Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliSi apre il 3 ottobre (fino al 14 febbraio 2027) la mostra dedicata a Carol Rama (Torino, 1918-2015) quinto appuntamento del progetto «In Visita», all’interno del percorso permanente delle Collezioni del Novecento a Palazzo de’ Rossi a Pistoia. Abbiamo intervistato Monica Preti, direttrice della Fondazione Musei Pistoia e curatrice del progetto.
Come nasce questo progetto?
È un progetto cui tengo molto, che nasce dall’idea di invitare, all’interno del percorso permanente delle Collezioni del Novecento di Palazzo de’ Rossi, una o più opere di importanti collezioni italiane e internazionali: abbiamo iniziato con Fausto Melotti nel 2022, poi Giorgio de Chirico, Maria Lai e Giacomo Balla. Un’occasione per creare nuove prospettive, nuove letture, mettere in dialogo opere. Nell’intento di approfondire alcune figure femminili dell’arte del ’900, come già per Maria Lai, quest’anno esponiamo sei opere di Carol Rama provenienti dalle collezioni di Intesa Sanpaolo a loro volta provenienti da due diverse istituzioni bancarie: la Banca Commerciale Italiana (che le aveva acquisite tra il 1986 e i primissimi anni Novanta) e l’Istituto Mobiliare Italiano (acquisite dalla stessa artista nel 1975). Sono raccolte che, nell’ambito della tradizione collezionistica bancaria, testimoniano l’attenzione riservata a un lavoro come quello di Rama, allora considerato fra i più indipendenti e non convenzionali del panorama italiano, in anni non ancora segnati dall’ampio riconoscimento internazionale dell’artista. A queste si aggiunge poi un’opera in prestito da una collezione privata, eseguita nel 1964 e appartenente alla serie dei «Bricolages».
Lea Vergine, cui spetta la riscoperta critica della produzione di Carol Rama, definiva nel 1985 la sua arte «eroica, esotica, eretica»: che tipo di opere sono quelle che figurano a Pistoia?
Non sono le opere che più conosciamo, ma di una stagione meno nota che va dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, in cui si evidenzia la forte inclinazione sperimentale di Rama, che passa dalle esperienze dell’astrazione legata al contesto torinese del Movimento Arte Concreta fino a quelle informali e materiche più radicali, segnate dall’impiego di materiali non tradizionali. Ancora oltre troviamo le ricerche di tipo spaziale, condotte con le camere d’aria da biciclette e da pneumatici su tela da capote, le «gomme», e quelle con il filo cucito sulla tela in esili diagrammi. Il saggio di Maria Grazia Messina nel catalogo, edito da Gli Ori, chiarisce bene come il lavoro di Rama sia poco etichettabile.
Carol Rama era torinese, ma c’è un legame con Pistoia?
Mi piace quando una mostra riesce a proporre nuove chiavi di lettura di un’artista e, nello stesso tempo, raccontare qualcosa della storia del luogo che la ospita. In questo caso si mette in luce un momento importante della cultura pistoiese, quando fu dedicata a Rama, nel 1965, una mostra alla Sala Ghibellina del Museo Civico, con un testo di presentazione di Edoardo Sanguineti, che fu fra i primi a far emergere la singolarità del suo linguaggio e fu poi legato all’artista da lunga amicizia. La collaborazione dell’Archivio Carol Rama e la documentazione messa a disposizione dai Musei Civici di Pistoia restituisce una rete di relazioni, protagonisti e circostanze della prima mostra di Rama in uno spazio pubblico. Si comprende, così, grazie al saggio in catalogo di Annamaria Iacuzzi, conservatrice di Fondazione Pistoia Musei e cocuratrice del progetto, come Pistoia seppe confrontarsi con una delle ricerche più radicali dell’arte italiana contemporanea. Per questo motivo, abbiamo voluto esporre «Senza titolo (Bricolage R4)», l’opera proveniente da collezione privata, che figurava alla mostra del 1965 e che dialogherà con «Scioperanti», una scultura del simbolista Andrea Lippi, conservata nel museo: un gesso di forte pathos visivo, in cui le forme contorte emergono da una colata materica che in qualche modo entra in risonanza con le macchie incrostate di oggetti di recupero dei lavori di Carol Rama di quegli anni.
Una veduta del nuovo percorso archeologico Museo dell’Antico Palazzo dei Vescovi, Pistoia, 2025. © Lorenzo Marianeschi. Courtesy Fondazione Pistoia Musei
Tre opere sono nella sala del museo di solito deputata a «In Visita», mentre altre quattro (tre di Intesa Sanpaolo e «Bricolage R4»,) sono collocate in altri punti del percorso della collezione permanente. Quale criterio avete seguito nella scelta di questa disposizione?
Non intendiamo suggerire analogie dirette, ma evidenziare la ricchezza dei dialoghi possibili anche a distanza nel tempo: mettendo in relazione le ricerche di pittura concreta svolte nell’ambito del Mac con i coevi linguaggi di Mario Nigro o Gualtiero Nativi; il nero impasto informale, con le ricerche di Fernando Melani rivolte ai processi energetici e trasformativi della materia; le ritmiche scansioni delle «Gomme» e dei fili cuciti sulla tela con le strutture segniche e le tensioni spaziali di Massimo Biagi. Oppure l’occhio che emerge dal groviglio segnico di Giorgio Ulivi (1965) che può rimandare agli occhi di bambola, che Rama avrebbe introdotto nei «Bricolages» tra 1966 e 1967.
Quali sono i progetti di mostre future in altri spazi della Fondazione Musei Pistoia?
Abbiamo diversi progetti già avviati e il prossimo appuntamento sarà la mostra «Una scena, tre direzioni. Barni, Buscioni, Ruffi dalla donazione Carlo Palli», dedicata alla donazione di Carlo Palli, mercante d’arte, collezionista e protagonista della scena artistica italiana degli ultimi decenni. Dopo la mostra a Prato della donazione di Carlo Palli al Centro Pecci, attualmente in corso, qui si tratta di un nucleo significativo di opere di tre protagonisti della cosiddetta Scuola di Pistoia, con percorsi artistici profondamente diversi, ma nati all’interno di uno stesso contesto culturale, Roberto Barni, Umberto Buscioni e Gianni Ruffi, donati alla Fondazione Caript e a Fondazione Pistoia Musei. Il senso del progetto è raccontare certamente una donazione, ma soprattutto una rete di relazioni: artisti, critici, galleristi, amicizie, incontri. Perché io credo che la responsabilità del museo sia non soltanto conservare le opere, ma ricostruirne la biografia: il contesto in cui sono nate, le relazioni che le hanno rese possibili, ma anche i successivi spostamenti, i cambiamenti di contesto, di proprietà e di significato. Anche il museo, in fondo, è uno dei contesti della loro storia.
Nel suo ruolo di Direttrice della Fondazione Musei Pistoia, come vede il rapporto tra musei, imprese e mecenatismo contemporaneo?
Si lega appunto a quel che dicevo prima: oggi ci interroghiamo molto su come conservare il patrimonio. Forse dovremmo chiederci anche come nasce. Come si formano oggi le collezioni? Come si costruiscono i patrimoni del futuro? Quale ruolo possono avere gli imprenditori, i collezionisti e le istituzioni culturali? Credo che il compito di un museo non sia soltanto custodire e valorizzare il patrimonio, ma continuare a porre domande. Aprire nuove prospettive di lettura. Aiutarci a comprendere meglio il passato e, forse, anche il presente. Per questo, dal prossimo autunno, realizzeremo insieme al «Giornale dell’Arte» un ciclo di conversazioni dedicato a questi temi, coinvolgendo imprenditori, collezionisti e protagonisti del sistema dell’arte. Mi interessa capire come si costruisce, oggi, il patrimonio di domani.
Che cosa distingue Fondazione Pistoia Musei?
La capacità di mettere in dialogo archeologia, arte antica, Novecento e contemporaneo. Credo poi che una città di medie dimensioni come Pistoia possa diventare un laboratorio culturale straordinario, proprio perché riesce a tenere insieme radicamento nel territorio e apertura internazionale.
Carol Rama, «Composizione 71», 1955, Collezioni Gallerie d’Italia-Intesa Sanpaolo. Foto Patrimonio Artistico Intesa Sanpaolo / Paolo Vandrasch, Milano. © Archivio Carol Rama, Torino