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Foto d’installazione di Angela Glajcar, «2009 - 051 Terforation», 2026

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Foto d’installazione di Angela Glajcar, «2009 - 051 Terforation», 2026

Bergquist e Glajcar fanno danzare spazio e materia ad Arzignano

Atipografia presenta una contrapposizione fra due artisti che intrecciano pittura e scultura guidando lo spettatore attraverso superfici contemplative, strappi geometrici e la luce del silenzio

Grazia Mazzarri

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Un «Minuetto» è una danza regolata, fatta di passi misurati, simmetrie e pause ed è dunque un titolo tutt’altro che ornamentale quello scelto da Atipografia per il confronto tra Mats Bergquist e Angela Glajcar dal 1 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027. Più che un tema, il minuetto è qui un criterio di disposizione e di visione: le opere sono chiamate a entrare in relazione attraverso le distanze, gli intervalli e i vuoti che si aprono tra una presenza e l’altra. La mostra non cerca infatti una corrispondenza formale tra i due artisti. Bergquist lavora sull’encausto, Glajcar sulla carta; il primo procede per accumulo e sottrazione sulla superficie, la seconda costruisce il volume attraverso lo strappo. A unirli è piuttosto una concezione dello spazio come parte dell’opera. Le pareti, le pause tra i lavori e il movimento del visitatore diventano elementi di una composizione più ampia, nella quale ciò che non è occupato acquista lo stesso peso di ciò che lo è.

Nelle opere di Mats Bergquist, nato a Stoccolma nel 1960, la pittura si riduce all’essenziale. Le superfici monocrome in encausto sono il risultato di un procedimento lento: strati di gesso vengono applicati, rimossi e nuovamente ricoperti, mentre la cera e il pigmento restituiscono una materia densa, insieme pittorica e scultorea. Non c’è un’immagine da decifrare, ma una superficie davanti alla quale sostare. Il riferimento all’icona, ricorrente nella lettura del lavoro di Bergquist, non implica tanto un contenuto religioso quanto una particolare idea della pittura come esperienza meditativa. «Ogni quadro deve essere una preghiera», afferma l’artista, chiarendo la necessità di un tempo lento, opposto alla fruizione rapida delle immagini. In «Sentiero» (2015-16) la sequenza dei dipinti introduce una componente fisica: per vedere l’opera occorre percorrerla, facendo coincidere il movimento nello spazio con quello dello sguardo. È proprio il passaggio nello spazio a trovare un contrappunto nel lavoro di Angela Glajcar, artista tedesca nata nel 1970 e qui alla sua prima mostra negli spazi di Atipografia. Le sue «Terforations» trasformano la carta in una materia scultorea. Fogli strappati manualmente vengono sovrapposti e organizzati secondo sequenze regolari, fino a generare cavità e aperture. La struttura nasce quindi contemporaneamente dall’aggiunta e dalla sottrazione: sono i vuoti, più ancora dei fogli, a determinare la forma. È la luce che, penetrando nelle fenditure, produce ombre e profondità che cambiano a seconda della posizione dello spettatore, rendendo leggibile questo processo. L’apparente fragilità della carta si rovescia così in una presenza spaziale quasi architettonica, ma l’ordine della costruzione non cancella l’imprevedibilità dello strappo: ogni opera mantiene una tensione tra regola e accidente, geometria e gesto. È su questa tensione che «Minuetto» trova la propria ragione. Il vuoto è superficie silenziosa per Bergquist, apertura attraversabile per Glajcar; in entrambi i casi è una forza che organizza la relazione tra le forme. 

Mats Bergquist, «Nocturne», 2025

Foto d’installazione di Angela Glajcar, «2020-047 Terbloc», 2026

Grazia Mazzarri, 29 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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