Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Jacopo Bedussi
Leggi i suoi articoliLa Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia nasce da un gesto che già contiene la domanda: nel 1468 il Cardinale Bessarione dona la propria collezione alla Serenissima invece di portarsela a casa, e Jacopo Sansovino le costruisce intorno uno spazio che è insieme scrigno e palcoscenico, fatto per custodire ma anche per essere visto. Da allora la Marciana vive di questa tensione, tra la conservazione come imperativo e la conoscenza come materia che si trasforma, si disperde, cambia forma nel tempo. Sono esattamente le stesse domande che Lara Favaretto e Monia Ben Hamouda portano nelle Sale Monumentali per la prima mostra di Fondazione Bvlgari, evento collaterale della 61ma Biennale Arte. Le due opere non rispondono alla biblioteca, ci stanno dentro in modo naturale, perché parlano della stessa cosa. E messe lì, in quello spazio, il quesito smette di essere teorico e diventa qualcosa che il visitatore può abitare, proiettarci dentro quello che vuole, anche emotivamente.
Ad aprire il percorso è «Fragments of Fire Worship» di Monia Ben Hamouda, due sculture al neon piazzate nel Vestibolo. I segni che compongono l’installazione sono frammentari e deliberatamente illeggibili, una scrittura che ha dismesso l’ambizione di comunicare per diventare gesto, traccia, cicatrice luminosa. Ben Hamouda è figlia di un calligrafo islamico, e da quella tradizione ha ricavato un alfabeto impossibile: la luce del neon non illumina, trattiene. Il fuoco del titolo è esplicitamente ambivalente, rivelazione e distruzione insieme, la conoscenza come materia instabile che si trasforma senza mai depositarsi del tutto. L’artista ha vinto la IV edizione del MaXXI Bvlgari Prize nel 2025, e parallelamente alla Biennale la sua scultura «Ya’aburnee (Untranslated Fragment I)» sarà nel giardino del Bvlgari Hotel Milano: il titolo rimanda a un’espressione araba intraducibile, il che dice già tutto sul suo rapporto con il linguaggio.
Nel Salone Sansovino, Lara Favaretto presenta la settima e ultima edizione di «Momentary Monument-The Library», una serie che porta avanti dal 2005 e che qui giunge a una conclusione logica. Il progetto è costruito intorno a un gesto semplice quanto metodico: raccogliere libri da atenei, istituti, accademie e collezioni private, selezionarli per tenuta documentale e densità di contenuto, e sistemarli in una scaffalatura centrale che il pubblico può consultare. Dentro a ogni volume, un’immagine tratta dall’archivio personale dell’artista, attivo dal 1995, un innesto che produce relazioni per scivolamenti e attriti, un ipertesto analogico fondato sulla serendipità piuttosto che sulla gerarchia. Nel corso della mostra la biblioteca si trasforma: i libri circolano, si ridistribuiscono, la conservazione viene messa in discussione dall’uso. Favaretto conosce bene il peso specifico degli spazi veneziani, avendo già partecipato alla Biennale Arte, e il dialogo con la Marciana è tutt’altro che deferente. Mette a fuoco una domanda precisa su che cosa significhi custodire nell’epoca in cui digitalizzare significa spesso, anche, far sparire. Il progetto confluirà in una pubblicazione d’artista.
La domanda del titolo, del resto, se la pone la Marciana da cinque secoli, molto prima che arrivassero le opere. Favaretto e Ben Hamouda ampliano con slancio la conversazione, fino al 22 novembre.
Una veduta dell’installazione «Momentary Monument-The Library» di Lara Favaretto nella Salone Sansovino della Biblioteca Nazionale Marciana a Venezia