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In un mondo di rovine la potenza dell’immaginazione permette la trasmissione di un’idea, dove si incontrano storia e memoria, spazio geografico e identità, che i reperti archeologici descrivono e verificano. È questo il sottotesto di una mostra efficace e impegnativa, prodotto di un’operazione di diplomazia culturale tra Italia e Turchia nell’ambito del Piano Mattei (curatori italiani A. Russo, R. Alteri, A. De Cristofaro). L’iniziativa ha quindi le spalle larghe e ha portato a Roma centinaia di reperti da musei italiani e da moltissimi musei turchi: segno che la sua location conforta la speranza che i milioni di visitatori del Colosseo decidano domani di fare un auspicabile salto anche sul sito fascinoso dell’antica Troia.
All’ingresso un corridoio fiancheggiato da due splendidi paesaggi introduce a una «modesta» tavoletta di argilla. Quell’oggetto frantumato riproduce un trattato de1 1280 a.C. tra il re ittita Mutawalli II e il re di Wilusa, Alaksandu, e ci dice due cose: questa mostra parla di storia, di fatti realmente accaduti; Troia (Wilusa/Ilio) non è solo il luogo mitico dell’epica omerica, ma è una città vera, posta all’estremo angolo dell’Anatolia a guardia delle rotte tra Mar Nero e Mediterraneo. È dunque una realtà calata nello spazio, illustrato nei pannelli digitali presenti nel percorso, e nel tempo, affidato a una tavola cronostratigrafica, felicemente comprensibile, dove compaiono le tante Troia (da I a X), soltanto una delle quali (VIIb) è quella cantata da Omero e riscoperta da Schliemann nel XIX secolo.
La prima sezione della mostra ci cala nell’Anatolia del III e II millennio a.C. per descrivere una città dalla lunga vita, decaduta e rinata più volte fino all’età bizantina. Il racconto di Troia non comincia e non finisce con l’epopea degli scavi ottocenteschi, che sono marginali all’esposizione, così come i suoi celebri rinvenimenti. Qui prevalgono i «cocci» (alcuni davvero splendidi), anche se sempre così difficili da esporre: chissà che un aiuto non venga dal puntare sulla loro funzione piuttosto che sulle loro forme, a volte davvero intriganti.
Ritratto giovanile di Ottaviano Augusto, Çanakkale, Museo di Troia
La città di Omero è al centro della seconda sezione che illustra i protagonisti del mito: nomi noti alle cento generazioni che ci separano da quegli eventi, durante le quali si è consolidata una memoria collettiva grazie a quel fenomeno culturale, che è la trasformazione della storia in mito. Gli strumenti di comunicazione sono ora l’Iliade (nel testo ormai quasi incomprensibile di Vincenzo Monti: una scelta discutibile ma non improvvida) e l’iconografia di questi personaggi famosissimi raccontata dai manufatti artistici. Tra questi spiccano alcune sculture monumentali del Sebasteion di Afrodisia: pezzi straordinari, di cui il pubblico dell’overtourism non può forse apprezzare l’eccezionalità, ma che danno alla mostra un tocco in più di qualità, insieme con il meraviglioso Sarcofago da Nicomedia e l’intrigante mosaico con il «battesimo» di Achille da Xanthos.
Protagonista della terza sezione è il mitico Enea: figura secondaria in Omero, che pur gli assegna il compito di una profezia sulla ‘rinascita’ di Troia incendiata dai Greci. La sua fuga attraverso il mare fino alle rive del Lazio è un viaggio di migranti alla ricerca di nuove opportunità di vita, ma anche lo strumento per trasferire la memoria e perpetuarla. Da un vicino Oriente pienamente storico i profughi sprofondano nella protostoria del Lazio, cui è dedicata la quarta sezione.
Quando il mito di Enea passa il testimone a quello di Romolo, l’esposizione stringe i tempi. La complessità del tema è affidata al caso del Santuario di Atena Iliaca riemerso a Castro nel Salento e alla necropoli di Santa Palomba, espressione delle comunità laziali da cui avrebbe poi tratto origine Roma. Questa sintesi necessaria (lì comincerebbe un’altra mostra) paga un prezzo nella vetrina finale un po’ affastellata di oggetti, che non trovano sufficiente spiegazione nei testi di accompagnamento: faticoso terreno di sfida di tutte mostre archeologiche, ma in questa generalmente sobri e chiari.
La mostra segue dunque le vicende del rapporto fra Troia e Roma oscillando tra storia (narrata dall’archeologia) e mito (narrato da testi e immagini): due percorsi paralleli destinati a incontrarsi ma non a confondersi. Resta il tema affascinante delle tappe attraverso le quali nel corso dei secoli Roma decise di farsi «troiana» prendendo il testimone della più illustre delle città «perdenti» nella storia del Mediterraneo, ben prima di imporre il proprio dominio a Greci e Troiani come padrona del mondo.
Trattato di Alaksandu, tavoletta di argilla con iscrizioni in caratteri cuneiformi (XIII secolo a.C.), Çanakkale, Museo di Troia