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Installation view «Sara Enrico. Skin Weavers», Fondazione Malvina Menegaz, Arcolaio Art Prize, terza edizione, 2026.

Credits Paolo Ceritano. Courtesy l’artista e Arcolaio Art Prize

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Installation view «Sara Enrico. Skin Weavers», Fondazione Malvina Menegaz, Arcolaio Art Prize, terza edizione, 2026.

Credits Paolo Ceritano. Courtesy l’artista e Arcolaio Art Prize

Dalla trama al codice: la rivoluzione tessile di Sara Enrico

Alla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture, il progetto realizzato con Arcolaio esplora il rapporto tra tessitura, automazione e corpo attraverso le potenzialità del telaio Jacquard

Ginevra Borromeo

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Un tessuto può essere letto come una superficie, ma anche come un sistema di informazioni. Nella trama e nell’ordito si incontrano materia, tecnica e sequenze ordinate, in un processo che lega il gesto artigianale alla logica dell’automazione. È su questo intreccio che si sviluppa «Skin Weavers», il progetto di Sara Enrico (Biella, 1979) presentato alla Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture di Castelbasso, in provincia di Teramo. A cura di Serena Schioppa e Giulia Floris, l’esposizione conclude la terza edizione di «Arcolaio Art Prize», iniziativa nata per mettere in relazione la ricerca artistica contemporanea con il patrimonio tecnico e produttivo di una storica azienda tessile abruzzese.

Al centro del progetto c’è la macchina Jacquard, dispositivo che ha segnato una tappa fondamentale nella storia della tessitura e dell’automazione. Sviluppata all’inizio dell’Ottocento a partire dal sistema ideato da Joseph-Marie Jacquard, la tecnologia permetteva di controllare il disegno del tessuto attraverso schede perforate, traducendo una sequenza di istruzioni in un intreccio materiale. Un principio che anticipa, per alcuni aspetti, la logica della programmazione informatica. Nella ricerca di Enrico, questa genealogia tecnica diventa il punto di partenza per interrogare il rapporto tra materia e codice, tra costruzione e percezione.

La sua pratica scultorea si concentra da tempo sulle ambiguità delle forme e sulle relazioni tra oggetti, superfici e corpo. Le opere si collocano spesso in una zona di confine, nella quale i materiali perdono la propria funzione immediatamente riconoscibile e assumono una presenza incerta, a metà tra il familiare e l’estraneo. In «Skin Weavers», la tessitura apre così una riflessione sulla pelle come superficie di contatto: limite che separa l’interno dall’esterno, ma anche luogo attraverso cui il corpo entra in relazione con ciò che lo circonda. Il titolo stesso suggerisce questa sovrapposizione tra il tessere e il costruire una superficie sensibile, capace di evocare una presenza corporea senza necessariamente coincidere con essa.

Il progetto nasce da un periodo di ricerca e produzione in Abruzzo, durante il quale l’artista ha potuto confrontarsi direttamente con le competenze e le risorse di Arcolaio. Fondata nel 1953 in provincia di Teramo, l’azienda è specializzata nella tessitura Jacquard e lavora sulla conservazione di una tradizione manifatturiera che, attraverso il premio, diventa uno strumento per sperimentare nuove possibilità formali e tecniche. Il rapporto con il sapere produttivo non si esaurisce nella realizzazione di un’opera: entra nel processo di ricerca e contribuisce a determinarne gli sviluppi.

«Ogni anno cerchiamo di invitare un’artista capace di offrire una prospettiva inedita sul dialogo tra arte tessile e arti visive», spiegano le curatrici Serena Schioppa e Giulia Floris. Il nome di Sara Enrico, aggiungono, era presente nei loro pensieri fin dall’avvio del premio. La sua ricerca rappresenta un riferimento per la capacità di intrecciare linguaggi, materiali e processi, aprendo nuove possibilità di riflessione sulla tessitura contemporanea. La collaborazione con l’artista permette inoltre di costruire un confronto con il territorio abruzzese e con la sua tradizione manifatturiera, trasformandoli in un’occasione condivisa di ricerca e sperimentazione.

Istituito nel 2023 per celebrare i settant’anni di attività di Arcolaio, il premio si fonda proprio su questo scambio. Ogni edizione offre a un’artista o a un artista visivo la possibilità di sviluppare un’opera tessile attraverso le competenze tecniche dell’azienda, dopo un periodo di residenza nel territorio del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Il riconoscimento comprende la produzione dell’opera e una fee in denaro. Il Parco, tra le aree protette più estese d’Italia e caratterizzato da una notevole biodiversità, costituisce una componente centrale del progetto: il paesaggio, le risorse locali e il patrimonio storico-culturale entrano nel contesto di ricerca, alimentando il confronto con i temi della sostenibilità.

Nelle prime due edizioni, «Arcolaio Art Prize» ha coinvolto Francis Offman (Ruanda, 1987) e Muna Mussie (Eritrea, 1978), proseguendo un percorso che mette in dialogo sensibilità artistiche differenti e una medesima infrastruttura produttiva. «La collaborazione con Sara Enrico ci ha spinto a esplorare nuove possibilità del telaio Jacquard, trasformando il dialogo con l’arte in nuove competenze e nuove prospettive», dichiara Olga Perticara, CEO dell’azienda. Per Arcolaio, il premio rappresenta infatti anche un’occasione di innovazione interna: il sapere artigianale viene messo alla prova attraverso la ricerca artistica, mentre la sperimentazione apre nuove direzioni per la produzione tessile.

A prolungare questa relazione oltre la dimensione espositiva sarà una capsule collection ispirata alla collaborazione con Enrico, che entrerà nel catalogo commerciale dell’azienda. L’iniziativa estende così l’esperienza sviluppata intorno all’opera a una produzione destinata a un pubblico più ampio, facendo dialogare ricerca artistica, manifattura e mercato.

Ginevra Borromeo, 20 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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