane.
Il merito della mostra è di non trattare queste esperienze come semplici premesse dell’Action Painting, ma come matrici destinate a riaffiorare, trasformarsi e continuare a informare le rispettive ricerche anche negli anni della piena maturità. È però entrando negli anni ’50 che la mostra trova una direzione ancora più interessante. L’apertura affidata ai collage di Krasner degli anni 1953-55 costituisce una dichiarazione d’intenti. Quelle opere nascono da disegni che l’artista aveva strappato e lasciato per giorni sul pavimento dello studio, prima di riconoscere nei frammenti la possibilità di nuove immagini. Quei collage introducono un principio compositivo che riaffiora nelle opere successive. In «The Seasons» (1957) la superficie diventa il luogo di una tensione continua tra energia gestuale e campiture cromatiche; «The Eye Is the First Circle» (1960) amplia quella complessità su scala monumentale, trasformando il colore in un elemento strutturale oltreché espressivo. La continuità tra questi lavori non è quindi stilistica, ma riguarda il modo in cui Krasner torna a interrogare, ogni volta, la costruzione dell’immagine. Il medesimo sguardo viene riservato a Pollock. Il dripping smette di occupare il centro assoluto del racconto per tornare a essere uno dei tanti esiti di una ricerca molto meno lineare di quanto la sua fortuna critica abbia lasciato intendere. «Guardians of the Secret» (1943) conserva ancora il dialogo con il Surrealismo, con la psicoanalisi junghiana e con l’immaginario totemico; «Lavender Mist: Number 1» (1950) non appare come la definitiva conquista di un linguaggio, ma come uno dei momenti di una ricerca destinata a riaprirsi ancora, fino alla densità quasi enigmatica di «The Deep» (1953). È una lettura che ridimensiona il peso del mito costruito attorno al gesto dell’Action Painting e restituisce un Pollock più articolato e meno facilmente riconducibile a un’unica stagione. Il risultato più convincente della mostra non sta dunque nel ristabilire un equilibrio tra due figure che la storia ha trattato in maniera diseguale, né nel proporre una tardiva operazione di risarcimento nei confronti di Krasner. La mostra suggerisce piuttosto che la vicinanza tra i due artisti diventa davvero interessante soltanto quando smette di essere il criterio attraverso cui leggerne le opere. Liberate dalla necessità di spiegarsi reciprocamente, le loro ricerche riacquistano una densità storica e formale che restituisce tutta la complessità di uno dei dialoghi più fertili della pittura del ’900.
Jackson Pollock, «Number 1, 1950 (Lavender Mist)», 1950. Ailsa Mellon Bruce Fund