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Maison Michel

Credits Alix Marnat

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Maison Michel

Credits Alix Marnat

Come un cappello cambia un volto. Il cappello in mostra tra corpo, memoria e immaginario

Da Maison Michel alla Galerie du 19M, la storia del cappello diventa un racconto di materia, tecnica e identità. Tra savoir-faire, trasmissione e immaginario, la mostra «Hats, 90 Years of Maison Michel» ripercorre novant’anni di modisteria mostrando come una forma possa attraversare il tempo, trasformarsi e continuare a produrre significati

Nicoletta Biglietti

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Nella storia del costume il copricapo ha avuto quasi sempre una funzione che andava ben oltre quella pratica. Ha indicato appartenenze, ruoli, gerarchie, occasioni, epoche. Ha modificato la silhouette e, soprattutto, il modo in cui un volto veniva percepito. Roland Barthes, riflettendo sul rapporto fra moda, immagine e corpo, arriva a definire i couturier come figure capaci di «scrivere» il corpo attraverso le forme della moda. Il cappello porta questa funzione in una posizione particolarmente evidente: posto sopra il volto, il copricapo interviene direttamente sulla percezione della persona, ne modifica la presenza e la colloca nello spazio sociale. Il suo significato, quindi, non dipende soltanto dalla funzione o dalla materia, ma anche dal rapporto che stabilisce con il corpo che lo indossa.

È questa lunga storia di forme, funzioni e significati a fare da sfondo a «Hats, 90 Years of Maison Michel», la mostra che la Galerie du 19M di Parigi dedica a Maison Michel dal 23 settembre al 13 dicembre 2026. Fondata a Parigi nel 1936, la maison è specializzata nella creazione di cappelli e copricapi per la moda e dal 1997 appartiene all’ecosistema dei Métiers d’art di CHANEL. Dal 2021 è inoltre una delle undici Maisons d’art riunite a le19M, il luogo fondato da CHANEL e dedicato alla conservazione, alla trasmissione e alla contemporaneità dei mestieri d’arte.

La mostra parte dalla materia e dal lavoro che precedono l’oggetto finito. Legno di tiglio, feltro, nastri e veli vengono presentati insieme ai gesti dei formatori, dei modisti, dei cucitori di paglia e degli altri specialisti che concorrono alla realizzazione di un copricapo. L’attenzione si sposta così dal cappello già compiuto alle operazioni che ne rendono possibile l’esistenza: preparare, modellare, assemblare, cucire, deformare, correggere. La forma appare come l’esito visibile di un processo nel quale la materia e la mano rimangono strettamente legate.

Da questa prospettiva il cappello smette di apparire come un semplice accessorio e torna a essere ciò che è stato per secoli: un oggetto capace di intervenire sulla rappresentazione del corpo. La mostra presenta un repertorio ampio – berretti, fascinators, coppole, pagliette, cappelli a tesa larga, fedora – accanto a creazioni realizzate per le grandi Maison della moda e a opere nate da collaborazioni con designer emergenti. Forme differenti che condividono però una stessa caratteristica: la capacità di modificare immediatamente la presenza di chi le indossa.

E la storia del costume lo mostra con particolare evidenza. Il copricapo è stato per secoli un segnale sociale: ha distinto professioni e dignità, appartenenze e occasioni, prendendo parte alla costruzione dell’abbigliamento rituale e di quello quotidiano. La sua posizione sul corpo non è neutrale. Sta sopra il volto, ne modifica il contorno, può renderlo più visibile oppure schermarlo. In questo senso appartiene alla storia della rappresentazione del corpo prima ancora che alla storia della moda.

Joanne Entwistle, studiando il rapporto fra corpo e abbigliamento, osserva che «tutte le culture “vestono” il corpo in qualche modo», attraverso gli abiti, i tatuaggi, i cosmetici o altre forme di «decorazione». Il vestire diventa così una pratica sociale attraverso cui il corpo acquista una determinata visibilità e comunica appartenenze, identità e differenze. È anche per questo che il cappello ha trovato nel cinema un terreno particolarmente fertile. Una forma collocata sopra il volto è immediatamente riconoscibile e può diventare parte della costruzione visiva di un personaggio. Il cinema porta nell’immaginario una funzione che il costume aveva già sperimentato nello spazio sociale: un dettaglio dell’abbigliamento può contribuire a definire una figura, renderla riconoscibile e fissarla nella memoria dello spettatore. Il cappello diventa così parte della silhouette quanto del personaggio.

Ed è proprio questa capacità di diventare riconoscibile a permettere al copricapo di superare la funzione originaria e di trasformarsi in un segno. Una forma può infatti continuare a essere associata a un’immagine anche quando il contesto che l’ha prodotta è cambiato. Un cappello può quindi appartenere a una determinata moda e, allo stesso tempo, sopravvivere alla moda che lo ha prodotto. Può diventare il tratto distintivo di un individuo, di un ruolo o di un’immagine, apparendo elegante, ironico, autorevole o trasgressivo a seconda del contesto. Perché come osserva Pierre Bourdieu, «il corpo è la materializzazione più indiscutibile del gusto di classe». La storia di Maison Michel rende concreta questa relazione fra tecnica, moda e identità. Nata a Parigi nel 1936 come atelier specializzato nella modisteria, la maison ha costruito la propria attività sul rapporto tra savoir-faire artigianale e creazione della moda. Dal 2015 sviluppa anche proprie collezioni sotto la direzione creativa di Priscilla Royer, mantenendo contemporaneamente il lavoro per l’alta moda e il prêt-à-porter. La sua presenza a le19M inserisce questa storia in un organigramma più ampio, nel quale undici Maisons d’art riuniscono quasi 700 artigiani ed esperti.

È a questo punto che il tema della mostra si allarga dal cappello alla «trasmissione». Una tecnica artigianale continua a vivere quando può essere appresa, esercitata e adattata. Nel lavoro di Maison Michel, questo passaggio avviene attraverso un apprendimento progressivo, fondato sulla pratica e sull’osservazione. Richard Sennett, nel suo studio sul lavoro artigianale, individua proprio nell’impegno concreto del fare una condizione essenziale del mestiere: «l’artigiano rappresenta la particolare condizione umana dell’essere coinvolto». La conoscenza non precede necessariamente il fare, ma può formarsi proprio attraverso il confronto con la materia. Ogni gesto ripetuto contiene infatti una memoria tecnica, ma anche la possibilità di una variazione. È in questa tensione fra continuità e trasformazione che un savoir-faire rimane vivo.

Maison Michel. Credits Alix Marnat.

La Galerie du 19M è stata concepita intorno a questo rapporto. Esposizioni, laboratori e incontri rendono accessibili al pubblico i Métiers d’art e mostrano non soltanto ciò che gli artigiani producono, ma anche i processi, gli strumenti e i saperi che stanno dietro alle opere. La Galerie diventa così uno spazio nel quale il lavoro artigianale viene sottratto alla sua tradizionale invisibilità e riportato dentro l’esperienza del pubblico.

E in «Hats, 90 Years of Maison Michel» è reso evidente. Il cappello finito, infatti, rappresenta l’ultimo passaggio di un processo molto più lungo: prima ci sono la materia, la preparazione, la modellazione, la tecnica e la mano. Guardare il copricapo attraverso queste fasi significa spostare l’attenzione dall’immagine alla sua costruzione e riconoscere nella forma il risultato di una successione di operazioni. È qui che la storia della modisteria incontra quella dell’arte. La lavorazione del blocco di legno, la costruzione della forma e la trasformazione del materiale implicano un rapporto fisico con la materia che appartiene tanto al mestiere quanto alla pratica scultorea. Il formier, definito dalla stessa Galerie du 19M «scultore della linea», lavora su un volume destinato a diventare una forma indossabile. Il suo gesto può ricordare quello dell’artista che dà corpo a una figura, ma è orientato verso un corpo reale – quello che, alla fine del processo, indosserà quella forma. Il cappello nasce così in una zona di confine fra oggetto e corpo, fra tecnica e immagine. È costruito con strumenti e materiali, ma acquista pienamente la propria funzione quando entra in relazione con chi lo indossa. La forma diventa postura, comportamento, e soprattutto presenza.

Da Parigi a Shanghai, le19M amplia questa riflessione. Dal 25 settembre al 15 novembre 2026, il Museum of Art Pudong ospita la Galerie du 19M SHANGHAI con «A Sense of Touch», una mostra che mette in dialogo le Maisons d’art del 19M con artisti, artigiani e designer cinesi e francesi. Il tema si allarga al rapporto fra gesto, materia e trasmissione: tessuti, ricami, ceramica, lavorazione del legno, lacca, intreccio del bambù e installazioni diventano modi diversi di interrogare il tatto come esperienza di conoscenza, creazione e relazione.

Il collegamento con Parigi è quindi più profondo della «sola» appartenenza istituzionale. In entrambi i progetti l’attenzione viene rivolta a ciò che precede e sostiene l’oggetto finito. A Parigi la materia viene seguita nel percorso che conduce al cappello; a Shanghai il tatto diventa uno strumento per comprendere il rapporto fra mano, materia e conoscenza. In entrambi i casi, il gesto e il tempo della lavorazione entrano nell’esperienza dell’opera. È in questo punto che il cappello acquista la sua dimensione più propriamente immateriale. La materia è concreta, la forma è visibile, ma il significato continua a cambiare. Un copricapo può conservare il ricordo di una tecnica e appartenere, nello stesso momento, alla moda contemporanea; può essere un oggetto di mestiere e diventare un segno cinematografico; nascere da una tradizione e assumere una forma nuova. Come scrive Daniel Miller, «gli abiti non sono superficiali; sono costitutivi della nostra umanità»: ciò che indossiamo partecipa quindi alla costruzione della persona e non si limita a rivestirla.

Un copricapo può dunque attraversare epoche e contesti diversi mantenendo una traccia della propria origine e, allo stesso tempo, assumendo significati nuovi. La sua permanenza non coincide con la conservazione della forma originaria: ciò che rimane è la possibilità di continuare a produrre significato attraverso nuove forme, nuove tecniche e nuovi corpi. E il passato, in questo senso, non è semplicemente conservato. Viene rimesso in uso.

È una dinamica che riguarda la cultura materiale nel suo insieme: ciò che ereditiamo arriva al presente attraverso pratiche che lo selezionano, lo trasformano e lo riattivano. Il valore del savoir-faire sta anche nella possibilità di far passare una conoscenza attraverso il tempo senza immobilizzarla. «Fare significa anche pensare», scrive Sennett: nel lavoro manuale si produce infatti una forma di conoscenza, perché ogni competenza nasce e si sviluppa attraverso pratiche concrete. La trasmissione avviene attraverso l’apprendimento, l’osservazione e la ripetizione dei gesti, ma anche attraverso la loro capacità di adattarsi a forme nuove. Il cappello resta allora sospeso fra ciò che è e ciò che rappresenta. È materia lavorata, forma costruita, oggetto indossabile. Ma è anche memoria, immagine, identità. «Hats, 90 Years of Maison Michel» segue questa trasformazione attraverso novant’anni di storia e riporta alla luce il lavoro che precede l’immagine: mostra come una tecnica possa continuare a produrre forme nuove senza interrompere il rapporto con la propria origine. Perché la materia rimane, la forma cambia e il gesto continua.

Nicoletta Biglietti, 28 agosto 2026 | © Riproduzione riservata

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