Installation view della mostra «I lampi sono spine» da Riccardo Costantini Contemporary

Cortesia di Bruno Barbero

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Installation view della mostra «I lampi sono spine» da Riccardo Costantini Contemporary

Cortesia di Bruno Barbero

Fragilità e delicatezza da Costantini

Grafiche e fotografie si avvicendano in un percorso emozionale creato da due artiste che interpretano i moti interiori riconoscendosi l’una nel lavoro dell’altra 

Installation view della mostra «I lampi sono spine» da Riccardo Costantini Contemporary

Veronica Gambula e Asja Pedrolli sono protagoniste della doppia personale «I lampi sono spine» da Riccardo Costantini Contemporary (sino al 15 giugno). Curata dal collettivo curatoriale Ghёddo (formato da Olga Cantini, Rachele Fassari, Davide Nicastro, Marta Saccani, Barbara Ruperti è attivo a Torino dal 2021 e promuove l’arte emergente creando una rete dinamica tra artistə, gallerie e spazi indipendenti del territorio), la mostra sintetizza l’intensa poetica di due artiste, entrambe studentesse di Grafica all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. I versi della poetessa Ingeborg Bachmann fanno da incipit ideale al percorso sposandosi meravigliosamente con il racconto visivo tutt’attorno: «Ovunque ci volgiamo nella bufera di rose, la notte è illuminata di spine, e il rombo del fogliame, così lieve poc’anzi tra i cespugli, ora ci segue alle calcagna». Le parole della scrittrice austriaca paiono infatti manifestarsi, accendersi, acquistare anima e corpo nei lavori di grafica e fotografia esposti. Questi recano trame e ramificazioni, dissolvenze e sfocature ma documentano anche chiaramente, attraverso tanti piccoli scatti giustapposti, l’azione banale dello scioglimento di un ghiacciolo dentro una bocca, ripreso in ogni sua fase, a evidenziarne il cambiamento di stato e, quindi, l’instabilità.

Come Bachmann cantava attraverso la metafora della bufera di rose l’instabilità emotiva umana, così le opere delle due autrici, pur nella loro diversità, sono racconti visivi in cui la vulnerabilità, l’incertezza, i traumi e le piccole e grandi ferite della vita trovano nella tecnica un grande alleato. I solchi, i graffi, l’intensità più o meno vigorosa del segno, come le infinite possibilità che l’incisione consente, convergono in lavori in bianco e nero dalle atmosfere sospese che talora Veronica Gambula arricchisce tramite interventi di cucitura a mano. Elementi naturali e organici danzano all’unisono in composizioni che acquistano un loro preciso ritmo, scandito dall’alternanza di pieni e vuoti nel disegno come nello spessore del supporto. Le piccole immagini di Pedrolli che accolgono il visitatore nella prima stanza della mostra si sposano perfettamente con le scrostature alle pareti quasi a fare da lente di ingrandimento di invisibili iconografie nascoste. L’artista, che si muove in un territorio di confine tra incisione e fotografia, è aperta all’errore che si può verificare durante ogni procedimento creativo e ne accetta la sfida per sondare la sua materia prima. «Per questo, la sua idea di opera conclusa è il risultato di diverse sperimentazioni sull’immagine fotografica, tagli, ingrandimenti, sovraesposizioni, che la distaccano dalla sua forma originale per produrne una visione alternativa, talvolta per ricostruire un ricordo o per esorcizzare un evento traumatico», scrive Barbara Ruperti.

«Fusione catartica» di Asja Pedrolli. Cortesia di Bruno Barbero

Circa l’accostamento delle loro opere, Pedrolli non ha dubbi: «Il dialogo artistico che si è creato fra di noi è un connubio di ammirazione e sensazioni maturate nel corso del tempo. L’allestimento e la scelta delle opere in mostra sono stati avvantaggiati dalla professionalità e la sensibilità del team Ghëddo e di Costantini, che ci hanno affiancato e supportato durante tutta la preparazione dell’esposizione». Da parte sua Gambula precisa: «Entrambe frequentiamo il secondo anno del biennio di Grafica d’arte, il progetto si è sviluppato nei laboratori di calcografia dove quotidianamente lavoriamo alle nostre ricerche. La pratica della stampa d’arte è un processo di cura dei minimi dettagli, spesso per questioni tecniche è necessario l’aiuto reciproco e questo spinge gli studenti a confrontarsi per trovare soluzioni, osservare attraverso la sperimentazione dell’altro le variabili che assume il linguaggio del segno. Ci siamo conosciute e riconosciute nel lavoro l’una dell’altra, questa affinità di contenuti seppur espressa con codici distinti ci ha permesso di avvicinare in maniera molto naturale le nostre opere ed individuare un percorso visivo che potesse accompagnare il pubblico nei luoghi che descriviamo». La proposta espositiva si inserisce in un programma più ampio di mostre a cura di Ghёddo che prevede la collaborazione tra artistə e spazi d’arte contemporanea di Torino.

«Lexicon line» di Veronica Gambula. Cortesia di Bruno Barbero

Monica Trigona, 10 giugno 2024 | © Riproduzione riservata

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