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Un’azione di «vivo-dito» di Alberto Greco a Piedralaves nel 1963

Colección/Archivo Galería del Infinito © Montserrat Santamaría

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Un’azione di «vivo-dito» di Alberto Greco a Piedralaves nel 1963

Colección/Archivo Galería del Infinito © Montserrat Santamaría

Dai primi scritti e dipinti informali alle azioni di arte viva: Alberto Greco al Reina Sofia

La rassegna di Madrid ripercorre la breve ma intensa vita dell’artista argentino e il percorso migratorio che intraprese nel 1950 da Buenos Aires a Barcellona

Roberta Bosco

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L’artista Alberto Greco (Buenos Aires, 1935-Barcellona, 1965) si suicidò a Barcellona il 13 ottobre 1965 con una dose letale di barbiturici. Con il suo gesto troncò una promettente carriera che, a soli 29 anni, l’aveva posizionato tra le figure centrali dell’Informale e dell’avanguardia concettuale degli anni ’60. Prima di abbandonare la vita scrisse sul palmo della mano la parola «Fine» e molti vollero vedere in questo gesto un ultimo atto performativo coerente con la sua poetica radicale, ma Fernando Davis, studioso della sua opera e curatore della mostra «Alberto Greco. Viva el arte vivo» che il Museo Reina Sofía gli dedica dall’11 febbraio al 8 giugno, non è d’accordo. «Per un artista come Greco, che concepiva l’arte come una pratica inseparabile dalla vita e che arrivò a romanzare la propria morte, il suicidio può essere interpretato come un gesto artistico estremo, ma io credo che la spiegazione sia molto più complessa e sofferta. Probabilmente la crisi fatale fu innescata dalla rottura con Claudio, che proprio il giorno prima della sua morte gli comunicò che lo lasciava e si trasferiva a Ginevra», afferma Davis. 

La rassegna ripercorre la breve ma intensa vita di Greco e il percorso migratorio che intraprese nel 1950 da Buenos Aires a Barcellona, passando per San Paolo, Parigi, Genova, Madrid e New York, per citare solo i luoghi più significativi, attraverso opere realizzate tra il 1949 e il 1965: dai primi scritti e dipinti informali alle performance e agli objets vivants, passando per i disegni madrileni, i collage che definiva «autopromozionali» e i romanzi tra cui Besos brujos (Baci stregati), scritto poco prima di togliersi la vita. «Per Greco, l’arte viva, che denomina “vivo-dito”, consisteva nell’indicare e definire come arte, per un istante, qualsiasi momento della vita nel suo fugace fluire quotidiano. Nel “Manifesto dito dell’arte viva”, che affisse sui muri di Genova nel 1962, invitava a creare con gli elementi vivi della nostra realtà: movimento, tempo, persone, conversazioni, odori, rumori, luoghi e situazioni. Utilizzando strumenti come il gesso, Greco firmava e designava come arte persone, animali, muri, veicoli, strade e interi quartieri o paesi, come il mercato di Les Halles o il villaggio di Piedralaves in Spagna. Nel “vivo-dito”, arte e vita si fondono fino a diventare indistinguibili», spiega Davis ricordando che, insieme a Carmelo Bene e Giuseppe Lenti, Greco realizzò la performance «Cristo 63. Omaggio a James Joyce» nel Teatro Laboratorio di Roma, che gli costò l’espulsione dall’Italia, mentre a Madrid organizzò un «momento vivo-dito» nella metropolitana, che culminò con la creazione di un dipinto collettivo in strada e il suo successivo incendio nel cortile di un condominio. 

La mostra mette in luce i progetti collaborativi dell’artista con altri creatori spagnoli come Manolo Millares ed Eduardo Arroyo. «Tra le opere in mostra spiccano due frammenti del “Gran manifesto-rollo arte vivo-dito”, un lungo rotolo di carta che Greco realizzò a Piedralaves ed espose nelle sue strade, con fotografie e immagini pubblicitarie, disegni, racconti autobiografici, lettere, tanghi, ricette di cucina e trascrizioni di notizie di polizia, che compongono una genealogia dell’arte vivo in cui vengono menzionate una serie di azioni che l’hanno preceduto», continua il curatore ricordando che Greco riferisce ad esempio di aver firmato la città di Buenos Aires nel 1961 e l’installazione di topi vivi alla Galerie Creuze di Parigi, nell’ambito della mostra «30 Argentins de la nouvelle génération. Peintures. Sculptures. Objets» nel 1962. La mostra comprende anche le azioni di «arte viva» realizzate in diverse località spagnole tra il 1963 e il 1964, come le sue «incorporazioni di personaggi nella tela», che realizzava ricalcando le sagome di modelli reali su grandi tele. L’antologica si completa con la sua copiosa produzione letteraria, in gran parte narrativa autobiografica, in cui rompe con la struttura lineare e i limiti del genere. Greco intendeva l’arte viva come l’arte del futuro, non tanto come un programma estetico orientato al suo progressivo consumo, ma piuttosto come un’avventura aperta all’imprevisto, come un gesto estemporaneo in cui arte e vita con la loro mobilità, le loro possibilità di trasformazione, le loro interruzioni e gli eccessi, erano chiamate a unirsi completamente. Anche se in contesti accademici e curatoriali specializzati la figura di Greco ha acquisito importanza, soprattutto in relazione all’America Latina e alla scena artistica europea degli anni Sessanta, la sua opera resta sottovalutata e questa mostra contribuirà a una giusta valutazione del suo lavoro. 

Alberto Greco, «Todo de todo», 1964, IVAM Institut Valencià d’Art Modern, Generalitat. © Institut Valencià d’Art Modern, IVAM. Foto: Juan García Rosell, IVAM

Roberta Bosco, 05 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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