Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Una veduta della mostra «L’ombra delle Lucciole».

Credits Eleonora Vaccaretti. Courtesy Atipografia.

Image

Una veduta della mostra «L’ombra delle Lucciole».

Credits Eleonora Vaccaretti. Courtesy Atipografia.

Atipografia tra materia e visione. Il progetto trilogico ad Arzignano

Un percorso espositivo che trasforma una ex tipografia ottocentesca in uno spazio di ricerca sull’arte come esperienza e non rappresentazione articolato in tre capitoli dedicati a relazione mistero e identità

Nicoletta Biglietti

Leggi i suoi articoli

La programmazione di Atipografia, ad Arzignano, non è una sequenza di mostre, ma un discorso unico che prende forma attraverso variazioni successive. La sede nasce all’interno di una tipografia di fine Ottocento, trasformata dallo studio AMAA in un luogo che conserva la memoria industriale e ne ridefinisce la funzione. Ne risulta uno spazio attraversabile, pensato per la presenza, il passaggio e la contemplazione. In questo contesto, l’arte è un territorio di sperimentazione che apre domande e visioni, luogo del dubbio e dell’esplorazione profonda. Non solo rappresentazione, ma spazio di accadimento, capace di modificare lo sguardo. Storicamente legata alla mimesis, Platone la definiva «tre volte lontana dal vero», come copia della copia. Nel Novecento, però, l’opera si emancipa dalla rappresentazione e si afferma come presenza autonoma. Queste trasformazioni convivono con linguaggi narrativi e simbolici. Con la psicanalisi l’attenzione si sposta sull’interiorità, e molta arte contemporanea insiste sul racconto del sé, rischiando talvolta di chiudere il senso nell’interpretazione. La trilogia di Atipografia nasce da una presa di distanza. Non cerca di raccontare, ma di creare condizioni perché qualcosa accada.

Ogni capitolo rielabora il precedente senza chiuderlo, ma spostandone il punto di vista. Il primo, Matermània, introduce uno scarto dall’io al noi: la maternità come origine di una visione relazionale, dove il soggetto è il luogo in cui il mondo accade. Qui emerge anche una dimensione generazionale e collettiva dello sguardo, come condizione condivisa dell’esperienza. Il secondo, L’ombra delle lucciole, a cura di Alfonso Cariolato e Luigi de Marzi, apre invece al mistero. La luce non è chiarezza assoluta, ma esposizione: non lumen, luce razionale che spiega, ma lux, qualità dell’essere che include il buio. Il riferimento a Pasolini e alla lettura di Didi-Huberman restituisce le lucciole come presenze minime, intermittenti, forme di resistenza che sopravvivono nell’oscurità e chiedono uno sguardo lento. Il terzo capitolo, dal titolo «di polvere le stelle», è dedicato al daimon, secondo James Hillman: una forza originaria che attraversa l’individuo e ne definisce l’unicità. Non un’identità da costruire, ma una traiettoria interna da riconoscere, qualcosa che guida senza possedere e che rende ciascuno irriducibile.

In ogni tappa resta invariata l’ipotesi di fondo: il mondo non è interamente disponibile allo sguardo. Le opere non spiegano, non illustrano e non chiudono il senso, ma lo sospendono, mantenendo una distanza che richiede tempo, attenzione e presenza. In questo senso la trilogia non offre risposte, ma condizioni di visione. Perché, come diceva Georges Didi-Huberman, bisogna saper guardare le luci minime nell’oscurità per comprendere che ciò che «appare» non esaurisce mai ciò che «è».**

Nicoletta Biglietti, 03 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Atipografia tra materia e visione. Il progetto trilogico ad Arzignano | Nicoletta Biglietti

Atipografia tra materia e visione. Il progetto trilogico ad Arzignano | Nicoletta Biglietti