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Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliTrecentomila immagini raccolte in quarant’anni. Volti di persone che camminano per strada, corpi distesi sulla spiaggia di Lignano, ombre, riflessi, animali, finestre, dettagli comparsi per pochi secondi davanti all’obiettivo. Per Ila Bêka fotografare è sempre stato prima di tutto un modo per allenare lo sguardo: fermare piccoli eventi destinati a scomparire in un archivio di percezioni. Un immenso repertorio privato da cui nasce «FOTONI», la prima mostra dedicata alla ricerca fotografica dell’artista e regista friulano, ospitata fino all’11 ottobre 2026 al Magazzino delle Idee di Trieste con la curatela di Barbara Casavecchia. Una selezione di oltre 300 fotografie, molte delle quali mai stampate prima, emerge da un archivio personale di 300mila immagini costruito parallelamente al lavoro cinematografico che Bêka porta avanti da vent’anni con Louise Lemoine.
Nato a Latisana nel 1967, formatosi in architettura tra Venezia e Parigi, Bêka è conosciuto a livello internazionale soprattutto per i film, realizzati con Lemoine, sul rapporto tra persone e spazio, una ricerca ventennale che ha spostato il racconto dell’architettura dagli edifici alla vita che li attraversa: gesti e abitudini diventano la lente per leggere gli spazi. Un approccio che nel 2016 ha portato una selezione dei loro lavori nella collezione permanente del MoMA di New York. Dietro quella ricerca cinematografica esiste però un’altra pratica quotidiana: fotografare senza progetto, usando il cellulare come taccuino visivo, raccogliere immagini prima ancora di sapere quale forma assumeranno. Il titolo della mostra, insieme alla sua idea di fotografia, nasce anche dalla passione per la fisica e la meccanica quantistica. «Vedere significa tradurre i fotoni in esperienza», spiega l’artista. I fotoni sono ciò che rende possibile la visione: colpiscono la materia, arrivano ai nostri occhi e vengono trasformati dal cervello in forme, colori, esperienza. Il principio di Indeterminazione di Heisenberg diventa così una chiave di lettura per l’intera sua pratica: l’atto stesso di osservare e catturare la realtà attraverso l’obiettivo finisce per modificarla, trasformando il flusso caotico del quotidiano in un’esperienza visiva definita. La selezione delle opere nasce «dalla volontà di capire, all’interno di questo flusso di immagini, quali siano in grado di riattivare lo sguardo e far emergere nuove percezioni», prosegue l’artista.
Il percorso costruito da Casavecchia evita la cronologia e segue il movimento stesso dell’archivio: associazioni, ricordi, intuizioni. Le immagini scorrono come un montaggio cinematografico, facendo emergere due nuclei principali. Da una parte il corpo, dalle fotografie nate negli anni della giovinezza a Latisana e sulle spiagge di Lignano Sabbiadoro, dove figure e gesti diventano volumi nello spazio. Dall’altra la luce: riflessi, bagliori, zone d’ombra, apparizioni minime che trasformano dettagli ordinari in immagini sospese. Scatti nati in formato tascabile diventano immagini di grandi dimensioni, cambiando scala e presenza. La mostra porta così sulla carta fotografica un archivio rimasto fino a oggi in gran parte invisibile, il diario visivo di un autore che ha sempre osservato la realtà e le sue tante storie possibili, visioni «capaci di riempirci dello stesso stupore che, da piccoli, ci ha colti nello scoprire un raggio di luce che danza tra la polvere, o un micro arcobaleno che s’imprime sul palmo aperto», conclude la curatrice. La mostra è prodotta e organizzata dall’Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia – ERPAC.
Ila Bêka, dalla serie «Fotoni», 2026, Trieste, Magazzino delle Idee © Ila Bêka, 2026
Ila Bêka, dalla serie «Fotoni», 2026, Trieste, Magazzino delle Idee © Ila Bêka, 2026