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Juno Calypso, «The Hermit», dalla serie «What To Do with a Million Years», 2018

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Juno Calypso, «The Hermit», dalla serie «What To Do with a Million Years», 2018

«E se…?» a Monopoli si apre l’undicesima edizione del PhEST

Il festival internazionale di fotografia e arte, che quest’anno propone 25 mostre (da Vivian Maier a Roger Ballen, è «un luogo dove si coltiva il pensiero alternativo»

Oltre che per le spiagge bianche e il mare azzurro, nei mesi estivi la Puglia si anima anche grazie a un importante appuntamento culturale: PhEST-festival internazionale di fotografia e arte offre uno sguardo contemporaneo sui temi propri al Mediterraneo, inteso come punto di incontro tra culture, tradizioni e storie diverse, sotto la direzione artistica di Giovanni Troilo (che è anche il fondatore del festival), la curatela fotografica di Arianna Rinaldo e la curatela per l’arte contemporanea di Roberto Lacarbonara. Abbiamo intervistato Giovanni Troilo, per parlare dell’11ma edizione del Festival, che si svolge a Monopoli dal 7 agosto al primo novembre.
 

Il tema di quest’anno è «What If?». Com’è nata l’idea?
Nasce da una constatazione: stiamo assistendo al capovolgimento di quasi tutto ciò in cui credevamo. Il clima era il tempo che fa. Oggi misura il tempo che ci resta. L’Intelligenza Artificiale ridefinisce ogni aspetto delle nostre vite e per la prima volta uomini e macchine iniziano a contendersi le stesse risorse. Cedono le istituzioni che per un secolo hanno tenuto insieme il mondo e con loro le regole condivise su come abitare questo pianeta. La democrazia sembra a fine corsa, e al suo posto si intravede il feudalesimo tecnologico di Varoufakis: un ordine in cui il potere non si conquista col voto ma si possiede insieme all’infrastruttura. E la verità ha smesso di essere il terreno comune a cui riferirsi: è diventata una delle posizioni in campo. Persino la materia si è rivelata un’altra cosa: non mattoni solidi, ma campi e probabilità, tenuti insieme da forze che conosciamo appena. Non è la prima volta che questo pianeta cambia di colpo. La differenza è che oggi accade in uno stato di ipercoscienza: il mondo è cablato dentro un unico iperoggetto che possiede così tante informazioni da riuscire a prevedere sé stesso. Ed è questa la ragione per cui «What If?» non è una fuga nell’immaginario. Per la prima volta possiamo interrogarci mentre accade, speculare, forse agire. L’ipotesi smette di essere un esercizio letterario e diventa uno strumento. 

In che modo questo tema si esprime nella selezione?
Nessuno dei 25 progetti propone una tesi, tutti aprono una frattura. E la frattura comincia dal dispositivo espositivo: ogni mostra si apre con una domanda che riporta al tema. Per «What To Do With a Million Years» di Juno Calypso: «What if, to survive the end of the world, all we needed were a garden painted on a wall?» (E se, per sopravvivere alla fine del mondo, ci bastasse un giardino dipinto sul muro?). O ancora, per Joan Fontcuberta: «What if every photograph were a lie we simply chose to believe?» (E se ogni fotografia fosse una bugia a cui abbiamo semplicemente deciso di credere?).

L’edizione del 2026 prevede 25 mostre. Che cosa possiamo aspettarci? Spicca qualcosa in particolare?
Tre progetti fanno da perno. Vivian Maier è il caso limite dell’autorialità postuma: oltre 120mila negativi che nessuno ha visto mentre lei era viva. Esponiamo «Shadows and Mirrors», dedicata agli autoritratti: ombre proiettate a terra, riflessi negli specchi, sagome. Roger Ballen porta «Inferno» in prima italiana, e qui è il luogo a rendere la mostra ancora più speciale. La esponiamo nella Sala d’Armi del Castello Carlo V, che dall’Ottocento al 1969 è stata carcere mandamentale: PhEST ne apre l’accesso diretto per la prima volta, e ci si arriva scendendo nella pancia profonda del castello. Di Ballen presentiamo anche «Outland» e lì la biografia diventa metodo. Laurea in psicologia a Berkeley, dottorato in economia mineraria: arriva in Sudafrica come geologo minerario, e sono le miniere a portarlo nei dorp, i villaggi bianchi impoveriti dal fallimento dell’apartheid. Il terzo perno è «Metropolis», di cui mostriamo le fotografie di scena di Horst von Harbou, fratello di Thea von Harbou, che il film lo scrisse. Non sono fotogrammi: sono immagini scattate accanto alla macchina da presa, spesso fuori campo. La fotografia ha conservato quello che il cinema aveva lasciato cadere.

Da lì il percorso si sposta su un’altra domanda: chi sta davvero producendo quell’immagine? Sergey Melnitchenko, dopo un anno trascorso sul fronte tentando di documentare il conflitto, ha spedito 25 macchine usa e getta ai soldati ucraini. Ha rinunciato al proprio sguardo, avendo capito che la cosa più onesta che poteva fare per il progetto era smettere di fotografare. Nina Pacherová lavora sul bathroom challenge di TikTok e usa il deepfake per proteggere i bambini esposti online dai propri genitori: la tecnologia della violazione rovesciata in strumento di tutela. Chloé Azzopardi costruisce dispositivi con rami, alghe e conchiglie. Chinky Shukla fotografa i villaggi intorno al sito nucleare di Pokhran, dove le radiazioni sono invisibili e il paesaggio sembra intatto: prova a fotografare ciò che non si lascia fotografare. 

Avete affidato una residenza d’artista a Sara Angelucci, per un progetto nell’Oasi di Torre Guaceto. Che cos’ha motivato la scelta?
Le residenze sono il metodo con cui da 11 anni proviamo a evitare che il festival diventi una vetrina. Non portiamo un’immagine della Puglia a Monopoli: la commissioniamo. Da anni Angelucci lavora sul rapporto tra archivio, storia naturale e memoria. A Torre Guaceto ha scelto di attraversare l’oasi di notte, con uno scanner al posto della macchina fotografica: registra la flora più rara del territorio in un catalogo sospeso tra documento scientifico e sogno. È lì che il progetto incontra il tema. Quell’ecosistema è destinato a modificarsi in tempi brevi, quindi ciò che stiamo esponendo potrebbe già essere, senza che ce ne accorgiamo, un reperto. C’è anche una ragione di metodo: lo scanner non è una macchina fotografica. Non c’è inquadratura, non c’è distanza, non c’è il punto di vista di chi guarda. La pianta appoggia sul vetro. È un’immagine che nasce da un contatto, non da uno sguardo. E in un festival di fotografia questo è già una domanda.

PhEST ha sempre coinvolto la comunità locale. In che modo Monopoli, e la Puglia, sono inclusi nella programmazione?
La Pop-Up Open Call, oltre a portare a Monopoli autori da 75 Paesi, ogni anno include un premio dedicato al miglior progetto pugliese. Quest’anno è andato a Francesco Conti con «Sopravvivono alle spiagge», un lavoro sull’erosione costiera. La Puglia ha quasi 900 chilometri di costa e, secondo l’Ispra, tra il 2006 e il 2020 la regione ha perso 31 chilometri di litorale, uno dei saldi peggiori d’Italia. Per questo il progetto sarà esposto outdoor, sul lungomare: il pubblico lo incontrerà passeggiando lungo la costa di cui il lavoro racconta la scomparsa. Non è una mostra sull’erosione, ma una mostra dentro l’erosione.

Ma la proposta più radicata nella comunità è la seconda residenza, quella affidata a Giuseppe De Mattia, «Se questi muri potessero parlare…». Dopo settimane trascorse ad ascoltare, anche se origliare sarebbe più corretto, nel centro storico, De Mattia porta sui muri della città vecchia i pettegolezzi di Monopoli, le confidenze anonime della comunità trasformate in un’installazione ironica e universale. Sul fronte formativo, dal 2018 abbiamo coinvolto oltre 9mila studenti di ogni ordine e grado, con percorsi costruiti ad hoc; l’accesso è gratuito per tutti gli iscritti all’Università di Bari; e le letture portfolio restano gratuite: giovani fotografi si siedono davanti a editor di magazine, a direttori di festival internazionali senza pagare nulla. 

Il Festival è nato nel 2016: che cos’avete imparato in questo decennio?
La cosa più importante che abbiamo imparato è che la lentezza è una posizione, non un limite. Tre mesi di programmazione invece di un weekend non sono una scelta logistica: significano che il visitatore non deve capire tutto subito, che può tornare, che l’esperienza non si consuma. 

E che ambizioni avete per i prossimi dieci anni?
Sull’ambizione, parto da lontano. Mark Fisher ha dato un nome alla condizione che riconosco ovunque: il realismo capitalista. Non è soltanto la convinzione che il capitalismo sia l’unico sistema praticabile, è qualcosa di più profondo e più insidioso: la sensazione che sia ormai impossibile perfino immaginarne un’alternativa coerente. La colonizzazione non ha riguardato solo l’economia, ha riguardato l’immaginazione. Ed è esattamente lì che si colloca «What If?». Non come slogan, ma come esercizio di una facoltà che rischiamo di perdere. L’ambizione per i prossimi dieci anni è questa: che PhEST resti, nel suo piccolo, un luogo dove si coltiva il pensiero alternativo. Un festival non cambia il mondo, ma può tenere aperto lo spazio in cui il mondo si lascia pensare diversamente.

Anna Aglietta, 06 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

Anna Aglietta

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