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Camilla Bertoni
Leggi i suoi articoliConsiderato in chiave minore rispetto agli artisti del gruppo Novecento che aveva contribuito a fondare, Anselmo Bucci (1877-1955) sta vivendo una stagione di profonda rivalutazione. Ma se finora questo processo è avvenuto soprattutto a livello locale, nella regione delle Marche in cui era nato, dal 27 marzo al 13 settembre il Mart di Rovereto gli dedica la più ampia e completa monografica che gli sia mai stata tributata. A curare la mostra sono Beatrice Avanzi, conservatrice del Mart, e Luca Baroni, direttore delle Rete Museale Marche Nord.
Beatrice Avanzi, da dove nasce questa mostra? Quali le sue ragioni?
Bucci fu tra i sette fondatori del gruppo Novecento, rimasto un po’ nell’ombra rispetto ad altri come Sironi o Funi, ma riscoperto negli ultimi vent’anni. La consacrazione attraverso questa mostra avviene nell’istituzione forse più consona per la sua forte vocazione allo studio degli artisti del ’900 attraverso materiali d’archivio qui conservati, progetti espositivi e depositi da collezioni. Una curiosità: fu proprio Bucci a battezzare il gruppo dei sette che si presentò con l’esposizione alla Galleria Pesaro nel 1923 e per la quale era stato ipotizzato inizialmente il nome di «Candelabro», con allusione ai sette bracci di quello ebraico (ebrei erano sia il gallerista sia Margherita Sarfatti che diede il suo avvallo critico al gruppo). Invece prevalse l’idea di un nome che conteneva in sé l’ambizione di dare un’impronta a tutto il secolo.
Luca Baroni, da quanto tempo si sta occupando dell’opera di Bucci e qual è il rapporto dell’artista con le Marche?
A partire dagli anni Trenta, il notaio e mecenate Giuseppe Cesarini di Fossombrone acquistò e ricevette dall’amico Bucci e dai suoi eredi un forte nucleo di dipinti e la serie competa delle incisioni dell’artista, un corpus poi donato assieme al museo che lo ospita, la Quadreria Cesarini, al Comune di Fossombrone. Grazie a questo sodalizio, le Marche ospitano oggi il più importante gruppo al mondo di dipinti di Bucci. Il mio percorso con Bucci è iniziato nel 2018, ancora alla Scuola Normale Superiore, successivamente mi sono dedicato ad allineare il patrimonio e a cercare sponda nei grandi musei. Con questa mostra, grazie al lavoro fatto dal Mart e a un’intensa campagna prestiti, che ha coinvolto istituzioni come il Museo del 900 di Milano o la Gnamc di Roma ed enti come le Assicurazioni Generali e Bnp Paribas, opere provenienti da collezioni private e pubbliche entrano in dialogo con quelle conservate nelle Marche. Dalla morte dell’artista, non c’è mai stata una così grande retrospettiva, ricca di spunti scientifici che ci auguriamo aprano le porte e nuovi approfondimenti su di lui e sul suo lavoro anche fuori dall’Italia.
Anselmo Bucci, «Cafè Cyrano», 1914, Ancona, Pinacoteca civica «F. Podesti»
Anselmo Bucci, «La primavera», 1936, collezione privata
Baroni, che cosa emerge dalla rilettura che propone questa mostra?
Innanzitutto il livello internazionale dell’artista, conquistato attraverso i suoi viaggi, i suoi lunghi soggiorni a Parigi, dove fu giovanissimo amico di Picasso e di Modigliani, dove conobbe dal vero l’opera dei grandi impressionisti come Monet e Renoir, ricevette le prime recensioni dal «New York Times» e illustrò l’opera del premio Nobel Rudyard Kipling. Bucci emerge oggi come l’artista forse più europeo del primo ’900 italiano.
Avanzi, che cosa fu allora a determinare la sua svalutazione?
In primis il suo volontario ritiro da Novecento: scelse deliberatamente di non partecipare alla seconda esposizione nel ’29, quando l’ambizione di Sarfatti aveva allargato la partecipazione a più di cento artisti, e non accettò l’allineamento con le ideologie imperanti. Non abbiamo documenti diretti, ma il suo disagio rispetto al regime si legge tra le righe in scritti e testimonianze. Non era personalità da poter essere chiusa in uno schema rigoroso come quello di Novecento orientato verso determinati temi: sebbene interessato al rapporto con gli antichi maestri, Bucci resta uno spirito libero.
Baroni, com’è strutturata la mostra?
Grazie a una forte campagna prestiti, con questa mostra abbiamo per la prima volta la possibilità di raccontare un pittore la cui adesione a Novecento è un punto di arrivo e non di partenza. Ben sei sale sono dedicate al suo percorso precedente: Bucci iniziò infatti la sua carriera a Milano nel 1904 e dal 1906 si trasferì a Parigi, dove rimase stabilmente fino al 1914, quando rientrò per partecipare da volontario alla Grande Guerra. La sua cultura figurativa e letteraria crebbe quindi fuori dall’Italia: una dimensione europea che lo differenzia da qualsiasi altro artista della sua generazione. Sarfatti cercò inizialmente il suo appoggio proprio perché era in grado di raccontare in prima persona cosa succedeva nella Parigi di Picasso e Modigliani a cui è dedicata una grande sala.
Baroni, quali opere si vedono in mostra?
Il percorso, che copre tutta la carriera di Bucci, è compreso tra due opere monumentali restaurate per l’occasione, che tornano assieme per la prima volta dal 1919, quando sono documentate in una fotografia dello studio parigino di Bucci. La prima, che apre la mostra, si intitola «Autunno» e viene presentata da Bucci al Salon d’Automne a Parigi nel 1910, ottenendo il plauso di Apollinaire. La seconda, in chiusura, è «I maschi», un colossale dipinto di due metri per cinque che Bucci chiamava affettuosamente «la mia corazzata», iniziato a Parigi nel 1911 e terminato a Milano nel 1924. Un quadro che racchiude in qualche modo la sua evoluzione dagli accenti postimpressionisti e dalla cultura Belle Époque ai toni di Novecento. Un dipinto controverso, che Bucci considerava un fallimento, ma che oggi invece ci sembra un quadro chiave, carico delle tensioni e degli stimoli culturali che stava vivendo.
Anselmo Bucci, «Juliette», 1910, collezione privata