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Uno dei quaderni di Guttuso in mostra a Palazzo Belmonte Riso

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Uno dei quaderni di Guttuso in mostra a Palazzo Belmonte Riso

Guttuso, Buttitta, Maggio: il filo invisibile che legava i tre di Bagheria

Il Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palazzo Belmonte Riso di Palermo il Novecento siciliano vissuto come trama di relazioni profonde

Arianna Scinardo

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«Per essere poeta bisogna amare tutto della vita»: il pensiero del poeta Ignazio Buttitta sembra attraversare idealmente «Il segno dei tre», la mostra allestita fino al 4 gennaio nel Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palazzo Belmonte Riso di Palermo che è anche un racconto di relazioni, influenze e affetti. Qui pittura, poesia e scultura si intrecciano sotto un’unica identità: la Sicilia. Curata da Nara Bernardi, Evelina De Castro e Salvatore D’Onofrio, la mostra infatti mette al centro non soltanto tre personalità del Novecento quali Ignazio Buttitta, Renato Guttuso e Nino Maggio, ma soprattutto il filo invisibile che le unisce: un sistema di influenze reciproche e di sodalizi intellettuali e affettivi che affondano le radici a Bagheria, città che ha dato i natali e un’identità profonda ai tre, così come a quella costellazione culturale che comprende anche Giuseppe Tornatore e Ferdinando Scianna. Un microcosmo creativo in cui le arti non si separano, ma si contaminano e dialogano costantemente.

Si parte da Guttuso, che fin dagli anni giovanili manifesta una naturale tensione verso linguaggi diversi: i quaderni del liceo, esposti per la prima volta, delineano un segno ancora incerto, ma già attraversato da un’urgenza narrativa e civile destinata a caratterizzare tutta la sua opera. Allo stesso modo le poesie di Buttitta, presentate in mostra con cancellature, varianti e annotazioni, rivelano un processo creativo che dialoga con il gesto visivo: la parola come materia da incidere e modellare, non distante dalla pratica della pittura o della scultura. È in questo spazio di confine tra linguaggio verbale e linguaggio visivo che il progetto curatoriale trova una delle sue chiavi di lettura più efficaci, facendo emergere il «dettaglio» come indizio, secondo il paradigma investigativo di Umberto Eco e Thomas Sebeok da cui la mostra prende il titolo. In questo intreccio s’inserisce lo scultore Nino Maggio, con le sue opere sospese tra memoria contadina e sperimentazione contemporanea, tra legno e automatismi, una perfetta sintesi che esalta la genuinità dei tre artisti.

«Il segno dei tre» restituisce così l’immagine di un Novecento siciliano vissuto come trama di relazioni profonde: una grande famiglia di maestri che si sono osservati, influenzati e sostenuti a vicenda, condividendo una stessa responsabilità nei confronti della realtà e della storia. 

 

Arianna Scinardo, 23 dicembre 2025 | © Riproduzione riservata

Guttuso, Buttitta, Maggio: il filo invisibile che legava i tre di Bagheria | Arianna Scinardo

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