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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliUn’opera può restare ferma e, allo stesso tempo, continuare a cambiare. Basta che cambi il punto da cui la si guarda. È uno dei principi su cui Alberto Biasi ha costruito oltre sessant’anni di ricerca, mettendo in discussione l’idea dell’immagine come qualcosa di stabile e affidando allo spettatore un ruolo attivo nella percezione. È questa ricerca, sviluppata tra movimento, luce e dinamismo ottico, a tornare protagonista a Roma con la personale che Tornabuoni Arte dedica all’artista padovano dal 16 settembre al 21 novembre 2026 nella sede di via Bocca di Leone 88. La mostra riunisce venti opere e due «ambienti di immagini luminose» degli anni Sessanta, attraversando diverse fasi della ricerca di Biasi: dalle esperienze legate alla nascita del Gruppo N agli ambienti degli anni Settanta, fino ai lavori più recenti. Il percorso permette così di seguire la continuità di una ricerca che, pur cambiando materiali e forme, mantiene al centro una stessa questione: il rapporto tra l’opera e chi la osserva.
Biasi nasce a Padova nel 1937 e nel 1960 è tra i fondatori del Gruppo N, insieme ad altri artisti impegnati nella ricerca di nuove forme di arte programmata e cinetica. In quegli anni l’interesse si sposta dall’immagine come rappresentazione alla sua capacità di produrre fenomeni percettivi. Linee, superfici, sovrapposizioni, strutture e materiali vengono organizzati secondo precise configurazioni che si attivano attraverso lo sguardo e il movimento dell’osservatore. La ricerca di Biasi prosegue nel corso dei decenni attraverso diversi cicli, dalle «Trame ai Rilievi ottico-dinamici», dalle «Torsioni» agli Ambienti, fino ai «Politipi» e agli «Assemblaggi». Il principio resta legato alla percezione: l’opera non si esaurisce nella sua struttura materiale, perché l’esperienza visiva cambia a seconda della posizione dello spettatore e delle condizioni attraverso cui viene osservata. Negli «Ambienti», questa relazione diventa ancora più evidente. Le opere coinvolgono lo spazio e il corpo di chi entra nell’installazione, trasformando la percezione in un’esperienza. Le due opere luminose presentate a Roma appartengono proprio a questa stagione della ricerca degli anni Sessanta e permettono di ricostruire il passaggio dalla superficie bidimensionale a una concezione dell’opera capace di inglobare ambiente e spettatore.
Il rapporto con Roma è una parte importante della storia espositiva di Biasi. La sua presenza nella capitale risale agli esordi: nel 1960 partecipò alla mostra «Sculture tascabili, componibili, trasportabili, istantanee», organizzata da Piero Manzoni alla Galleria Trastevere, diretta da Topazia Alliata. Due anni più tardi il Gruppo N partecipò alla storica mostra «Arte Programmata», organizzata da Bruno Munari e Giorgio Soavi negli spazi Olivetti, compresa la sede di via del Tritone. Da allora il rapporto con la città è proseguito attraverso mostre, musei e istituzioni. Biasi ha esposto alla Galleria L’Obelisco e ha partecipato a «Vitalità del negativo», la mostra curata da Achille Bonito Oliva a Palazzo delle Esposizioni. È stato inoltre presente a diverse edizioni della Quadriennale di Roma, mentre alcune sue opere sono entrate nelle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, allora diretta da Palma Bucarelli. Negli anni successivi la sua ricerca è tornata in altri luoghi della capitale, tra cui il Museo Nazionale d’Arte Orientale, i Musei di San Salvatore in Lauro, Villa Doria Pamphilj e il Museo dell’Ara Pacis.
La storia romana di Biasi si intreccia così con quella della ricerca artistica italiana del secondo Novecento. Sono gli stessi anni in cui il suo lavoro viene presentato anche sulla scena internazionale: dalla XXXII Biennale di Venezia alla partecipazione a «The Responsive Eye», la mostra del 1965 al Museum of Modern Art di New York che contribuì a portare l’Optical Art e le ricerche cinetiche al centro dell’attenzione internazionale. Biasi figurava tra gli artisti italiani presenti nell’esposizione newyorkese. «A Roma mi lega una vita di contatti ed esposizioni, fin dai miei esordi», ricorda Biasi, ripercorrendo una presenza iniziata quando la sua ricerca stava ancora prendendo forma. La personale da Tornabuoni Arte parte proprio da questa relazione con la città per ricostruire un percorso che attraversa più di sessant’anni di attività. Accanto alle opere, la galleria presenta infatti una selezione di materiali d’archivio: inviti, cataloghi, fotografie e documenti che raccontano le diverse tappe del rapporto tra Biasi e Roma. A questi materiali si aggiunge un’intervista inedita realizzata per l’occasione, che accompagna il pubblico nella lettura della mostra e della ricerca dell’artista. A distanza di oltre sessant’anni dalle prime esperienze del Gruppo N, il lavoro di Biasi continua così a partire da una domanda elementare e insieme complessa: che cosa accade a un’opera quando entra in relazione con chi la guarda? Le sue superfici, le strutture ottiche e gli ambienti luminosi costruiscono risposte che cambiano insieme alla posizione dello spettatore. È proprio questo movimento, più che la semplice rappresentazione del movimento, a rendere una ricerca nata all’inizio degli anni Sessanta, ancor'oggi attuale.