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Grazia Mazzarri
Leggi i suoi articoliPer più di trent’anni è rimasta fuori dallo sguardo del pubblico, negli spazi della sede Cocif di Longiano. Una raccolta di 20 dipinti, con opere di de Chirico, Carrà, Casorati, Severini, Campigli, de Pisis, Guttuso, Ligabue, Rosai, Utrillo e altri protagonisti del ’900 italiano ed europeo, che ora passa dalla dimensione aziendale a quella espositiva: dal 19 settembre al 29 novembre «L’Arte celata. La Collezione Cocif», a cura di Claudio Spadoni, presenta per la prima volta al pubblico questo nucleo al Polo Museale della Fondazione Tito Balestra di Longiano.
La vicenda è quella, non rara in Italia, di una collezione nata all’interno di un’impresa e rimasta sostanzialmente invisibile per decenni. Ma è anche la storia di un rapporto fra produzione, cultura e territorio che nel caso di Cocif, oggi tra le principali realtà industriali italiane nella produzione di porte e finestre, si sviluppa a partire dagli anni Novanta. L’azienda, fondata nel 1945 a Savignano sul Rubicone come cooperativa di falegnameria (Cooperativa di Costruzioni In Falegnameria) e successivamente trasferitasi a Longiano (Fc), ha affiancato alla propria crescita industriale una serie di iniziative culturali. A imprimere una direzione a questo percorso fu Vincenzo Bellavista, storico presidente della cooperativa. L’idea di fondo era stabilire una continuità fra il lavoro manuale e la pratica artistica: la trasformazione della materia, dal legno alla tela, come terreno comune fra il mestiere dell’artigiano e quello dell’artista. Da qui l’interesse per la pittura e la formazione progressiva della collezione. Il contesto locale contribuì a rendere possibile questa apertura. Negli anni Novanta Longiano era un centro culturale particolarmente attivo, anche grazie al Teatro Petrella, che ospitava artisti come Roberto Benigni e Dario Fo. In questo ambiente Cocif sviluppò una politica di sostegno alla cultura che avrebbe trovato nella raccolta d’arte uno dei suoi esiti più duraturi.
La collezione non segue un’unica linea critica, né aspira a rappresentare sistematicamente il ’900. È piuttosto un insieme di scelte che restituisce interessi e orientamenti di un collezionismo aziendale sviluppatosi fra la fine del secolo scorso e i primi anni Duemila. Accanto ai nomi più noti compaiono sensibilità e ricerche differenti, dalla Metafisica alle esperienze del ritorno all’ordine, dalla pittura tonale alla dimensione espressionista e visionaria.
Fra i 20 dipinti in mostra, «Vita silente in un paese» di Giorgio de Chirico introduce alla dimensione sospesa della Metafisica. «Paesaggio toscano» di Carlo Carrà e «L’œuf sur le plat» di Gino Severini documentano, da prospettive diverse, il rapporto fra costruzione formale e modernità. La figura è al centro di «La lettera» di Felice Casorati e «La soprano» di Massimo Campigli, mentre «Castello con troika» di Antonio Ligabue porta nel percorso la componente più istintiva e visionaria della raccolta.
Seguono il «Vaso di fiori sul tavolo» di Filippo de Pisis, «Tetti a Roma» di Renato Guttuso, «Paesaggio con gli ulivi» di Ottone Rosai e «Avenue Rozée à Sannois» di Maurice Utrillo. Bartolomeo Pedon completa il percorso con un paesaggio di carattere fantastico. Sono opere che, considerate insieme, permettono di leggere la collezione non tanto come un progetto organico, quanto come una costellazione di autori attraverso cui un’impresa ha costruito nel tempo il proprio rapporto con la storia dell’arte.
La mostra coincide con l’81mo anniversario di Cocif e nasce dalla collaborazione con la Fondazione Tito Balestra, con la quale l’azienda aveva già lavorato nel 2003 per la mostra «Giovanni Cappelli. Lontano dal rumore». Nel catalogo, il presidente Luigi Marconi parla di «disvelare ciò che era celato». Più che una dichiarazione celebrativa, il termine può essere letto come il punto di partenza di una nuova fase: quella in cui un patrimonio accumulato negli spazi privati di un’impresa diventa accessibile e, quindi, sottoponibile allo sguardo del pubblico.
Giovanni Cappelli, «Figura sdraiata», 1964