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Nino Migliori

© A. Minzoni

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Nino Migliori

© A. Minzoni

I cento anni di Nino Migliori: «Ogni fotografia scattata è stata accompagnata dal piacere di farla»

Una mostra nell’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Bologna celebra un maestro della fotografia italiana attraverso una serie di scatti a colori del 1972

Valeria Tassinari

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L’apertura della stagione espositiva 2026 a Bologna non poteva mancare l’occasione di celebrare il centenario di uno dei più importanti esponenti della scena culturale cittadina, Nino Migliori (Bologna, 29 settembre 1926), storico maestro della scuola creativa bolognese contemporanea, che ha raggiunto una grande affermazione internazionale, restando sempre molto legato alla sua città, dove ha tenuto innumerevoli mostre, incontri e workshop, e dove dal 2016 ha sede la sua Fondazione. Attivo dal 1948, con la sua fotografia Migliori ha tracciato un percorso molto personale e per certi aspetti pionieristico nella cultura europea, passando dagli esordi in area neorealista a una costante sperimentazione di materiali e tecniche (dalle fotografie offcamera, alla polaroid, al bleaching, fino alle tante indagini in ambiti extra fotografici) con una peculiare capacità di attenzione per la materia e la luce, che lo ha spinto all’invenzione di modalità inedite, e che ancora oggi lo anima di un’inesauribile vitalità. Ed è stato lui, con la consueta capacità di raccontarsi, a presentare nella suggestiva ambientazione storica dell’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, la mostra «“I 100 anni di Nino Migliori”. I Manichini. Identità» (fino al 21 febbraio), una serie di fotografie a colori realizzate nel 1972, che raffigurano manichini di legno acefali, ricoperti da stratificazioni di stoffa dall’evidenza materica di memoria informale. La mostra, curata da Enrico Fornaroli, è promossa nell’ambito del progetto do ut do, che ogni anno organizza eventi culturali per riflettere su un tema di elevato valore etico-sociale, con lo scopo ultimo di sostenere la Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli; l’edizione di quest’anno, ideata da Alessandra d’Innocenzo, prevede un’ampia serie di mostre diffuse sul tema dell’Identità, ed è da qui che ha inizio la nostra intervista. 

Maestro Migliori, per lei il 2026 è un anno importante. La prima domanda è d’obbligo: com’è cambiata l’identità della società in questo secolo, che ha vissuto e, in gran parte, documentato e interpretato con il suo lavoro? Se si guarda indietro, quali sono stati gli aspetti per lei più sorprendenti del cambiamento?
Effettivamente quasi cento anni sono tanti e i cambiamenti sono stati numerosissimi in tutti gli ambiti, con differenze di evoluzione che gli specifici percorsi presentano. Il primo che mi viene in mente, proprio legato alla durata, è riferito alla medicina: da piccolo ero gracile, sofferente di asma, sono testimone che le grandi scoperte dalla penicillina e dai vaccini in poi hanno allungato le aspettative di vita. Ho vissuto il fascismo, il periodo bellico e, finita la guerra, ho vissuto l’ebbrezza della libertà, la volontà tenace di riappropriarsi della vita e il desiderio di accrescere la propria condizione in un clima di cooperazione e di volontà di miglioramento non solo personale ma collettivo. E così è stato per decenni. Sapere di far par parte di un Paese democratico che permetteva a chiunque un’ascesa culturale e sociale era di forte stimolo. Ecco, ora vedo un’involuzione. Penso ai giovani e li percepisco ripiegarsi, quasi rinchiudersi, perché non siamo in grado di offrire loro neppure l’idea di un futuro vicino. Questo per dire in modo semplicistico e semplificato che purtroppo il «sorprendere» lo interpreto in senso negativo vivendo ciò succede ora in Italia e nel mondo: guerre, violenza, fragilità sociale, mancanza di comprensione ed empatia. A distanza di ottant’anni è ancora terribilmente attuale la poesia di Salvatore Quasimodo «Uomo del mio tempo».

Lei è un personaggio riconosciuto in tutto il mondo, eppure la mostra «Manichini/Identità», basata su un suo progetto fotografico del 1972, può apparire un invito a ripensare al concetto stesso di identificabilità. Certamente negli anni Settanta il manichino aveva una sua peculiare iconicità nella ricerca artistica, richiamava echi della Metafisica, ma anche l’idea della vetrina come esistenza apparente...
Mesi fa, non appena accennai di queste fotografie inedite ad Alessandra D’Innocenzo, presidente di «do ut do», lei mi chiese se volessi partecipare all’edizione del 2026, perché il lavoro era adeguato come interpretazione del tema «Identità». Giustamente nella sua domanda lei dice che i manichini hanno un fascino metafisico, e anche per me sono legati al mistero, all’ambiguità tra vitalità e sospensione, sono figure perturbanti, enigmatiche, a volte lacerate come lo sono questi che ho fotografato nel 1972. I manichini sono un po’ burattini, un po’ marionette, questi sono sdruciti, rivestiti di brandelli variegati di stoffe di diverso colore, forma e materia. Alcuni hanno una «testa simbolica», altri ne sono privi, altri quasi «decapitati», ma seppur così «alieni», se si osservano con attenzione, si può intuire che hanno una loro «identità» distintiva e rivelano rapporti chiari e definiti tra loro. Ne sono attratto da sempre, tanto che in studio ne ho alcuni, tutti di diverse tipologie e dimensioni. Ogni tanto li fotografo per il piacere di farlo, senza un progetto preciso, e uno di loro si chiama Gene, diminutivo di Diogene.

Una veduta della mostra «“I 100 anni di Nino Migliori”. I Manichini. Identità» all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Photo: Claudia Gentile

Mentre tutti siamo inseguiti e raggiunti da un infinito magma di fotografie e video professionali e amatoriali, che cosa fa la differenza tra un’immagine e un’opera d’arte? Che cosa rende memorabile una fotografia? Il «momento decisivo», l’«infedeltà», la sperimentazione tecnologica, la curiosità, la capacità di intercettare il caso...? A lei che cosa piace?
Le varie motivazioni che lei ha stilato con acutezza sono anche quelle che di volta in volta, secondo le occasioni, mi hanno spinto a fotografare. Le faccio alcuni esempi: il momento decisivo mi ha permesso di catturare «il tuffatore»; l’infedeltà è paradigma della Fotografia perché ogni scatto è la fedele rappresentazione della personale scelta del fotografo non della realtà oggettiva; la sperimentazione mi ha accompagnato da quando ho iniziato a fare fotografie; la curiosità mi ha spinto a scoprire che cosa succede se si opera infrangendo le regole, come quando ho realizzato le polapressure; il caso che incontra il quotidiano come la volta che, vedendo una striscia di plastica volteggiare spinta dal vento, mi ha fatto pensare a un «Alfabeto Immaginato». Questo per dire che non so rispondere alle sue domande. Per quanto riguarda l’artisticità, ovvero se un’immagine sia un’opera d’arte, lo può stabilire un critico, un gallerista, la storia, non certamente l’autore, però le posso dire che ogni fotografia che ho scattato rappresenta una scelta accompagnata dal piacere di farla.

Nel suo lavoro qual è stata la sperimentazione che le ha dato più emozione e che cosa le piacerebbe ancora sperimentare?
Nel 1948, una mattina, dopo una notte trascorsa a sviluppare e a stampare nella camera oscura realizzata nel bagno di casa, trovai un pezzo di carta fotografica che presentava delle sfumature colorate pur essendo una carta per fotografie bianco/nero. La cosa mi stupì e incuriosì. La notte successiva iniziai subito le sperimentazioni per capire il perché di quella singolare anomalia. Quella prima notte di ricerca fu di grande emozione, diede il via alle ossidazioni e a tutte le altre sperimentazioni. L’Intelligenza Artificiale al momento non mi stimola, a me piace «metterci le mani» anche con Photoshop e sbagliare, sbagliare, sbagliare prima di arrivare al risultato soddisfacente, non trovare una «pappa pronta». Spesso sono state le circostanze che mi hanno stimolato a sperimentare quindi sono ancora aperto a future occasioni.

Pensiamo al futuro. La Fondazione Nino Migliori, nata nel 2016 per la tutela e valorizzazione del suo lavoro, ha tra le sue finalità anche la promozione di «percorsi formativi per giovani autori in tutti i campi di manifestazione dell’arte». Quale eredità vorrebbe lasciare ai giovani che si approcciano alla creatività e quale eredità sa di poter lasciare?
Ho tenuto tanti workshop con giovani, ora mi limito agli incontri verbali. Quello, comunque, che ho sempre cercato e cerco di trasmettere è quanto sia importante credere in quello che si è, che si fa al di là della moda e del mercato, liberi di sbagliare e ricominciare con rinnovata determinazione, forza e volontà.

Se dovesse regalare un’opera di Nino Migliori a un bambino nato nel 2026, quale sceglierebbe (e perché)? 
Sceglierei un’opera che sia di buon augurio, un simbolo per una vita nobile ricca di colori, profumi e gioia, un fiore tra quelli della serie «Edenflowers», per un percorso che offra opportunità e riuscita in un ambiente sano nel senso più ampio del termine.

Nino Migliori, «Manichini #4», 1972. © Fondazione Nino Migliori

Nino Migliori, «Manichini #2», 1972. © Fondazione Nino Migliori

Valeria Tassinari, 23 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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