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Carla Accardi, «Settori rossonero», 1989, Lecce, Collezione privata

Foto: Matteo Zarbo

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Carla Accardi, «Settori rossonero», 1989, Lecce, Collezione privata

Foto: Matteo Zarbo

Alla Fondazione Biscozzi Rimbaud di Lecce storia e geografie del collezionismo salentino

Ventisette opere raccontano una geografia collezionistica vivace e tutt’altro che periferica, dagli anni Sessanta a oggi: i curatori Paolo Bolpagni e Lorenzo Madaro ci raccontano di una storia fatta di raccolte private, gallerie, nuovi residenti e spazi indipendenti, tra arte italiana e internazionale

Anna Saba Didonato

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Il collezionismo privato del Salento svela i suoi tesori in «Camera con vista. Arte italiana e internazionale nelle collezioni private salentine (1963-2015)», mostra a cura di Paolo Bolpagni e Lorenzo Madaro, visitabile dal 27 settembre al 10 gennaio 2027. Gli spazi che la accolgono sono quelli della Fondazione | Biscozzi Rimbaud di Lecce, nata proprio dal desiderio di mettere a disposizione della città la bellezza di un patrimonio artistico maturato in una dimensione domestica. «Il contesto ideale per la realizzazione di questo progetto, seppure temporaneo, che conferma la nostra missione di condivisione e trasmissione della bellezza», sottolinea la presidente Dominique Rimbaud. In mostra 27 opere di artisti di fama nazionale e internazionale, datate tra il 1963 («Senza titolo» su carta di Jannis Kounellis) e il 2015 («Hidden» di Peter Halley). Abbiamo intervistato i curatori.

 

Quali criteri sono stati adottati nella selezione delle opere?
Paolo Bolpagni: I criteri di scelta sono stati tre: la qualità e rappresentatività delle opere e degli artisti, la loro funzionalità al racconto di una storia collezionistica della quale abbiamo cercato di tracciare un percorso unito da fili di coerenza, e infine la varietà tipologica e mediale, per dar conto di un panorama che non fosse monocorde, e che contemplasse tendenze diverse, se non talvolta opposte.

Che cosa emerge da questa prima indagine sul collezionismo salentino? Qual è il suo stato di salute?
P.B.: Lo stato di salute del collezionismo, in questa parte d’Italia, è piuttosto buono, grazie anche all’immissione di figure che provengono da fuori e che hanno scelto il Salento quale propria patria d’elezione. Ne emerge uno scenario plurale, vivace e tutt’altro che statico, anzi caratterizzato da un certo fervore.

Oltre a mostrare una fotografia del presente, la mostra individua alcuni filoni utili a ricostruire la storia del collezionismo in Salento. Quali sono questi filoni principali e quali artisti ne costituiscono l’ossatura?
P.B.: L’idea è stata quella di tentare di narrare una vicenda. I filoni sono vari: la grande fotografia d’autore italiana (Vimercati, Ghirri e Basilico), gli artisti aniconici (Accardi, Pinelli, Bentivoglio, Spalletti), la scultura (Nunzio, Maraniello), gli esponenti di una figurazione variamente connotata (dall’aerosol expressionism di A-One a Ontani, da Rotella a Paladino). E poi i grandi maestri della contemporaneità, come Beuys.

Tra i collezionisti figurano anche i «nuovi salentini», ossia coloro che scelgono di trasferirsi qui solo per alcuni periodi dell’anno, come Luca Bombassei e Anna Maria Enselmi, oltre a realtà ibride come Progetto (fondato a Lecce nel 2019 da Jamie Sneider) e Thalassa Gallery (nata nel 2025, a Porto Cesareo, da un’idea di Salvatore Baldi, con la direzione artistica di Luigi Presicce). In che modo queste figure e questi spazi stanno cambiando la geografia e le dinamiche della scena artistica locale?
Lorenzo Madaro: Anna Maria Enselmi rappresenta il caso più emblematico di questa nuova geografia. Con Palazzo Luce ha dato forma a Lecce a un progetto ormai riconosciuto anche sul piano internazionale, nel quale arte, design e architettura vengono messi in relazione secondo una visione collezionistica molto precisa. Accanto a opere di Ettore Spalletti, Rosa Barba, Joseph Kosuth e Anselm Kiefer, Enselmi ha costruito un’importante collezione di design storico, con pezzi di Gio Ponti e di altri grandi maestri del ’900: un insieme nel quale le distinzioni disciplinari cedono il passo a una più ampia cultura dell’abitare. In una prospettiva diversa, Luca Bombassei ha trasferito nel Salento una raccolta maturata attraverso relazioni e frequentazioni internazionali, facendo della masseria uno spazio di confronto tra opere, architettura rurale e paesaggio. A queste esperienze si affiancano Progetto e Thalassa, che introducono modalità fondate sulla produzione, sulla residenza e sulla presenza degli artisti. Ne emerge un Salento sempre meno periferico, attraversato da una costellazione di iniziative autonome capaci di connettere il territorio con geografie culturali molto più ampie.

Stefano Arienti, «Senza titolo», 1989, Collezione privata. Foto: Matteo Zarbo

Prima della comparsa di fondazioni, residenze e piattaforme artistiche, un ruolo fondamentale è stato svolto da operatori e galleristi. Chi sono i protagonisti di quella prima stagione e quale eredità hanno lasciato?
L.M.: Prima dell’attuale stagione, il contemporaneo salentino si è costruito soprattutto attraverso una costellazione di iniziative private, spesso fragili sul piano strutturale ma culturalmente decisive. Dal C.R.E. di Corrado Lorenzo e Sandro Greco al gruppo Gramma e al Laboratorio di Poesia di Enzo Miglietta, fino a gallerie come L’Osanna dei Leuzzi e il Piccolo Museo di Corrado Lorenzo, si è formata una vera pedagogia dello sguardo. Quegli operatori hanno portato nel territorio linguaggi, artisti e documenti altrimenti difficilmente accessibili. La loro eredità risiede soprattutto nell’avere trasformato la distanza geografica in una possibilità critica e relazionale.

Volendo fare un paragone tra l’area barese e quella salentina, quali sono le principali analogie e differenze che emergono?
L.M.: Bari ha conosciuto una storia più strutturata, sostenuta dalla continuità di gallerie come quella di Marilena Bonomo e dalla funzione di una manifestazione come Expo Arte, capace di costruire un rapporto stabile fra mercato, critica e collezionismo. Il Salento presenta invece una trama più intermittente e dispersa, affidata maggiormente alle relazioni personali, alle case, alle esperienze indipendenti e alla mobilità dei collezionisti. In entrambe le aree, tuttavia, le raccolte private costituiscono un archivio decisivo della ricezione del contemporaneo.

Alla luce delle opere esposte e dei rispettivi nuclei di appartenenza, come si pone il collezionismo salentino rispetto alle tendenze artistiche nazionali e internazionali?
P.B.: Mi pare che sia un collezionismo molto legato all’arte italiana, europea e occidentale, poco incline alle mode ondivaghe, e attento ai valori estetici, concettuali ed espressivi delle opere. In questo senso non posso che esprimere soddisfazione per quanto messo a disposizione dai prestatori: si tratta di lavori davvero pregevoli, che rendono il Salento una terra non periferica dal punto di vista culturale, ma anzi dotata di una propria originalità.

Esiste oggi una generazione di giovani collezionisti in grado di raccogliere il testimone di chi li ha preceduti? In che cosa si differenzia la loro sensibilità estetica o il loro approccio al mercato rispetto alla generazione precedente?
L.M.: Più che una generazione già perfettamente riconoscibile, credo si possa parlare di una sensibilità nuova che sta progressivamente emergendo. Rispetto al collezionismo precedente appare meno interessata alla costruzione di raccolte rappresentative o rigidamente coerenti e più disponibile alla contaminazione fra linguaggi, geografie ed esperienze. Il rapporto con l’opera nasce inoltre dentro un sistema ormai internazionale, fatto di fiere, viaggi, studi d’artista e nuovi spazi di ricerca, mentre perde centralità la mediazione esclusivamente locale. Ne deriva un collezionismo più mobile e trasversale, nel quale il valore dell’esperienza e della relazione tende spesso ad affiancare quello propriamente patrimoniale.

Anna Saba Didonato, 27 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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