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Rina Eide Lovaasen, «Catering-Something Else» 2026

Foto: Manuela De Leonardis

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Rina Eide Lovaasen, «Catering-Something Else» 2026

Foto: Manuela De Leonardis

Al Cairo 33 artisti esprimono il senso di responsabilità in un tempo di grandi incertezze

In un’abitazione del XVIII secolo a Bayt al-Sinnari è tracciata una mappatura di autoconsapevolezza per esplorare il tema suggerito dal critico d’arte Simon Njami nella passata edizione di «Something Else»

Manuela De Leonardis

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Dopo l’esordio dello scorso anno di «Something Else Symposium», organizzato da Darb 1718 (centro culturale d’arte contemporanea fondato nel 2008 al Cairo dall’artista Moataz Nasr), l’appuntamento di «Something Else 2026» (sino al 26 febbraio), che per alcuni anni si era svolto nella Cittadella, torna a Bayt al-Sinnari. In questa bellissima abitazione del XVIII secolo di pietra intagliata (oggi sede della Bibliotheca Alexandrina) con mashrabiya di legno e cupole stellate nelle stanze dell’hammam, sono ospitati i lavori di 33 artiste e artisti egiziani e internazionali che hanno esplorato il tema suggerito dal critico d’arte Simon Njami nella passata edizione: «Emancipa te stesso». I progetti curati sia da Darb 1718 sia da curatori esterni (Valeria Contarino e Yaning Zhu, Dario Mohro, Power Ekroth e Monica Hirano con Mariana Sesma) vedono tra gli autori anche Jonathan Soliman Awadalla e Deng Yufeng, Rusha Silva, Rania Atef, Leif Holmstrand, Melanie Partamian, Alexandra Mitiku e Sophia Mitiku, Eslam Saif Elnasr. Provenienti da 20 Paesi del mondo, queste artiste e artisti di generazioni diverse utilizzano molteplici linguaggi e poetiche per tratteggiare una mappatura di autoconsapevolezza con cui esprimono il loro senso di responsabilità in un tempo presente di grandi incertezze e disequilibri. 

Scrollarsi di dosso pregiudizi e influenze esterne per portare avanti una contronarrazione è un atto fondamentale, a cominciare da «Die Schlacht um Berlin (The Battle of Berlin)» di Juan-Pedro Fabra Guemberena, incentrato su una parte dell’archivio fotografico da lui realizzato documentando le manifestazioni proPalestina di due anni fa a Berlino, quando era ancora possibile sventolare la bandiera palestinese. L’esperienza personale, metabolizzata e restituita in una visione universale, passa per l’uso di elementi iconici come i capelli: finti per la norvegese Rina Eide Løvaasen, che li utilizza insieme al nastro delle musicassette, e veri per Nayab Ikram, artista visiva della diaspora pakistana e residente in Finlandia, per la quale tagliarsi i capelli è un gesto di emancipazione e protesta, come abbiamo visto anche in Iran dove, dopo la morte di Mahsa Amini, è diventato simbolo di resistenza. L’intimità del racconto trova un paragrafo a sé nel ricamo, gesto reiterato che rimanda a una narrazione femminile, in particolare nell’installazione «Maternal Tree» di Fatma Abodoma, in cui i telai circolari contengono sottili reti su cui sono stati ricamati misteriosi volti «alieni». 

Ancora una referenza femminile per l’artista italiana, residente a Stoccolma, Chiara Bugatti, che parte dalla figura di Iside, la «grande madre» dell’antico Egitto, per costruire una narrazione dialettica con materiali quali alabastro, ceramica, acqua del Nilo e anche limoni e litchi. Ai delicati equilibri tra conoscenza e religione fa invece riferimento l’installazione «Ya’qub’s DREAM / Jacob’s LADDER» di Jack Sal, citazione di un episodio della Genesi condiviso dalle tre grandi religioni monoteiste in cui l’artista usa carta fotografica autosviluppante per registrare tempo e memoria, la riproduzione 1:1 di un’incisione di Rembrandt e tre scale di legno locali di altezze progressive. Infine, enfatizza un senso di libertà il passaporto «rilasciato» da Carl Michael von Hausswolff («Embassy of the Kingdoms of Elgaland-Vargaland», progetto ongoing dal 1991): un lasciapassare per ogni dove, senza i limiti dei confini geografici e politici. Sognare, in fondo, è sempre un buon punto di partenza per mettere a fuoco sé stessi.

A sinistra, l’opera di Juan-Pedro Fabra Guemberena, in fondo quella di Jack Sal, per «Something Else 2026». Foto: M. De Leonardis

Manuela De Leonardis, 10 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Al Cairo 33 artisti esprimono il senso di responsabilità in un tempo di grandi incertezze | Manuela De Leonardis

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