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Gino Severini, «La leçon de musique», 1928 - 1929, Rovereto, MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Collezione VWF-Stiftung

Crediti fotografici: MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

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Gino Severini, «La leçon de musique», 1928 - 1929, Rovereto, MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Collezione VWF-Stiftung

Crediti fotografici: MART, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto

Gino Severini, un toscano internazionale

Al Maec di Cortona, che presenta l’allestimento di tre nuove sale, 80 opere tra capolavori e opere rare del maestro cortonese, di suoi contemporanei e opere antiche, evidenziano il suo ruolo di mediazione e dialogo con le più importanti culture figurative del ’900

Un artista e la sua città. Nell’ambito del grande progetto promosso dalla Città di Cortona allo scopo di «ridefinire e riannodare il legame tra uno dei principali protagonisti dell’arte del Novecento e  la sua città natale, valorizzandone i luoghi di riferimento, l’eredità culturale e artistica, il legame affettivo e gli stimoli reciproci», Daniela Fonti e Margherita d’Ayala Valva curano la mostra internazionale, a 60 anni dalla morte dell’artista, «Gino Severini. Modernità come dialogo». L’antico Palazzo Casali, sede del Maec-Museo dell’Accademia Etrusca e della Città di Cortona, dal 5 luglio al primo novembre ospita così uno dei tasselli più prestigiosi del grande progetto «Gino Severini. Una vita nel segno di Cortona, Roma e Parigi» sostenuto dal Pac-Piano per l’Arte Contemporanea 2024, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Mic. Anche grazie al fondamentale contributo della figlia dell’artista, Romana, la cui donazione di un importante nucleo di opere e materiali ha integrato i precedenti lasciti alla collettività cortonese effettuati dalla famiglia alla fine degli anni Sessanta, il cuore del progetto sono le tre nuove sale del Maec curate da Daniela Fonti, che non presentano opere futuriste ma capolavori figurativi di grande intensità come «La Bohèmienne» (1905) e «Maternità» (1916). Il Maec è infatti il centro ideale di un sistema che si estende alla scala urbana grazie agli Itinerari Severiniani, raccolti in una guida e accessibili digitalmente tramite QR code. La mostra «Gino Severini. Modernità come dialogo» presenta 80 opere, accostando noti capolavori e opere più rare del maestro cortonese a lavori di artisti suoi contemporanei e a preziose opere antiche, documenti originali e un’installazione multimediale immersiva. Strutturata in cinque sezioni, la mostra si avvale di straordinari prestiti nazionali (provenienti tra gli altri dai Musei Vaticani di Roma, dalla Galleria dell’Accademia di Firenze e dal Mart di Rovereto) e internazionali, come la gigantesca tela futurista «La danse du Pan-Pan à Monico» (1911-60, 4x2,80 metri), oggi conservata al Centre Pompidou di Parigi e assente dall’Italia da ben 35 anni. Abbiamo intervistato Daniela Fonti.

Quali sono gli aspetti più innovativi della mostra?
Si tratta di un progetto temporaneo che costituisce la fine del percorso che ha visto come momento apicale la restituzione in tre sale permanenti, nell’ottobre 2023, del patrimonio severiniano custodito dal Maec, integrato dalla donazione di Romana Severini. A dimostrazione della grande attualità del maestro cortonese, la mostra si avvale anche dell’innovativo contributo dei numerosi giovani studiosi che hanno partecipato nel 2025 a un lungo ciclo di incontri sull’artista. L’amministrazione comunale ha quindi deciso di organizzare una grande mostra, la cui definizione ci ha richiesto un anno e mezzo e desideravamo si basasse non su un tradizionale impianto monografico, ma su un progetto a tesi che sviluppasse solo alcuni temi della grande produzione del maestro. In particolare, volevamo evidenziare il ruolo di mediazione e dialogo che Gino Severini (1886-1966) ha avuto con le più importanti culture figurative del Novecento, sottolineando quei momenti in cui il suo lavoro si è misurato e modificato nel confronto con altri linguaggi o li ha influenzati. Severini ha scritto moltissimo, soprattutto nella seconda fase della vita, nell’intento di fondere due eredità: la tradizione italiana che gli veniva dal suo essere nato a Cortona, dal suo essere toscano, dal suo avere quindi abituato l’occhio fin da ragazzo ai capolavori della cultura figurativa medievale e rinascimentale, e il vivificante confronto con le avanguardie internazionali nelle quali si è letteralmente gettato una volta arrivato, giovanissimo, a Parigi.

Come avete strutturato la mostra? 
Presentiamo solo alcuni momenti fondativi del percorso dell’artista, partendo dalla formazione. Nella prima sala ne indaghiamo infatti l’apertura ai linguaggi postimpressionisti, dedicando significativa attenzione alla cultura figurativa toscana postmacchiaiola, che per lui è stata molto importante come dimostrano i formati delle opere e l’impostazione generale. A Roma Severini si confronta con il Divisionismo, linguaggio italiano in qualche modo parallelo al Neoimpressionismo francese, affiancando alle tematiche macchiaiole del lavoro e del paesaggio il ritratto mondano. In questo percorso formativo il giovane artista dialoga anche con Balla e Boccioni, e infatti al Futurismo è dedicata la seconda sala che affronta l’arco cronologico 1911-14. Qui dedichiamo un focus alla replica degli anni Sessanta, fortemente voluta dal maestro, del capolavoro futurista «Pan Pan», del cui originale si perdono le tracce nel 1918. Ricostruiamo anche l’importanza della rivista «Lacerba», quando appunto il Futurismo ingloba quelle istanze toscane che costituiscono il fil rouge della mostra. Esponiamo incisioni, oltre che di Severini, di Picasso, Soffici, Carrà, Boccioni e Balla. La terza sezione affronta il rientro del maestro a Parigi e il dialogo con i cubisti, incentrato sulla galleria di Léonce Rosenberg e sulla rivista «Valori Plastici», in cui Severini si ritaglia nuovamente un ruolo di «ponte», questa volta con l’intento di portare il Cubismo in Italia, come ha già fatto cercando di portare i futuristi a Parigi. Prova addirittura ad aprire una galleria di pittura cubista a Roma allo scopo di abbattere le barriere di quel provincialismo che vede come una malattia specifica della cultura italiana. La quarta sezione espositiva è dedicata all’allontanamento definitivo dalle avanguardie e al ritorno a una figuratività intrisa di cultura visiva toscana, come testimoniano la celebre «Maternità» del 1916 e il libro Dal cubismo al classicismo, che pubblica nel 1921. Ovviamente intorno al perno toscano ruota la riscoperta dell’affresco per la Sala delle Maschere del Castello di Montegufoni e quella della prospettiva rinascimentale basata sul numero d’oro, qui utilizzata per un tema tratto dalla commedia dell’arte. In questa sezione proponiamo opere mai o raramente esposte in Italia, come «Pulcinella che suona il violino», oltre a «Maschere e rovine» del 1929, testimonianza del tentativo di affermare nella Parigi della fine degli anni Venti il Realismo Magico italiano come alternativa al Surrealismo francese. L’ultima sala è interamente concentrata sul rinnovamento dell’iconografia sacra e dei grandi cicli decorativi di soggetto religioso, esperienza che dagli anni Venti giunge al 1960 e vede come epicentri le chiese della Svizzera Romanda e Cortona, con i grandi cartoni degli anni Quaranta per la Via Crucis poi tradotti in mosaico.

Qual è stato il contributo specifico della figlia dell’artista?
Oltre ad avere partecipato fin dall’inizio a tutto il progetto dedicato a suo padre, Romana Severini sta lavorando con me alla chiusura, in qualità di coautrice, dell’aggiornamento del catalogo ragionato dell’opera severiniana, che avevo pubblicato per Mondadori nel 1988. Si tratta di un lavoro lungo e imponente di verifica e studio di oltre 1.600 opere, che speriamo di dare alle stampe entro il 2026. Ha inoltre collaborato all’allestimento delle nuove sale del Maec e ha sostenuto la mostra con importanti prestiti.

E per quanto riguarda la poco nota attività di Severini in Svizzera?
Nell’ultimo quadriennio la Scuola Universitaria della Svizzera Italiana (Supsi) si è dedicata a un significativo lavoro di riesame e studio anche tecnico dei cicli sacri realizzati dal maestro in Svizzera, sviluppando un gruppo di lavoro trasversale con l’apporto di chimici, storici dell’arte ed esperti del restauro. Ne emerge da parte di Severini una riscoperta dell’affresco un po’ incerta sotto il profilo tecnico all’inizio, nel 1926, poi sempre più abile. La possibilità di presentare in modo immersivo questi cicli decorativi attraverso dei filmati ribadisce l’internazionalità della mostra, che si avvale anche di una campagna fotografica in scala 1:1 e di  gigantografie. Allo scopo di offrire la sensazione di entrare nel cantiere del maestro, esponiamo infine materiali di lavoro come bozzetti, cartoni, schizzi, studi e maquette.
 

Gino Severini, «Natura morta religiosa (bozzetto per mosaico del Duomo di Cortona)», 1931 – 1932, Città del Vaticano, Musei Vaticani Crediti fotografici: © Governatorato dello Stato della Città del Vaticano - Direzione dei Musei Vaticani

Gino Severini, «Bozzetto per l'affresco dell’Ultima Cena (Chiesa di la Roche – CH)», 1927, Città del Vaticano, Musei Vaticani Crediti fotografici: © Governatorato dello Stato della Città del Vaticano – Direzione dei Musei Vaticani

Elena Franzoia, 03 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

Gino Severini, un toscano internazionale | Elena Franzoia

Gino Severini, un toscano internazionale | Elena Franzoia