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Chiara Caterina Ortelli
Leggi i suoi articoliDal 12 settembre al 3 febbraio 2027, il C/O Berlin ospita «The Heart of the Matter», un’ampia retrospettiva di Carrie Mae Weems (Oregon, Stati Uniti, 1953), una delle voci più influenti della fotografia americana contemporanea. La mostra ripercorre oltre quattro decenni di carriera ed è un progetto delle Gallerie d’Italia, museo di Intesa Sanpaolo, realizzato in collaborazione con Aperture (catalogo illustrato completo pubblicato dalla Società Editrice Allemandi in collaborazione con Aperture). Curata da Sarah Hermanson Meister (direttrice di Aperture, già direttrice per vent’anni del dipartimento di fotografia del MoMA di New York) e presentata nel 2025 alle Gallerie d’Italia-Torino, la mostra arriva ora a Berlino nell’adattamento di Boaz Levin, che ha ripensato il percorso adattandolo a uno spazio più raccolto: un risultato che Levin descrive come «più condensato, cristallizzato».
Il percorso si apre con «Family Pictures and Stories», il primo corpus significativo realizzato da Weems quand’era studentessa a San Diego, alla fine degli anni Settanta. È un lavoro che già combina testo e immagine in un modo estraneo al documentarismo classico, vicino alla scena concettuale di artisti come Allan Sekula e Martha Rosler, che mettevano in discussione la presunta veridicità della fotografia. Da qui in poi, la combinazione tra parola e immagine diventa una cifra costante dell’opera di Weems, così come la domanda su come rappresentare in modo autentico comunità troppo spesso descritte dall’esterno.
Al centro della mostra si trova «Kitchen Table Series», opera iconica in cui per la prima volta l’artista compare come protagonista delle proprie immagini. I testi non sono didascalie, ma frammenti narrativi paralleli, quasi letterari. Levin la definisce vicina a un’idea di «autofiction»: una finzione che mette al centro l’autore o l’artista come protagonista, mischiando dettagli di vita reali e finzione. Una tensione che in fotografia acquista un peso ulteriore, spiega, perché al mezzo attribuiamo da sempre un valore documentario: «La fotografa è al tempo stesso protagonista ma anche personaggio fittizio, ed è anche l’autrice dello scatto. Ci sono molti livelli su cui riflettere».
La mostra include anche «Museums», serie in cui Weems, ripresa di spalle, si colloca davanti a istituzioni museali di tutto il mondo (dal Louvre di Parigi alla Galleria Borghese di Roma) interrogando strutture di potere; e «Roaming», il lavoro che l’ha originata, nato durante una fellowship a Roma, quando Weems fu la prima donna afroamericana a riceverla. Non manca «Painting the Town», nella quale vetrine dipinte di nero durante le proteste di Black Lives Matter diventano superfici quasi astratte, e l’installazione video «Leave Now!» (2022), che racconta, con una tecnica scenica ottocentesca nota come Pepper’s ghost, la storia del nonno dell’artista, Frank Weems, mezzadro in Arkansas e membro della Southern Tenant Farmers’ Union.
Carrie Mae Weems, dalla serie Museums, «Louvre», 2006. © Carrie Mae Weems e diritti di riproduzione courtesy dell’artista e Gladstone Gallery, New York, Fraenkel Gallery, San Francisco, and Galerie Barbara Thumm, Berlin
Un intero nucleo della mostra, la nuova serie «Preach» (2024), è dedicato al tema della fede, centrale nella cultura delle comunità nere americane. Per Levin è stata proprio questa dimensione la scoperta più sorprendente lavorando al progetto. Il percorso ripercorre il ruolo della spiritualità nella storia afroamericana, dalla pratica clandestina ai tempi della schiavitù fino all’ispirazione che ha nutrito figure come Martin Luther King.
Ma perché Carrie Mae Weems, oggi, è un’artista così necessaria? Per Levin la risposta sta nella capacità di anticipare domande che oggi sentiamo urgentissime, e nel modo in cui le affronta: con rigore, ma anche con leggerezza. «È un’artista che molto presto ha affrontato alcune delle domande più urgenti che oggi ci poniamo quando pensiamo alla fotografia, e più in generale alla cultura visiva nella sfera pubblica: la politica della rappresentazione, chi parla per chi, chi ha diritto a una voce nelle questioni pubbliche, come vengono rappresentate le persone e da chi. E poi c’è il suo modo di lavorare con la fotografia, di combinarla con il testo, di lavorare su sé stessa come protagonista, che nasce proprio da questa tensione tra l’autorappresentazione e il modo in cui la società prescrive un’identità a certe comunità. Ma per me c’è anche altro: ho sempre apprezzato la sua giocosità, il suo umorismo, la sua sensibilità verso il linguaggio. È un modo quasi affettuoso di guardare la fotografia, a come si costruiscono le immagini ed è cosa che non capita spesso di cogliere», afferma il curatore.
Proprio questa compresenza di pubblico e privato, di impegno politico e intimità, attraversa tutta l’opera dell’artista. Le scene domestiche di «Kitchen Table Series», rese pubbliche solo per scelta della stessa Weems, restano cariche di ambiguità: c’è una tensione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato, e vi si legge anche una storia d’amore, oltre che un manifesto politico. Si tratta della seconda retrospettiva dedicata a Carrie Mae Weems in Germania, e della prima a Berlino: un’occasione rara per misurarsi con un’opera che negli Stati Uniti ha già ricevuto ogni riconoscimento possibile, in dialogo con la grande tradizione della fotografia americana, come Roy DeCarava, Walker Evans e Robert Frank.