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Una veduta della mostra «Kiefer. Le Alchimiste» a Palazzo Reale, Milano

Foto Ela Bialkowska, OKNO Studio

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Una veduta della mostra «Kiefer. Le Alchimiste» a Palazzo Reale, Milano

Foto Ela Bialkowska, OKNO Studio

Anselm Kiefer: le donne sanno prendere decisioni più sagge

L’artista tedesco parla delle sue due mostre attualmente visitabili a Milano, nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale e alla galleria Lia Rumma

Michela d’Ecclesiis

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Un motivo ricorrente nell’opera di Anselm Kiefer (Donaueschingen, Germania, 1945) è il ripensare alle donne della Storia e interrogare il femminino, temi declinati in cicli, talvolta pittorici, di scala monumentale. Il frutto di due anni di lavoro è il consistente e materico corpus antologico su ben 42 donne che hanno praticato l'alchimia, con scopi, metodi e destini tra loro profondamente diversi. Sono «Le Alchimiste» che si addensano sui teleri esposti fino al 27 settembre nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, per la cura di Gabriella Belli, scrigno dolente, dove le opere dialogano imponenti con la sedimentazione di un passato importante. Alcune guardano verso il basso, alla terra, per ascendere: «Suspiciendo Despicio». Altre verso l'alto, per comprendere e dominare l’immanente: «Despiciendo Suspicio». L’esercizio sulla vita e l’oblio sono una costante.

Fino al 24 luglio, Kiefer presenta «I wish to die in autumn moonlight even in darkness not to be lost» alla Galleria Lia Rumma di Milano. Alle Alchimiste si affiancano la poetessa giapponese Ōtagaki Rengetsu e le muse greche Calliope e Melpomene, in opere a cui gli spazi neutri restituiscono respiro e luce. All’alba dell’apertura della seconda mostra, l’artista risponde in un’intervista circa la saggezza del corpo e della terra maitrisée dalle alchimiste e il suo grado di prossimità con loro.

Seguendo le tracce di queste donne, lei ha attraversato diverse epoche dell’alchimia: quella rinascimentale, ancora intimamente legata al sentimento della natura, o quella del XVII secolo, costretta a fare i conti con il nascente metodo scientifico. L’alchimia contemporanea, di cui lei è un rappresentante eminente, come si declina al femminile oggi?
Nella mia sala delle alchimiste a Palazzo Reale troviamo non solo donne vissute fino al XVII secolo, ma anche donne del XVIII secolo, come Theosophia Sternbucta o Mary Anne Atwood, vissuta fino al XX secolo. L’alchimia è sempre stata in tensione con la scienza. All’epoca dell’Illuminismo è stata particolarmente messa in discussione e, in parte, relegata al dominio dell’occultismo. Esistono, tuttavia, esempi in cui entrambe si completano a vicenda, come nel caso di Isaac Newton, che era scienziato e alchimista, contemporaneamente. Lei mi definisce alchimista. Io non faccio distinzione tra alchimia femminile e alchimia maschile, ammesso che tale distinzione esista: le ho entrambe in me. Il mio approccio non è né scientifico, né occulto, né teosofico… eppure, nel mio metodo di lavoro invoco forze che non posso controllare in ogni singolo dettaglio, come la natura, il caso, la chimica e così via.

Tra le donne alchimiste figura Susanna von Klettenberg, che iniziò il giovane Goethe alla mistica e alla filosofia naturale.
Come per molte alchimiste, noi conosciamo Susanne von Klettenberg soltanto attraverso la mediazione di un uomo. In questo caso, Goethe ne parla nella sua biografia, Le confessioni di un’anima bella, pubblicata tra il 1795 e il 1796. Però, l’interesse di Goethe per l’alchimia, a differenza di quello di Susanne von Klettenberg, non durò a lungo.

Sfidando una storiografia che le ha fatte scomparire dalla memoria collettiva, quale alchimista l’ha affascinata di più, rintracciandola nella Storia?
Non vorrei stilare una classifica, ma forse citerei Theosophia Sternbucta, che attribuisce alle pietre un ruolo speciale nell’alchimia: «dass unser Stein mit einer wachsenden Seele begabt sei...» che la nostra pietra sia dotata di un’anima in continua crescita…»). Io ho realizzato alcuni lavori intitolati «Das Bewußtsein der Steine» (La coscienza delle pietre) e anche «Matthäus 3,9: Ich vermag dem Abraham aus diesen Steinen Kinder zu erwecken» (nel passo biblico Matteo 3,9 è scritto: «Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre». Quest’affermazione, pronunciata da san Giovanni Battista contro l’élite religiosa, rimanda alla volontà divina come forza che può mutare la pietra in vita umana, Ndr) che ci rendono prossimi.

Ha stabilito una gerarchia tra la microstoria individuale di ciascuna donna o è la coralità di questa antologia il fine ultimo?
Non vi è alcuna gerarchia tra le singole donne e la storia complessiva dell’alchimia. Si tratta piuttosto di un’antitesi complementare tra sincronia e diacronia.

Firmarsi con il proprio nome è una questione centrale dei Gender Studies e dell’affermazione di sé. Ogni tela porta il nome della donna ritratta e pose plastiche e attributi spesso sono diversi. Esistono delle singole fonti o ispirazioni letterarie tradotte in linguaggio visivo?
Non sono più in grado di citare le fonti: ce n’erano davvero molte e non vorrei attribuire ogni singolo elemento di ogni immagine a una «fonte» specifica.

Per Palazzo Reale, in origine, lei aveva immaginato le tele disposte in alto, alla maniera di metope, alternate con le statue mutilate dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. L’allestimento attuale a labirinto di paraventi la soddisfa?
Sì, naturalmente, ma non sono mai davvero soddisfatto.

Alla Galleria Lia Rumma, invece, ha potuto concepire un allestimento ad hoc. Le tele differiscono, ma le alchimiste rimangono. Vi è tra le due mostre un rapporto dicotomico, o piuttosto si corrispondono, completandosi?
Volevo appendere i dipinti di formato più piccolo, che espongo attualmente da Lia Rumma, in alto, a corredo delle cariatidi, come fossero un fregio. Ma non mi è stato consentito toccare le pareti, il che ha reso impossibile tale progetto. È così che ora si trovano esposti nella galleria di Lia.

La storia della Sala delle Cariatidi è aderente alla sua poetica che, per ragioni di urgenza espressiva e autobiografica, tratta l’orrorifico. Secondo alcune personalità illustri, la guerra non appartiene alle donne, più inclini ai sentimenti di pace. Lei ha rappresentato anche donne «terribili», penso al suo lavoro per l’Elektra di Strauss e alla recente mostra «Le Donne dell’Antichità» a Ravello. Terribili in virtù del proprio temperamento o perché costrette a reagire al contesto esterno.
Esistono uomini terribili ed esistono donne terribili. In linea di principio, tuttavia, la mia esperienza è che le donne siano più complete, più profondamente legate alla terra che si chiude nel proprio mistero e che per questo siano in grado di prendere decisioni più «sagge».

Anselm Kiefer, «Sophie Elisabeth von Clermont», 2025. © Anselm Kiefer. Foto Nina Slavcheva

Anselm Kiefer, «Madame de la Martinville», 2025. © Anselm Kiefer. Foto Nina Slavcheva

Michela d’Ecclesiis , 03 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

Anselm Kiefer: le donne sanno prendere decisioni più sagge | Michela d’Ecclesiis

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