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Redazione GdA
Leggi i suoi articoliHa aperto al pubblico il 28 giugno, al Museo Nazionale del Ducato di Spoleto, la mostra «Dario Fo pittore: le macchine teatrali», curata da Stefano Bertea e Mattea Fo. L'esposizione inaugura il ciclo di quattro appuntamenti previsti in Umbria nell'ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita del Premio Nobel e propone uno sguardo su un aspetto meno noto dell'attività di Dario Fo: la pittura, elemento inscindibile del suo modo di concepire e costruire il teatro.
La mostra è organizzata e prodotta dalla Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali e dalla Direzione Generale Musei del Ministero della Cultura, dai Musei Nazionali di Perugia – Direzione regionale Musei nazionali dell'Umbria, dalla Regione Umbria, dal Festival dei Due Mondi di Spoleto e dalla Fondazione Dario Fo e Franca Rame ETS, in collaborazione con la Soprintendenza Archivistica e Bibliografica del Veneto e del Trentino-Alto Adige e l'Archivio di Stato di Verona.
Inserita nel programma del Festival dei Due Mondi e nel calendario ufficiale delle Celebrazioni per il Centenario di Dario Fo, l'esposizione assume un significato particolare anche per il legame dell'artista con la città di Spoleto. Qui, infatti, nel 1999 Fo debuttò con «Lu Santo Jullare Francesco», spettacolo del quale viene ora nuovamente esposto, dopo 27 anni, il grande fondale scenico nelle sale della Rocca Albornoz.
Il percorso espositivo racconta la stretta relazione tra pittura e teatro nell'opera di Fo. Fondali dipinti, sagome carrellate, arazzi scenografici, bozzetti e dipinti non vengono presentati come produzioni autonome, ma come parti di un unico processo creativo, nel quale l'immagine accompagna la nascita dello spettacolo fin dalle sue prime fasi. È questo il significato delle "macchine teatrali": un insieme di soluzioni visive, materiali e sceniche attraverso cui un'idea prende forma e diventa rappresentazione.
Le opere in mostra provengono da quattro importanti produzioni teatrali: «Isabella, tre caravelle e un cacciaballe» (1963), «Mamma! I Sanculotti!» (1993), «Lu Santo Jullare Francesco» (1999) e «La figlia del Papa» (2014). Attraverso questi lavori, che coprono oltre cinquant'anni di attività, il percorso documenta l'evoluzione della ricerca scenografica di Fo: dagli arazzi degli anni Sessanta ai grandi fondali dipinti ispirati ai canovacci illustrati dei cantastorie medievali, fino alle sagome carrellate degli spettacoli più recenti.
Al centro della ricerca dell'artista rimane il disegno, considerato il primo strumento di progettazione dello spettacolo. Pittura e regia procedono insieme in un unico processo creativo: il fondale non svolge la funzione di semplice sfondo, ma diventa parte attiva della scena, mentre le sagome definiscono lo spazio dell'azione e danno forma ai personaggi. Le opere esposte non sono quindi documenti di spettacoli del passato, ma gli stessi dispositivi visivi che ne hanno reso possibile la costruzione.
Nato nel 1926 e scomparso nel 2016, Dario Fo è stato tra i maggiori protagonisti della cultura italiana del Novecento. Attore, autore, regista, scenografo, pittore e intellettuale, ha rinnovato profondamente il linguaggio teatrale contemporaneo, affiancando alla produzione scenica una costante attività artistica e pittorica, sempre considerata parte integrante del proprio percorso creativo. A cento anni dalla nascita, la sua eredità continua a rappresentare un riferimento per il teatro, le arti visive e la cultura contemporanea.