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Elisabetta Catalano, «Valentino Garavani», anni ’70

Courtesy Viasaterna e Archivio Elisabetta Catalano

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Elisabetta Catalano, «Valentino Garavani», anni ’70

Courtesy Viasaterna e Archivio Elisabetta Catalano

Da Viasterna tutta Elisabetta Catalano tra cinema, moda e performance

Oltre 50 fotografie, molte delle quali stampe vintage, a Milano ricostruiscono con precisione il percorso di una figura centrale della fotografia italiana del secondo ’900

Rischa Paterlini

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La Galleria Viasaterna a Milano, fino al 19 aprile, presenta «Elisabetta Catalano. Cinema, Moda e Performance», una mostra realizzata in collaborazione con l’Archivio Elisabetta Catalano e a cura di Laura Cherubini, critica e storica dell’arte che con l’artista ha condiviso nel tempo un rapporto di profonda amicizia e dialogo. La mostra riunisce oltre 50 opere, molte delle quali stampe vintage, e ricostruisce con precisione il percorso di una figura centrale della fotografia italiana del secondo ’900. La mostra non amplia soltanto una biografia già nota, ma ne rende leggibile l’impianto. Cinema d’autore, arti visive, moda, ritratto e lavoro in studio non sono ambiti separati, ma declinazioni di una stessa attitudine. La coerenza di Catalano non è una questione di stile riconoscibile, quanto di posizione: la capacità di attraversare contesti diversi mantenendo uno sguardo teso e partecipe.

Questa posizione si definisce fin dall’inizio, nel cinema. Come ricorda Laura Cherubini, «il vero esordio della Catalano fotografa avviene sul set di 8½ di Fellini». Chiamata per una piccola parte, Elisabetta non intendeva intraprendere la carriera d’attrice. Durante le lunghe attese sul set iniziò a fotografare con una vecchia macchina che aveva portato con sé. Lì si compie uno spostamento decisivo: dal centro della scena al margine, dall’essere guardata al guardare. Non le interessava stare davanti alla macchina da presa; preferiva costruire l’immagine. Le fotografie che la ritraggono sono infatti rare. «Elisabetta non era una che si metteva in primo piano, ricorda Cherubini. Non voleva apparire lei: voleva far apparire gli altri». Questa scelta, più che un tratto caratteriale, è un principio operativo: l’immagine nasce da un’attenzione prolungata, da un’attesa che mira a far emergere qualcosa che non è immediatamente visibile.

Il rapporto con gli artisti si radica in questa fiducia nello sguardo. Catalano ne condivideva ambienti e relazioni, e spesso erano loro a cercarla. «Molti artisti andavano da lei per ricreare in studio un’immagine duratura, mitica, iconica della performance», ricorda ancora Cherubini. Non si trattava solo di documentare un’azione effimera, ma di darle una forma stabile, capace di restituirne la tensione e la complessità. Non è un caso che proprio da una fotografia di performance sia nata l’idea della mostra. Irene Crocco, fondatrice della galleria milanese, racconta di averne avvertito l’urgenza nel 2022, quando una personale di Fabio Mauri in galleria si apriva con l’immagine di «Ebrea» (1970) scattata proprio da Catalano: «Lì ho capito quanto la sua visione fosse necessaria».

Anche nella moda il ritratto non è mai semplice descrizione: le modelle abitano lo spazio con consapevolezza e l’abito diventa elemento strutturale della scena. Lo si avverte nella fotografia di un giovane Valentino Garavani, colto nel proprio ambiente di lavoro: non l’icona già compiuta, ma un autore nel pieno della propria definizione. L’ambiente, saturo di colore e presenza, non è uno sfondo neutro; partecipa alla costruzione dell’immagine e contribuisce a delinearne il carattere. Che si tratti di stilisti, attrici o cantanti, l’obiettivo evita la celebrazione e si concentra sulla persona più che sul personaggio. Da Claudia Cardinale a Stefania Sandrelli, da Ornella Vanoni a Monica Vitti, l’immagine cerca una zona meno esibita, più esatta. «Era una ritrattista. E il ritratto le costava fatica. Scattava decine di rullini. Usciva distrutta», ricorda Laura Cherubini. E ripeteva: «Chissà se la foto c’è». La fotografia non era un esito garantito, ma un punto da raggiungere.

Alcuni episodi lo confermano. L’immagine di Florinda Bolkan, divenuta manifesto di «Metti una sera a cena», nasce nello studio romano di piazza Santi Apostoli e non sul set: uno spazio di lavoro dove la scena viene ripensata. Anche la fotografia di Marisa Berenson e Helmut Berger nella neve, che sembra ambientata a Gstaad, è stata realizzata a Villa Borghese durante una nevicata romana. Non conta l’esattezza del luogo, ma la precisione dell’immagine. La mostra restituisce con chiarezza la statura di Elisabetta Catalano: una fotografa che ha attraversato arte, cinema e moda contribuendo a definirne l’immaginario. Il suo lavoro rimane una chiave di lettura essenziale per comprendere una stagione culturale in cui l’immagine non era accessorio, ma struttura.

Elisabetta Catalano, «Gilbert & George. “Living Sculpture”, Studio Sargentini, Roma», 1972. Courtesy Viasaterna e Archivio Elisabetta Catalano

Elisabetta Catalano, «Moda Lancetti con con sedie di Mario Ceroli», 1969. Courtesy Viasaterna e Archivio Elisabetta Catalano

Rischa Paterlini, 21 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Da Viasterna tutta Elisabetta Catalano tra cinema, moda e performance | Rischa Paterlini

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