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Michael Stevenson, «Serene Velocity in Practice: MC510/CS1832, 2019, Melbourne, Monash University Museum of Art

Foto: Andrew Curtis. Courtesy dell’Artosta, Michael Lett Gallery (Auckland), and Fine Arts (Sydney). Per la 18ma Biennale di Lione

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Michael Stevenson, «Serene Velocity in Practice: MC510/CS1832, 2019, Melbourne, Monash University Museum of Art

Foto: Andrew Curtis. Courtesy dell’Artosta, Michael Lett Gallery (Auckland), and Fine Arts (Sydney). Per la 18ma Biennale di Lione

Catherine Nichols crea paesaggi, sogni e nuove economie alla Biennale di Lione

Ispirata da Walter Benjamin, Robert Filliou e dalle iconiche traboules, questa 18ma Biennale di Lione riunisce oltre 100 artisti, con quasi due terzi del percorso costituiti da nuove produzioni o da opere adattate alla città e al suo territorio

Luana De Micco

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«Passare da un sogno all’altro»: il titolo della 18ma Biennale di Lione, dal 19 settembre al 13 dicembre, richiama il Das-Passagen Welt di Walter Benjamin, opera incompiuta, pubblicata postuma, in cui il filosofo tedesco legge i «passages» parigini come luoghi in cui si condensano i sogni collettivi e le contraddizioni storiche della modernità. Alla riflessione di Benjamin si affianca quella sull’«economia poetica» dell’artista afroamericano Robert Filliou, fondata su un’idea dell’economia come sistema basato sul gioco e sull’arte come pratica relazionale e sperimentale. Sono alcune delle fonti che hanno guidato Catherine Nichols, storica dell’arte australiana residente a Berlino, nella curatela della rassegna lionese. E poi ci sono le tipiche traboules, i passaggi che disegnano il labirinto urbano di Lione, da cui Nichols prende le mosse per interrogare le forme della circolazione e il loro rapporto con l’economia. Il percorso attraversa la città, articolandosi principalmente tra il macLYON, le Grandes Locos e il Musée des Tissus, riaperto per l’occasione. Tra gli oltre 100 artisti invitati figurano Annette Messager, Kaylene Whiskey, Barbara Breitenfellner, Serwah Attafuah, Monira Al Qadiri, e gli italiani Rossella Biscotti e il duo Michela de Mattei & Invernomuto

Fotogramma da Tina Stefanou, «Hym(e)nal(s)», 2022. Courtesy dell’artista. Photo: Wil Normyle per la 18ma Biennale di Lione

Per il titolo della Biennale si è ispirata a Walter Benjamin. Ma che cosa significa oggi «passare da un sogno all’altro»? 
Non significa abbandonare un’illusione per un’altra, ma rendere il presente abbastanza estraneo da poter tornare a leggerlo. In Benjamin, i sogni di un’epoca condensano sia i suoi desideri sia le sue contraddizioni; il risveglio avviene quando ciò che sembrava naturale si rivela storico e dunque trasformabile. È questo passaggio che vorrei trasmettere attraverso la Biennale. La trilogia «Te Moana-nui-a-Kiwa» di Luke Willis Thompson ne offre un esempio. Attraverso tre discorsi televisivi ambientati in un futuro prossimo, sotto governi autoctoni, l’artista trasforma le lotte contemporanee per la sovranità in immagini politiche del possibile: da uno Stato maori plurinazionale in Aotearoa alla libera circolazione nel Pacifico, fino all’indipendenza kanak. Il futuro diventa un controcampo critico dal quale rileggere il presente. 

Perché le traboules sono al centro della sua riflessione?
Mi hanno fatto comprendere che la circolazione non è mai neutrale: è sempre organizzata da architetture, abitudini, rapporti di lavoro e potere. A Lione questo aspetto diventa quasi fisico. In pochi metri si passa dal pubblico al privato, da un’epoca all’altra seguendo percorsi modellati dal commercio della seta, dalle rivolte operaie, dalla Resistenza e oggi dalla gentrificazione. Mi hanno insegnato a pensare la città attraverso le sue soglie, le sue deviazioni e le sue connessioni nascoste: una sorta di «pensiero traboule». Non avrei potuto formulare altrove, in modo così concreto, l’idea che le infrastrutture attraverso cui circolano le persone, le merci e i racconti contribuiscano a plasmare anche i nostri immaginari.

Il suo progetto si fonda sulla visione utopica di Robert Filliou. In un mondo in cui sembrano contare soprattutto criteri di redditività e di performance, l’arte può ancora produrre un’idea diversa del valore? 
Ciò che mi interessa è la capacità dell’arte di spostare i criteri attraverso i quali attribuiamo valore. In Filliou, un’altra economia comincia da un’altra teoria del valore, capace di riconoscere ciò che le misure della produttività lasciano ai margini. La Biennale mette alla prova questa proposta, più che cercare di riprodurla ingenuamente. Questa riflessione attraversa tre ambiti strettamente interconnessi: quello esistenziale al macLYON, intorno a ciò che ereditiamo e a ciò di cui siamo responsabili; quello relazionale al Musée des Tissus, attraverso i legami che rendono possibile la vita; quello industriale alle Grandes Locos, dove emergono le condizioni materiali della produzione e della circolazione. La Fête Permanente prosegue questa ricerca, non come modello di un’economia ideale, ma come spazio di sperimentazione. Il suo valore non risiede in un risultato prestabilito, ma in ciò che le situazioni che essa crea possono rendere possibile.

Archana Hande, «Weaving Light», 2009–2025. Sydney, Artspace. Foto: Hamish McIntosh per la 18ma Biennale di Lione

Laurent Bayle e Cécile Bourgeat, presidente e direttrice generale della Biennale di Lione, hanno evidenziato come quest’anno la rassegna «prenda il testimone» dalla Biennale di Venezia nel calendario internazionale. Quale ruolo ambisce ad avere Lione? 
Questo «passaggio di testimone» tra Venezia e Lione inserisce la Biennale in un dialogo internazionale. Il mio pensiero va soprattutto a Koyo Kouoh (curatrice della Biennale d’arte 2026, scomparsa a 58 anni, prima dell’inaugurazione, il 10 maggio 2025, Ndr): vorrei sottolineare l’importanza del suo lavoro e del suo pensiero per il mondo della curatela internazionale. Per Lione, immagino una Biennale al tempo stesso radicata nel territorio e internazionale. Il mio metodo di lavoro consiste nel partire dal luogo, ascoltarlo e lasciare poi che siano le domande che emergono a orientare il progetto. Questo approccio si è concretizzato in modo preciso: quasi due terzi del percorso sono costituiti da nuove produzioni o da opere adattate a Lione e al suo territorio. La dimensione internazionale risiede nelle relazioni che le opere instaurano tra Lione e altre aree geografiche.

Da Manifesta 14 alla Hamburger Bahnhof di Berlino, la sua riflessione si è soffermata in modo costante sui racconti collettivi, sul dialogo tra culture e il rapporto tra ambiente ed espressione artistica. Lione rappresenta una nuova tappa nel suo percorso di curatrice?
Non parlerei di nuova tappa, quanto di approfondimento. A Pristina mi sono interessata al racconto come pratica politica e al modo in cui si costruisce un mondo comune. Più di recente, a Berlino, Petrit Halilaj mi ha ricondotto al tema del sogno collettivo. Il dialogo tra «Madre» di Delcy Morelos e le sculture di Joseph Beuys mi ha permesso di riflettere sul rapporto con la terra, mentre «Attune» di Alexandra Pirici ha esplorato il modo in cui esseri umani e più-che-umani si influenzano reciprocamente. A Lione queste ricerche convergono intorno a una questione più esplicitamente economica. È stata la città stessa a condurmi in questa direzione: per la sua posizione alla confluenza del Rodano e della Saona, e attraverso le traboules che ne modellano la psicogeografia, la circolazione è inscritta nello spazio. Una distinzione elaborata da Max Horkheimer e ripresa da Rahel Jaeggi sostiene che l’economicismo non consiste nell’attribuire troppa importanza all’economia, ma nel confinarla in un campo troppo ristretto. Non si tratta cioè di ricondurre tutto all’economia, ma di ampliare ciò che il termine designa. Robert Filliou ha svolto, in questo senso, un ruolo essenziale: quando definisce la ricerca come «campo di coloro che non sanno», fa dell’incertezza un punto di partenza. Questo mi ha permesso di pensare la Biennale come uno spazio in cui possono emergere nuovi immaginari economici.

Luana De Micco, 18 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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