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teenage engineering, «Choir», 2022

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teenage engineering, «Choir», 2022

Il Design ha reso la musica un’esperienza fisica

Al Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum oltre 300 pezzi tra dispositivi tecnologici, grafiche iconiche e ambienti immersivi raccontano come il suono sia diventato visibile, portatile e condivisibile

Per decenni abbiamo discusso se la musica si dovesse ascoltare in vinile, in cassette, in mp3 o in streaming. La mostra «Art of Noise», al Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum di New York dal 13 febbraio al 16 agosto, sposta finalmente la domanda su un piano più interessante: non come suona la musica, ma dove, attraverso che cosa e in che tipo di spazio prende forma la nostra esperienza sonora. Perché prima ancora delle canzoni, sono stati gli oggetti, le architetture dell’ascolto e le scelte di design a educare le nostre orecchie.

La mostra non costruisce una cronologia nostalgica di formati scomparsi, ma una vera mappa sensoriale del Novecento e oltre. Oltre 300 pezzi tra dispositivi tecnologici, grafiche iconiche e ambienti immersivi raccontano come il suono sia diventato visibile, portatile, condivisibile, intimo, collettivo. In altre parole: progettato.

Il primo colpo di scena non è visivo, ma fisico. Il sistema hi-fi monumentale di Devon Turnbull, alias Ojas, accoglie i visitatori come una scultura abitabile. Non si guarda: si vive. Qui l’ascolto torna lento, profondo, quasi cerimoniale. Turnbull costruisce impianti come fossero architetture emotive, dove il suono avvolge il corpo e modifica la percezione dello spazio. È il contrario dell’algoritmo: nessuna distrazione, nessun salto di traccia, solo immersione.

Da lì in poi «Art of Noise» si muove come un montaggio cinematografico tra grafica, tecnologia e cultura pop. Le copertine dei dischi diventano vere e proprie porte d’ingresso emotive alla musica: il modernismo jazz di Reid Miles per Blue Note, l’esplosione latina di Izzy Sanabria, la nuova estetica concettuale dei Kalman per il new wave newyorkese. Non erano semplici involucri: erano identità visive che insegnavano come ascoltare.

Accanto, i poster psichedelici degli anni Sessanta e Settanta raccontano una stagione in cui la musica non si consumava, si abitava. Colori acidi, lettering allucinato, immagini che sembrano vibrare come amplificatori visivi del suono. Il design non accompagnava il concerto: lo anticipava emotivamente.

Milton Glaser, «Bob Dylan», 1966

Poi arriva la tecnologia, che in mostra non è celebrata come progresso lineare ma come trasformazione culturale. I primi fonografi, le radio, i giradischi modernisti, fino ai boombox, al Walkman, all’iPod. Ogni dispositivo ha cambiato la postura dell’ascolto: seduti in salotto, per strada, in solitudine, in movimento. Il design ha coreografato i nostri corpi molto prima che lo facessero le app.

Le sezioni più sperimentali spingono il discorso oltre la nostalgia: sculture sonore, stereo destrutturati, oggetti che sembrano usciti da un set di fantascienza domestica. La musica diventa materia fisica, vibrazione, esperienza tattile. Fino alle installazioni di teenage engineering, dove oggetti intelligenti cantano come un coro meccanico e l’ascolto diventa interazione.

Non è un caso che siano proprio loro a firmare l’allestimento: lo spazio espositivo si trasforma in una topografia sonora fatta di sedute, dispositivi e playlist curate. Il museo smette di essere luogo di osservazione e diventa ambiente di ascolto attivo.

Quello che la mostra «Art of Noise» suggerisce con elegante radicalità è che il design non ha mai semplicemente accompagnato la musica. L’ha resa possibile. L’ha resa sociale, privata, portatile, immersiva. Ha costruito rituali, comportamenti, comunità. Senza il giradischi non esiste il salotto musicale. Senza il boombox non esiste la strada come palco. Senza le cuffie non esiste l’ascolto solitario urbano. Ogni oggetto è un’architettura culturale.

In fin dei conti «Art of Noise» racconta una verità che diamo per scontata solo perché ci siamo cresciuti dentro: non abbiamo mai ascoltato la musica in modo neutro. L’abbiamo sempre attraversata tramite oggetti, spazi, interfacce e rituali progettati. Ogni epoca ha costruito il proprio modo di sentire, e quindi di vivere. Il suono passa. Il design resta. E mentre le canzoni cambiano formato, gli algoritmi sostituiscono i dj e l’ascolto diventa sempre più invisibile, una cosa emerge con chiarezza quasi inquietante: ciò che davvero plasma la nostra esperienza non è la musica in sé, ma l’ecosistema che la contiene. «Art of Noise» non celebra il passato né idolatra il futuro. Fa qualcosa di più scomodo: mostra che il nostro rapporto con il suono è sempre stato un progetto culturale.

J. M. Willmin, «Panasonic Toot-a-Loop (modello R-72)», 1969-72. © Ellen McDermott Photography

Germano D’Acquisto, 13 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Il Design ha reso la musica un’esperienza fisica | Germano D’Acquisto

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