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Germano D’Acquisto
Leggi i suoi articoliGli anni Ottanta non sono mai davvero finiti: si sono semplicemente nascosti dentro le interfacce che usiamo ogni giorno. È da questa intuizione che la mostra «Hit List 80. Design, interfaccia, colore», alla Galleria Civica di Trento dal 21 febbraio al 28 giugno, costruisce il suo racconto, evitando la scorciatoia nostalgica per trasformare un decennio spesso ridotto a estetica in un laboratorio critico sul presente. Il progetto del Mart, curato da Margherita de Pilati e Gabriele Lorenzoni con Campomarzio, non mette in vetrina un repertorio ma un ecosistema: arte, architettura e design come linguaggi che negli anni Ottanta iniziano a contaminarsi con una naturalezza che oggi diamo per scontata.
A Trento quel decennio coincide con una fase di ridefinizione profonda del rapporto tra immagine, oggetto e spazio. È il momento in cui il territorio, lontano dalle capitali, costruisce le proprie infrastrutture culturali e allo stesso tempo sperimenta un’idea di modernità fatta di centri commerciali, villette a schiera, servizi e nuove forme di socialità. La mostra restituisce questa complessità senza gerarchie, facendo convivere serigrafie, progetti architettonici e oggetti di design come frammenti di una stessa trasformazione. Non un archivio, piuttosto una mappa di tensioni.
Tra i protagonisti emerge con particolare chiarezza Umberto Postal, figura chiave per comprendere come l’opera inizi a comportarsi come dispositivo relazionale più che come oggetto. Nelle sue sperimentazioni tra immagine e supporti elettronici si intravede una genealogia delle pratiche digitali che diventeranno centrali solo anni dopo. Sul versante del design, la presenza di Marco Zanini e il dialogo con l’universo Memphis riportano alla luce l’energia cromatica e progettuale che ha reso gli anni Ottanta un momento di espansione visiva, mentre l’architettura, da Salvotti de Bindis a Cristofolini, racconta la tensione continua tra utopia sociale e pragmatismo economico.
Ciò che rende il progetto particolarmente interessante è il modo in cui legge quel periodo come anticamera del presente. L’esplosione del terziario, la nascita di nuovi modelli urbani, la progressiva managerializzazione delle decisioni politiche: elementi che oggi consideriamo strutturali prendono forma proprio allora. Guardarli a distanza di quarant’anni significa riconoscere come molte delle nostre abitudini spaziali e visive abbiano origine in quel momento di passaggio tra analogico e digitale, tra ideologia e mercato.
L’allestimento, lontano da ogni tentazione celebrativa, funziona come un dispositivo di montaggio. Le opere non sono chiamate a rappresentare un’epoca ma a far emergere le sue ambiguità: espansione e crisi, ottimismo tecnologico e inquietudine sociale, libertà espressiva e omologazione. In questo senso «Hit List 80» si inserisce nella linea di ricerca del Mart dedicata al territorio, ma lo fa con uno sguardo che supera la dimensione locale per interrogare una condizione più ampia, quella di un’Italia che negli anni Ottanta scopre la propria dimensione postindustriale.
Più che una mostra sugli anni Ottanta, «Hit List 80» sembra allora un test sul nostro presente: quanto di quel decennio abita ancora il modo in cui progettiamo, consumiamo, immaginiamo lo spazio? La risposta non è nei singoli oggetti, ma nell’energia che li tiene insieme, quella sensazione che il progetto, quando intercetta un passaggio storico, non documenta il tempo ma lo anticipa.
Memphis Milano, produttore Zanini, «Baykal», 1982. Courtesy Memphis Milano