Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Francesco Sala
Leggi i suoi articoliAl verde del prato si sostituisce un tappeto di fitte pennellate nere, interrotto dal profilo azzurro del Serpentine. Su quel tappeto corrono gioiosi cagnoloni dinoccolati e un po’ bolsi, mentre nel cielo volteggiano aeroplani che sembrano giocattoli. Si inseguono, intrecciano le proprie traiettorie, si puntano, sparano tratteggi colorati che scoppiano in balloon da fumetto. La guerra è guerra, ma negli occhi di un bambino anche la minaccia dei bombardamenti, il terrore, la ferocia, svaporano e si perdono in secondo piano, se solo c’è un prato, per quanto graffiato di pennellate nere, e se su quel prato corrono gioiosi cagnoloni dinoccolati e un po’ bolsi. «Park Dogs & Air Raid» dice molto di Rose Wylie, che a 91 anni diventa la prima pittrice britannica ad allestire una personale nelle gallerie principali della Royal Academy di Londra («The Picture Come First» dal 28 febbraio al 19 aprile). Gioco e ironia, innocenza e disincanto, gioia e rivoluzione. Wylie aveva sei anni quando la sua Londra fu investita dal Blitz e si ritrovò sfollata, con la famiglia, nel Kent. Dove si sarebbe formata, avrebbe poi messo radici insieme al marito, il pittore Roy Oxlade, e dove ancora oggi vive e lavora. La memoria di quel trauma rimbalza nelle tele che, in modo programmatico, aprono l’esposizione: i Messerschmidt della Luftwaffe incombono lugubri di svastiche, il ventre gonfio di bombe come fossero uccelli carichi di uova, ma lo sguardo che li scruta è quello innocente di una bambina. Uno sguardo che tutto trasfigura nell’incanto e quindi disarma, disinnesca, depotenzia. E quelle bombe, allora, scoppiano nel «plop!» di una bolla di sapone.
Una curiosità vorace, quasi febbrile, quella di Wylie. Un fare arte che è vero e proprio flusso di coscienza: basta un nulla per innescare la sua mente radiosa (un ricordo d’infanzia; la sequenza di un film, di una pubblicità; l’immagine fugace apparsa su un rotocalco o alla tv) e tutto si compone in una fulminante associazione di idee, irrefrenabile. Le grandi tele, aggregate tra loro in composizioni a volte monumentali, si popolano di figure più e meno popolari, che si richiamano tra loro in una danza avvolgente. Il corpo sanguinante dell’Uma Thurman di «Kill Bill» (2007) rimanda esplicitamente a modelli rinascimentali, tra quinte teatrali impaginate alla Piero della Francesca; la silhouette di Nicole Kidman sulla Croisette si trasforma, passo dopo passo, nelle misteriose figurine dell’antico Egitto; la sulfurea Lilith che già stregò Kiki Smith, eletta a simbolo della forza del femminino, rimbalza dai bassorilievi antichi del British Museum alle pagine dei magazine di moda, specchiandosi nei modelli di Gucci. È una mimesi totale quella tra alto e basso, tra colto e pop, vissuta con estrema naturalezza, senza intellettualismi o pretese edificanti. George Clooney incontra il Doganiere Rousseau, Marilyn Monroe sorride a Werner Herzog, Serena Williams palleggia con Elisabetta I; e poi ecco Bette Davis fare l’occhiolino ai nuovi idoli di «Strictly Come Dancing» che sì, è l’equivalente britannico di «Ballando con le stelle» e no, non è affatto meno trash. La serie di opere dedicate al calcio esemplifica al meglio questa felice commistione: c’è la memoria del vissuto, quella delle serate passate in famiglia, sul divano, a guardare alla tv «Match Of The Day», come dire, in Italia, la «Domenica Sportiva», e c’è allo stesso tempo la trasfigurazione dell’eroe moderno in quello antico, la trasmigrazione da un’epica ancestrale a una più attuale. Da Wayne Rooney ad Achille, e ritorno. I cori da stadio sono il nostro odierno e barbarico «Cantami, o diva».
Rose Wylie, «Kill Bill (Film Notes)», 2007. © Rose Wylie. Courtesy JARILAGER Gallery. Courtesy della fotografia Jari Lager. Foto Soon-Hak Kwon
Rose Wylie, «Snowhite (3) with Duster», 2018 . © Rose Wylie. Courtesy l’artista e David Zwirner. Foto Jo Moon Price
Si sono fatti i nomi di Philip Guston e Basquiat, nell’apparente necessità di un’affannosa caccia al referente; e ancora si potrebbero fare quelli dello stesso Oxlade o del David Hockney meno radioso, primissimi anni Sessanta, quello insomma non ancora immerso nella luce della California. Ma sarebbero forzature, che la ribelle Wylie rispedisce al mittente nelle sue frequenti e recenti interviste, rivendicando una libertà che la pone fuori dai movimenti, dalle mode, dalle scuole, dalle tendenze.
La fascinazione pop per l’immagine, con la sua casa-studio letteralmente tappezzata di ritagli di giornali, migliaia di pagine che si sovrappongono caotiche sul pavimento e si affollano alle pareti; e ancora le fotografie che vedono le sue labbra accese da quell’esagerato rossetto che da ragazza le era impedito usare: non c’è forse altra etichetta, per Rose Wylie, se non quella «punk». È del resto un’artista che, a quanti hanno chiesto conto del suo ritrarre a volte royal family e dintorni, ha ammesso di farlo principalmente perché incuriosita dai loro vestiti, incurante del loro ruolo e della loro posizione sociale. Ed è un’artista che ha affidato il proprio autoritratto all’immagine della sola bocca, nerissima e inquieta, che grida in «Bottom Teeth» (2016).
Un’eterna ragazza, anche superati i novant’anni, sfacciata e a volte persino sboccata, sempre combattiva e incendiaria. Una donna che ha dovuto attendere la piena maturità prima di vedere riconosciuto il proprio lavoro, messo in pausa per decenni perché inconciliabile con il ruolo di moglie e madre. Non ci sono in mostra opere precedenti gli anni Novanta, perché è solo da quel momento che Wylie si affaccia sul palcoscenico dell’arte, ed è solo dai primi anni Duemila che comincia a ottenere il giusto successo. Quasi a sorpresa, ma in modo che le sue tele chiariscono in modo netto non essere casuale. E quale spazio la donna abbia nella società è tema che non manca di essere indagato, senza acredine ma con ironia. Quella della pattinatrice di «Pink Skater» (2015), gli occhioni incorniciati tra ciglia setose e l’ingenuo mantra del «Will I win», che nella sua forma interrogativa sembra fare il verso alla saccente virilità del «Nessun dorma». E ancora quella di «Snowhite with Duster» (2018), con la Biancaneve disneyana armata di straccio, che attende sognante il possibile, ma non assicurato, arrivo del Principe. E intanto, zitta, pulisce.
Una veduta della mostra «Rose Wylie: the Picture Comes First» alla Royal Academy of Arts, Londra, nell’immagine «Park Dogs & Air Raid», 2017, collezione privata. Foto © Royal Academy of Arts, Londra / David Parry. © Rose Wylie