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Un dettaglio del Sarcofago di Eremburga

Courtesy di Direzione regionale Musei nazionali Calabria

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Un dettaglio del Sarcofago di Eremburga

Courtesy di Direzione regionale Musei nazionali Calabria

Dalle rovine del terremoto alla riscoperta. Il sarcofago di Eremburga, che affascinò Alexandre Dumas, si racconta a Mileto

L’opera in marmo, che secondo la tradizione accolse le spoglie di Eremburga di Mortain, seconda moglie di Ruggero I d'Altavilla, sarà in prestito per quattro anni, nell’ambito di un progetto di conoscenza e valorizzazione

Samantha De Martin

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Nella Mileto multiculturale legata a doppio filo alla conquista normanna dell’Italia meridionale, concessa da Roberto il Guiscardo al fratello Ruggero I d’Altavilla, il ritorno del Sarcofago di Eremburga restituisce alla cittadina calabrese in provincia di Vibo Valentia un pezzo importante del proprio passato. Dopo quasi trent’anni il manufatto romano che secondo la tradizione letteraria accolse le spoglie di Eremburga di Mortain, seconda moglie di Ruggero, arriva al Museo nazionale di Mileto dal Mann - Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove è custodito. L’ultimo temporaneo ritorno in Calabria risale infatti al 1997, in occasione dell'inaugurazione del Museo nazionale di Mileto. L’opera è stata concessa al Museo afferente alla Direzione regionale Musei nazionali di Calabria in base a un accordo di valorizzazione per un prestito della durata di quattro anni, che vede coinvolti entrambi gli istituti in un progetto di «conoscenza, valorizzazione e musealizzazione del manufatto». Nel 2027, in occasione dell'Anno internazionale dei Normanni, arriverà a Mileto anche il Sarcofago di Ruggero. Intanto nella cittadina calabrese l’opera in marmo di età romana risalente al II secolo d.C. è al centro della mostra «Il ritorno di Eremburga». A partire dall’XI secolo il sarcofago, assieme a quello del Gran Conte era custodito all’interno dell’Abbazia della Santissima Trinità (originariamente intitolata a San Michele Arcangelo), complesso benedettino situato nell'antica città di Mileto, fondata intorno al 1063-1070 proprio da Ruggero I d'Altavilla. In questo edificio, per sua volontà, il Gran Conte fu sepolto, in un sarcofago romano in marmo. Furono soprattutto eruditi e viaggiatori, affascinati dai monumenti funerari normanni, a ricostruire le vicende del Sarcofago di Eremburga successive al terremoto del 1783. Dopo la distruzione della città antica, il monumento rimase sepolto tra le macerie della Santissima Trinità. A riscoprirlo, a giugno del 1812, fu da una spedizione scientifica guidata dallo studioso Aubin-Louis Millin che lo descrisse come «una tomba bassa su cui è raffigurata una lotta tra Greci e Amazzoni, di buona composizione perché copia di altre più antiche, ma di fattura piuttosto scadente, per giunta completamente mutila». Si riuscì purtroppo a recuperare solo una parte dei frammenti del sepolcro. Sarà il colonnello Nicolas Philibert Desvernois, con l’aiuto dei soldati, degli abitanti di Mileto e di venti coppie di buoi a far trasportare alcune parti dei due sarcofagi, la statua di San Nicola e altri elementi scultorei abbandonati tar i ruderi, dall’antico sito alla piazza della cattedrale. Le vicende rocambolesche del manufatto ci riportano al 1825 quando il tedesco Justus Tommasini, pseudonimo di Johann Heinrich Westphal, fu il primo viaggiatore ad osservare «i resti malconci di un antico sarcofago» nella città nuova. L’archeologo Vito Capialbi in un saggio parlerà di un «marmoreo sepolcro, ornato di figure di mezzo rilievo, lavoro di greco scalpello, esprimente un combattimento di Greci con Amazzoni», che con grande disappunto aveva trovato «...negretto e abbandonato in mezzo ad una strada». Non da meno fu l’attenzione riservata da Alexandre Dumas padre, affascinato da quella «tomba antica raffigurante la morte di Pentesilea» al punto da farla ritrarre dal pittore Louis Godefroy Jadin, suo compagno di viaggio, attraverso un disegno oggi perduto. Utilizzato anche come vasca di una fontana pubblica, l’ospite in marmo del Museo nazionale di Mileto avrebbe conquistato anche sir Henry Gally Knight che, in visita alla città, notò l’opera «decorata con la battaglia delle Amazzoni», purtroppo esposta alle intemperie. Il grande interesse suscitato tra viaggiatori stranieri ed eruditi locali spinse l'allora vescovo di Mileto a chiedere al governo borbonico una collocazione più degna. Il trasferimento a Napoli, al Real Museo Borbonico di Napoli, oggi Museo archeologico Nazionale, avvenne nella primavera del 1840: dapprima il sarcofago di Ruggero e quello della sua sposa Eremburga furono trasportati, con una spesa di 155 ducati, da Mileto alla marina di Pizzo per proseguire alla volta  di Napoli. L’esposizione al Museo nazionale dei Mileto vede pertanto riuniti i pezzi esposti al Mann con i frammenti presenti in collezione, recuperati anni dopo tra i ruderi dell'Abbazia. 

«Adesso, spiega Maria Maddalena Sica, direttrice del Museo e curatrice della mostra, il sarcofago viene ricondotto al suo originario contesto di provenienza e ne viene valorizzata la funzione di rilevante testimonianza dei gusti e dell’immaginario della corte normanna in Italia meridionale, che riutilizza pregiati frammenti di architettura e opere provenienti dal mondo antico per conferire prestigio e autorevolezza ai nuovi edifici e ai loro committenti. Trattandosi di un prestito di lunga durata, avremo tutto il tempo di effettuare tutti i possibili studi e approfondimenti». Ma soprattutto l’arrivo dell'opera ha rappresentato l’occasione per riorganizzare l’intera sezione normanna e per rendere comprensibile al pubblico come la Mileto normanna non si costruì cancellando il passato pagano, bensì raccogliendone l’eredità, facendo dell’antico una parte della propria immagine e della propria identità. In mostra il sarcofago dialoga anche con la monetazione di età normanna, riflesso della politica multietnica adottata fin dall’inizio dai signori al potere. La coesistenza di comunità di cultura greco-orientale, eredi della lunga dominazione bizantina, di una consistente componente longobarda di matrice latina e di popolazioni arabofone diffuse in Sicilia trova espressione nell’impiego, sulle monete, di immagini e iscrizioni appartenenti a tradizioni diverse. Un esempio è il follis di Ruggero, coniato dopo la morte di Roberto il Guiscardo nel 1085: accanto alla professione di fede islamica compare il Tau, simbolo di derivazione cristiana. Percorrendo il piano terra del Museo nazionale di Mileto ci si immerge nelle origini normanne del centro: una narrazione arricchita da un apparato didascalico destinato a pubblici diversi, migliorato nella sua fruizione anche grazie agli adeguamenti realizzati grazie ai lavori del Pnrr che hanno coinvolto il Museo di Mileto, una delle dodici realtà che afferiscono alla Drmn Calabria, volti a favorire una completa accessibilità ed efficientamento energetico. L’arrivo del sarcofago di Eremburga arricchisce quindi l’esperienza di visita del Museo, con la sua collezione che spazia dall’età bizantina al XIX secolo e che include i sarcofagi trecenteschi di Ruggero Sanseverino e Giovanna d’Aquino, gli arredi sacri dell’antica cattedrale, le immagini di culto e il crocefisso in avorio attribuito ad Alessandro Algardi. In realtà la capitale normanna di Ruggero I d’Altavilla sorgeva a pochi minuti dall’attuale Mileto, nel Parco Archeologico Medievale di Mileto Antica. Sebbene la città custodisca tracce di presenza umana fin dal Neolitico, è con i Normanni che diventa protagonista. Dopo aver consolidato il suo potere, Ruggero scelse questo luogo per fondare una nuova identità e dare vita a una delle prime diocesi latine del Sud Italia. I pannelli in mostra consentono di ripercorrere anche le vicende dell’Abbazia di San Michele arcangelo e della Santissima Trinità. Oggi Mileto antica è anche un laboratorio di futuro che intreccia la tutela del territorio a una rete di collaborazioni con università, enti locali, percorsi culturali. La mostra dedicata al Sarcofago e il relativo riallestimento della sezione normanna si inseriscono infatti nel percorso di avvicinamento all'Anno dei Normanni 2027, che offrirà nuove occasioni per approfondire e raccontare l'eredità normanna in Calabria.

Samantha De Martin, 24 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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