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Barbara Antonetto
Leggi i suoi articoliSotto la direzione di Roos Gortzak, il Groninger Museum ha inaugurato un nuovo capitolo artistico che pone l’arte contemporanea al centro riallacciandosi allo spirito radicale e sperimentale da cui è scaturito l’iconico edificio postmoderno in cui il museo, fondato nel 1874, si è trasferito nel 1994: 5mila metri quadrati di spazio espositivo su un’isola nel canale che divide la stazione ferroviaria dal centro storico di Groninga progettati da Alessandro Mendini con Philippe Starck, Michele de Lucchi e Coop Himmelb(l)au, a ciascuno dei quali venne affidato l’incarico di progettare un padiglione destinato a ospitare una delle quattro grandi collezioni del museo, con l’invito a personalizzarlo esternamente e interamente. Questo stesso approccio interdisciplinare e di collaborazione, che nel 1994 guardò al passato per costruire il futuro, informa il programma del 2026-27. Architettura di quasi trent’anni fa e programma museale attuale condividono il presupposto che discipline, prospettive e forme d’arte diverse possono coesistere. Il nuovo corso inizia con quattro mostre interconnesse che esplorano come l’arte possa aiutarci a immaginare nuovi modi di vivere, lavorare e creare insieme, aprendo nuove prospettive sulla collezione e l’architettura del museo e al contempo riflettendo su quale sia il ruolo dell’arte oggi. Nel loro insieme, si chiedono chi abbia il diritto di immaginare il futuro, chi abbia il potere di plasmarlo e chi sia responsabile della salvaguardia del mondo in cui viviamo. L’arte contemporanea viene utilizzata come una lente attraverso la quale riconsiderare 60mila opere di cinque millenni. Artisti internazionali, nuove commissioni e nuove acquisizioni: abbiamo incontrato Roos Gortzak che ci ha spiegato che tutto ciò non va letto come una rottura, bensì come un dialogo con le collezioni del museo e un ritorno a sperimentazione, interdisciplinarità e collettività.
«“Che l’arte guidi il futuro”: è il nostro auspicio e il nostro slogan. Al Groninger Museum lavoriamo affinché l’arte occupi un posto di rilievo nell’indirizzare il mondo che verrà. Per progettare una nuova sede ad hoc per le collezioni del museo, tra fine anni ’80 e inizio anni ’90 l’allora direttore Frans Hacks convocò non un solo progettista, bensì tre architetti e un collettivo. Questa scelta è stata di grande ispirazione per il nuovo capitolo artistico. Riteniamo infatti che sia giunto il momento di collaborare, di riflettere su come prenderci cura della Terra e della vita in generale e di adottare modalità sostenibili di lavorare, vivere e creare insieme.
Sono sempre stata attratta da questo edificio, da ciò che rappresenta: la sua eredità inscindibile da questa città, l’audacia di osare, di pensare oltre l’ovvio e di non farlo da soli, ma collaborando. Perché Il Groningenr Museum è stato costruito in questo modo? Perché custodiamo una collezione straordinariamente variegata che abbraccia molti secoli a partire dai reperti archeologici e passando per un nucleo molto corposo e importante di ceramiche asiatiche: abbiamo la migliore collezione di ceramiche asiatiche dei Paesi Bassi.
La decisione di interpellare architetti diversi è scaturita dalla volontà di Hacks di sottolineare che non si trattava di un’unica collezione, ma di raccolte differenti. Chieseloro di progettare un edificio per ciascun nucleo specifico, ovvero storia di Groninga, ceramiche asiatiche, arte moderna e arte antica. Osservando le vecchie immagini d’archivio è affascinante vedere come, sebbene i muri curvi del nuovo edificio postmoderno non rendessero facile appendere quadri, si era comunque riusciti a creare un sistema per esporre gli antichi maestri in una combinazione davvero peculiare di epoche e mani differenti. Diverse voci nell’architettura, diverse voci nella collezione: il nuovo corso è partito da qui, dalla volontà di dare spazio a molteplici sensibilità, ed è per questo che uno dei valori fondanti del nuovo capitolo artistico è la collettività.
Abbiamo individuato tre valori chiave nel Dna di questo edificio: il primo è appunto la collettività; il secondo è l’interdisciplinarità, da non confondersi con la multidisciplinarietà, perché non affianca semplicemente le discipline, le invita a collaborare per creare qualcosa nuovo. Inizialmente Mendini aveva pensato di chiedere ai diversi architetti di progettare singoli oggetti, ma poi ritenne che fosse troppo limitante e chiese loro di progettare spazi per le diverse collezioni. Philippe Starck fu incaricato della sezione di ceramiche asiatiche, Coop Himmelb(l)au di quella dell’arte antica, Mendini si riservò l’arte moderna e contemporanea, Michele De Lucchi, al quale era stato commissionato il padiglione destinato alla storia della città, scelse i mattoni, un materiale storicamente molto importante per Groninga.
Tornando all’interdisciplinarità, si trattava di passare dalla scala di una tazzina da caffè a quella di un edificio, dal piccolo al grande e viceversa. Chi è abituato a progettare grandi architetture, come si pone quando gli viene chiesto di creare una tazza da the? E viceversa? Come fa un designer abituato a creare piccoli oggetti a disegnare un edificio? Sperimenta. È proprio la sperimentazione il valore che più ci entusiasma; il nostro terzo valore fondante è proprio quello di provare a fare cose mai fatte prima.
L’edificio del museo rispecchia la città. Groninga è la città più giovane dei Paesi Bassi, è proiettata verso il futuro ed è un luogo dove si sperimenta. Ci vuole coraggio per realizzare opere audaci e radicali. Posizionare questo edificio tra la stazione e il centro cittadino, come ponte in mezzo al fiume, ma anche passaggio obbligato tra la ferrovia e la città, è stata una scelta molto audace. Non tutti l’hanno apprezzata, specialmente i residenti nelle vicinanze che godevano di una splendida vista sulla vecchia stazione (un edificio molto interessante) e che non erano felici di vedersi sorgere davanti agli occhi questa struttura stravagante. Eppure è qui, ed è un’opera imponente e bellissima a cui non si può rimanere indifferenti. Per il nuovo capitolo artistico abbiamo ritenuto fondamentale ripartire da questo edificio.
Collettività, interdisciplinarità e sperimentazione. Sono valori che amiamo perché risuonano con il presente. Ma riteniamo anche che per un museo sia importante essere specifico, legato al suo territorio e alla sua collezione. Non stiamo diventando un museo d’arte contemporanea, ma un museo che parte da ciò che possiede, il territorio e la collezione, per rileggerli attraverso prospettive contemporanee, guardando alla società, ai problemi attuali e a ciò che accade. Le mostre che abbiamo appena inaugurato sono accomunate da combinazioni che vanno proprio in questa direzione, opere della collezione scelte da artisti contemporanei e accostate ai loro lavori. Le curatrici d’arte contemporanea del museo, Judith Spijksma e Clare Molloy, hanno affermato di aver imparato moltissimo dagli artisti, perché riescono a cogliere aspetti che a noi sarebbero sfuggiti.
È straordinario mantenere viva una collezione di cinque secoli con così tante voci diverse. È ancor più straordinario lavorare con artisti che s’immergono nella collezione, la studiano, scoprono elementi e ne traggono spunto per creare qualcosa di nuovo. Questo si ricollega al concetto di lavoro collettivo. Siamo molto felici di questo e grati a Mendini per averci dato la possibilità di approfondire questi valori. Siamo anche molto lieti che verranno le sue figlie, così come abbiamo invitato Philippe Starck, Michele De Lucchi e Wolf Prix di Coop Himmelb(l)au a vedere come questo edificio prende di nuovo vita. Che l’arte guidi il futuro!
La nostra operazione consiste in un ritorno alle radici radicali e sperimentali originali, ma lette con gli occhi di oggi. È un approccio frutto della connessione tra da ciò che accade nel mondo e le riflessioni degli artisti contemporanei. Ci siamo ispirati alle riflessioni sul futuro dei musei di Manuel Borja-Villel. Come sostiene Victoria Noorthoorn, il museo può fungere da studio per gli artisti, perché gli artisti portano molto valore e si connettono con la realtà.
Quindi guardiamo al presente per valorizzare ciò che si trova in questo museo. Altri musei cercano di adeguarsi ai tempi moderni facendo i conti con la struttura tradizionale della propria sede, spesso con uno scalone monumentale di ingresso. Noi per salire abbiamo una scala stretta, la scala principale del Groninger Museum è invece quella che ti fa scendere a spirale, una scelta consapevole di Mendini per integrare l’arte nella vita quotidiana anziché elevarla al di sopra di essa. Oggi non vogliamo ascoltare una sola voce, ma una moltitudine di voci e abbiamo la fortuna di avere un edificio che incarna concetti attuali come la molteplicità e la interdisciplinarietà. Non dobbiamo abolire scaloni monumentali o celebrare l’Arte con la A maiuscola: il gioco tra arte colta e popolare è fortemente presente sia nell’architettura sia nella nostra collezione. Quello che offriamo con le quattro mostre è uno sguardo dal presente verso ciò che è già custodito qui, ed è estremamente stimolante.
Il tema di quest’anno, «L’architetto e la casalinga» è anch’esso nato proprio dall’osservazione dell’edificio per la cui progettazione furono scelti soltanto uomini e nella collezione, secondo le nostre stime, le artiste rappresentano circa il 2%. Da qui la decisione di dare spazio ad altre voci, riflettere su chi ha la possibilità di esprimersi, di progettare l’architettura e chi invece se ne prende cura. L’architetto e la casalinga: chi progettava la casa e legava il suo nome all’edificio prendendosi meriti e onori e chi se ne prendeva cura nell’ombra, senza che nessuno conoscesse il suo nome o rendesse merito al suo impegno.
Groninga ha spesso promosso progetti sperimentali con figure che sarebbero poi diventate centrali nella storia dell’arte, basti pensare che Zaha Hadid fu chiamata a realizzare un padiglione per la mostra «What a Wonderful World», dedicata alla videoarte. Oggi gli artisti hanno poche occasioni per sperimentare e sbagliare, così come le persone in generale. L’evoluzione umana richiede la possibilità di sperimentare, fallire e confrontarsi con ciò che non si comprende. È importante coltivare la curiosità verso l’ignoto, anche quando genera disagio. In un’epoca di forte polarizzazione e incertezza, i musei devono reinventarsi per rimanere rilevanti, devono deve essere un luogo di connessione e incontro, offrire un’opportunità di scambio piuttosto che diventare un tempio che custodisce oggetti “sacri”. Per questo abbiamo allestito spazi come la caffetteria, dove le persone possono sedersi e dialogare. L'arte è anche questo: vogliamo presentare oggetti e offrire spunti di riflessione che abbiano una relazione con la vita quotidiana.
Il tema “l’architetto e la casalinga” è legato a un saggio del 1999 di Frances Stark. Anziché chiederle un altro libro, le abbiamo commissionato una nuova prefazione scritta dalla prospettiva del 2026. Stark, che vive a Los Angeles, esprime una riflessione amara su come, in termini di parità e libertà di espressione, il 2026 non abbia raggiunto i traguardi sperati. Le opere in mostra pongono l’interrogativo: “chi ha diritto di parola?” Affrontano i modelli di ruolo e le alternative possibili».
Il Groninger Museum ha fatto una scelta coraggiosa e radicale. Ha assunto il ruolo di centro di sperimentazione decidendo di non limitarsi alla semplice esposizione della collezione, ma di farla rivivere; artisti contemporanei sono stati invitati a selezionare oggetti di epoche diverse nelle collezioni del museo e a creare qualcosa di nuovo prendendo spunto da quegli oggetti. Il tutto è confluito in quattro mostre che conversano tra loro.
«The Convent of Pleasure», Groninger Museum. Foto Siese Veenstra
In relazione al tema l’architetto e della casalinga Ani Schulze ha deciso di girare all’interno del museo le riprese del quarto episodio della sua soap opera «The Convent of Pleasure» mettendo sul piatto il tema della «costruzione» di una vita attraverso la storia di una serie di donne che rifiutano il ruolo di casalinghe e decidono di diventare «architetti» di una vita collettiva con le proprie regole: una «comune» come il Convent of Pleasure descritto nell’opera della scienziata e filosofa Margaret Cavendish, alla quale Schulze si è ispirata, che descrive un convento in cui nel 1668 un gruppo di donne decise di vivere insieme rifiutando il matrimonio e altre convezioni del vivere civile dell’epoca. Rimanendo ancorata alle questioni della società odierna, sulle quali la sua opera induce alla riflessione, l’artista tedesca fa un parallelismo tra quell’esperimento sociale del XVII secolo e il collettivo De Ploeg, un gruppo di giovani artisti che iniziarono a collaborare nel 1918 a Groninga e fino al 1930 sperimentarono e crearono nuove forme di espressione spaziando dalla pittura espressionista all’arte grafica, dalle arti applicate alle collaborazioni interdisciplinari con scrittori, musicisti e architetti.
«The Convent of Pleasure» è curato Clare Molloy ed è visibile nel padiglione De Lucchi fino al 9 maggio e, nello stesso padiglione, il museo dedica un interessantissimo approfondimento a De Ploeg a cura di Anneke de Vrie.
«The Architect & Housewife. Cleaning the House. Building the Future», Groninger Museum. Foto Peter Tijhuis
Il titolo della mostra centrale (ospitata fino al 9 maggio 2027 nei padiglioni Mendini e Coop Himmelb(l)au) «The Architect & Housewife. Cleaning the House. Building the Future» è ispirato a una pubblicazione del 1999 dell’artista Frances Stark, The Architect & The Housewife che esplorava le dinamiche di potere nella vita e nel mondo dell’arte attraverso le figure dell’architetto e della casalinga. Dopo un quarto di secolo i temi trattati da Stark sono ancora attuali: chi disegna la casa ha un ruolo pubblico, chi se ne prende cura è «invisibile», ma chi ha il diritto di progettarla? Si può essere artisti, ma la cena va comunque preparata e il bucato va comunque fatto. Molti artisti internazionali sono stati inviati a guardare alla collezione del museo e all’edificio in cui ha sede e riflettere su che cos’è l’arte rispetto al lavoro, qual è il suo ruolo, come può convivere con le esigenze e le pratiche della vita quotidiana, come può aiutare le persone a vivere meglio e ad affrontare le questioni urgenti del nostro tempo, a costruire il futuro appunto. Con questa mostra il museo torna all’approccio visionario e sperimentatore della direzione di Frans Hacks, cui si deve la costruzione della sua sede unanimemente riconosciuta come un capolavoro del Modernismo. Hacks non faceva distinzioni tra arte e cultura popolare e già all’epoca fece entrare in museo il design, la moda, la musica, i video e i graffiti. Molti gli artisti scelti dalle curatrici Roos Gortzak e Clare Molloy: Sol Calero, Maurice van Es, Núria Fuster, Zaha Hadid, Alison Knowles, Adam Linder, Matthew Lutz-Kinoy & Natsuko Uchino, Alessandro Mendini, Michael Pfrommer, Joanna Piotrowska, Alida Pott, Margaret Raspé, Katie Schwab & Simon Worthington, Sophie Serber, Frances Stark, Kathrin Sonntag, Pamela Phatsimo Sunstrum, Vivian Suter (particolarmente efficace l’allestimento delle sue opere nel vano della scala di Mendini), Mierle Laderman Ukeles, Evelyn Taocheng Wang, Nicole Wermers. Le loro opere affrontano temi quali la cura, la scala di valori, la collettività, la visibilità, la ripetizione e le attività della vita domestica.
«Playing House», Groninger Museum. Foto Siese Veenstra
Il padiglione Mendini ospita anche, ma solo fino al 10 gennaio, «Playing House» curata Judith Spijksma. Si tratta della terza Biennale d’arte per bambini e ragazzi organizzata dal Groninger Museum, il primo museo in Olanda a organizzare una Biennale dedicata ai giovani nel 2021. Anche in questo caso le opere sono di vari artisti internazionali: Mercedes Azpilicueta, afra eisma, Petrit Halilaj, Eva Kot’átková, Lina Lapelytė, sophie serber e Ola Vasiljeva. Li accomuna la convinzione che il gioco è qualcosa che vale la pena di difendere e celebrare e che l’immaginazione non è un modo per sfuggire al mondo, ma uno strumento per rimodellarlo. Assumono così importanza dettagli che molti vedono come insignificanti, quali parole e disegni su un banco di scuola, l’amico immaginario cui i bambini confidano i propri segreti o un suono particolare che può significare più di una frase: insomma la mostra osserva da vicino ciò che solitamente sfugge allo sguardo dei più per evidenziare quanto sia importante non rinunciare all’abitudine di sognare ad occhi aperti, sperimentare e prendere iniziative. Ne consegue la riflessione sulle regole con cui i bambini crescono e quelle che vale la pena infrangere.
Matthew Lutz-Kinoy & Natsuko Uchino. Keramikos Carrier Bag», Groninger Museum. Foto Peter Tijhuis
Nel padiglione Starck allestimento estremamente suggestivo, tra tende che velano, schiudono, suggeriscono percorsi e celano sorprese, per «Keramikos Carrier Bag», a cura di Roos Gortzak e Nicolas Trembley (fino al 10 gennaio). Il titolo fa riferimento a The Carrier Bag Theory of Fiction di Ursula Kroeber Le Guin, che presenta come strumento fondamentale per la sopravvivenza umana la sacca per raccogliere e trasportare anziché la lancia da caccia. La mostra celebra l’acquisizione da parte del Groninger Museum di «Keramikos 2», un servizio tavola composto da 300 pezzi in ceramica e relative tovaglie realizzato in collaborazione da Matthew Lutz-Kinoy e Natsuko Uchino e presentato, dopo essere stato utilizzato per cibi e bevande durante cene itineranti, in dialogo con pezzi selezionati nella straordinaria collezione di ceramiche asiatiche del Groninger Museum. Gli accostamenti generano incontri inaspettati tra materiali, tecniche e culture.
oos Gortzak, Clare Molloy e Judith Spijksma
La curatrice Clare Molloy, ha commentato così il nuovo capitolo: «Mi piace che, con il nostro nuovo programma di mostre interconnesse, il Groninger Museum si stia prendendo il tempo di investire in una programmazione a lungo termine. Tutti sono invitati a trascorrere un anno con gli archetipi dell’“architetto” e della “casalinga”, chiedendosi che cosa significhi costruire collettivamente il futuro e come vogliamo vivere insieme nel nostro mondo condiviso. In questo momento tanti sistemi stanno visibilmente crollando, e ciò che serve è l’immaginazione per immaginare passi in avanti più delicati e audaci. Chi è in una posizione migliore per mettere in pratica l’immaginazione se non l’arte e gli artisti?». Judith Spijksma aggiunge: «Questo nuovo capitolo è incentrato sugli artisti ed è guidato dalle prospettive che essi apportano alle questioni urgenti del nostro tempo. L’arte qui è intesa come un modo sensoriale e specifico di connettersi alla vita umana e al mondo che ci circonda; è un nuovo approccio che solleva domande sulla funzione stessa del museo e dei suoi programmi».
Il Groninger Museum ha rinnovato il logo con lo stesso criterio con cui ha progettato il nuovo programma: disegnato da Sabo Day prende le mosse da quello degli anni ’90 di Swip Stolk.