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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliIn una lettera del 1562 a monsignor Ippolito Capilupi, Giulia Gonzaga riconosceva come la donna dipinta da «Messer Tiziano» fosse molto più bella che in natura, in virtù del grande genio dell’artista. E infatti, a differenza di Sebastiano del Piombo, che più volte ritrasse la nobildonna, tra le più belle del suo tempo, in maniera realistica, Tiziano eleva la propria modella a prototipo di un ideale quasi irraggiungibile. Il «Ritratto di Giulia Gonzaga» da collezione privata, le gote rosee, gli occhi scuri e l’incarnato bianco, elementi della bellezza ideale esaltata dal Rinascimento, è una delle opere della mostra «Bellezza e bruttezza», curata da Chiara Rabbi Bernard (main partner Intesa Sanpaolo) e allestita negli spazi del Bozar di Bruxelles fino al 14 giugno, prima di raggiungere le Gallerie d’Italia-Milano, dove sarà visitabile dal 9 luglio al 18 ottobre con un maggior numero di lavori e un nuovo catalogo. Questa mostra didattica, rivolta a un pubblico ampio, affida a 90 opere il compito di scandagliare il periodo che va dall’ultimo quarto del Quattrocento alla fine del XVI secolo, «perché è in questo arco di tempo, spiega la curatrice, che si verifica una svolta e che l’interesse tra bruttezza e bellezza va sempre più crescendo».
Negli spazi dell’edificio belga realizzato nel 1920 in stile Art Nouveau da Victor Horta, l’allestimento è particolarmente studiato: una selezione ben calibrata, enfatizzata da una illuminazione efficace, le sezioni scandite da differenti tinte, ma soprattutto opere godibili in un percorso che non affatica. A introdurre alla concezione della bellezza nell’antichità e nel Rinascimento è un trio di Veneri: una Venere pudica da Palazzo Massimo, una tempera su tela di Lorenzo Credi dagli Uffizi e una Vanitas di Jan Gossart dall’Accademia dei Concordi di Rovigo. Fulcro del progetto è la differente rappresentazione della bellezza tra i maestri italiani e i colleghi del nord Europa. La bellezza ideale, influenzata dall’arte classica esplode ne «Le tre Grazie» del II secolo d.C. dai Musei Vaticani, introducendo al confronto tra ritratto ideale e reale durante il Rinascimento. Lavori come il «Ritratto di dama con due barbe» di Willem Key o il «Ritratto di donna» di Ludovico Carracci dalle Gallerie nazionali di Arte Antica guidano verso un contesto in cui la bruttezza incarna il contrario di armonia e proporzione. Talvolta anche la vecchiaia è sinonimo di bruttezza. Anche se la bella testa di vecchio in marmo bianco solcata da rughe (70-50 a.C.), arrivata a Bruxelles dal Museo Civico di Osimo, dice il contrario.
Frans Floris de Vriendt, «Pomona», 1565, Stockholm. © Hallwylska Museet/Statens; Historiska Museet, Stockholm. Foto Jens Mohr
Il percorso procede tra le sfaccettature della bruttezza, con la sua dimensione immaginaria e l’aspetto grottesco perfettamente incarnati dal Papposileno del Museo Nazionale romano. I due mascheroni di satiri che lo affiancano, opere di Tiziano e del suo atelier, escono per la penultima volta dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia per mostrarsi al pubblico.
Esistono modi diversi di rappresentare la bellezza. Se i maestri veneziani raffigurano «des belles charnelles» alla maniera de «La Belle» di Palma il Vecchio dal Museo Thyssen-Bornemisza o del «Ritratto di donna che tiene una mela» di Tiziano dalla National Gallery of Arts di Washington, i fiorentini in questo arco di tempo racchiudono la femminilità in ritratti gelidi e distanti, come quello di Lucrezia Panciatichi del Bronzino dagli Uffizi.
La bella Simonetta Vespucci lancia il suo sguardo sognante al volto peloso di Maddalena Gonzales, decisamente brutta per via di un’ipertricosi genetica, arrivata a Bruxelles dal Kunsthistorisches di Vienna. A poco servono gli artifici consigliati dai libri di ricette di bellezza diffusi nel XVI secolo, che suggeriscono come farsi belle. «Talvolta, aggiunge Chiara Rabbi Bernard, i cosmetici per mascherare le imperfezioni, contenendo sostanze nocive come piombo e arsenico, provocavano l’effetto contrario, generando visi cementati, denti neri e alito fetido».
E se, come affermava Leonardo, «la bellezza non può esistere senza la bruttezza», dall’ultimo quarto del XV secolo quest’ultima assume nuova legittimità. Adesso, nell’arte, anche le figure mostruose, purché ben imitate, sono destinate a suscitare piacere. Con la sua natura proteiforme, il brutto accattivante si insinua nel percorso tra corpi sproporzionati e figure cariche di una connotazione sociale, dai «Mangiatori di ricotta» di Vincenzo Campi ai folli e i buffoni di Bruegel. Se il riso di superiorità dell’artista sferza pazzi e buffoni, come la «Testa di giovane che ride» di Annibale Carracci dalla Galleria Borghese, la satira si insinua in comitive improbabili come la «Gioiosa compagnia» di Bartolomeo Passerotti.
Nelle ultime sale bellezza e bruttezza si incontrano attraverso il tema della «coppia male assortita», come in «Giovane e una vecchia» di Lucas Cranach il Vecchio.
Dal suo frutteto, Pomona, l’antica dea romana dei giardini, scruta un Pan dall’aspetto inquietante. Il fiammingo Frans Floris de Vriendt la ritrae con la pelle bianca, il corpo voluttuoso e i seni scoperti, a evocare la tradizione pastorale. Un omaggio alla letteratura e all’arte italiana, ma anche alla consapevolezza di Leonardo: «Bellezza e bruttezza appaiono più potenti quando viste in contrasto, l’una con l’altra».
Annibale Carracci, «Il Matto (testa di un giovane che ride)», 1585 ca. © Galleria Borghese. Foto Mauro Coen