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Uno dei pezzi esposti nella mostra «Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo»

Courtesy di Fondazione Aquileia

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Uno dei pezzi esposti nella mostra «Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo»

Courtesy di Fondazione Aquileia

Ad Aquileia, per la prima volta dopo 700 anni, i tre frammenti originali del Vangelo di Marco

Dal 12 settembre al 25 aprile 2027 Palazzo Meizlik presenta nello stesso percorso espositivo il Codex Forojuliensis, conservato a Cividale del Friuli, e i frammenti del volume marciano provenienti da Praga e Venezia

Samantha De Martin

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Per la prima volta dopo 700 anni, le tre parti originali del Vangelo di Marco, oggi conservate tra Cividale del Friuli, Venezia e Praga, tornano ad Aquileia, la colonia romana fondata nel 181 a.C. e luogo in cui la loro storia ebbe origine.

Dal 12 settembre al 25 aprile 2027 Palazzo Meizlik, che custodisce al suo interno il prezioso mosaico del Buon Pastore, ospita «Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo», una mostra che ripercorre un capitolo significativo della storia religiosa e politica dell’Europa attraverso le vicissitudini di un manoscritto che la tradizione riteneva vergato di suo pugno dall’Evangelista.

Intorno a quello che resta dell’antico codice il percorso ricostruisce le vicende connesse alla sua fortuna attraverso i secoli, approfondendo la figura di Marco, la tradizione marciana e il ruolo strategico ricoperto, nel periodo tardoantico e nel medioevo, da Aquileia, crocevia millenario di popoli e culture, sospesa tra Occidente e Oriente, tra l’Italia, i Balcani e il resto d’Europa. Promossa e organizzata da Fondazione Aquileia, l’esposizione curata da Martina Dlabajová, Cristiano Tiussi e Luca Villa, è il punto d’arrivo di un lavoro corale di diplomazia culturale che ha messo in dialogo istituzioni civili, religiose e museali italiane e ceche attraverso una collaborazione scientifica e istituzionale. Eletta a «Splendida civitas» in epoca romana, in seguito all’introduzione della libertà di culto a partire dal 313, Aquileia divenne un importante centro di diffusione del Cristianesimo in Europa centrale e nei Balcani, anche con la sua Basilica, dal 1998 entrata a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

Conservato oggi al Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli, il Codex Forojuliensis, o Evangeliario Forogiuliese, contiene i Vangeli di Matteo, Luca e Giovanni. In origine comprendeva anche quello di Marco. Risalente al VI secolo, il codice raggiunse Aquileia verso la metà del IX secolo, probabilmente all’epoca del patriarca Teodemaro che vi appose la propria firma. Da allora rappresentò uno dei più importanti libri liturgici della Chiesa aquileiese e ad oggi è ancora una delle opere fondamentali per comprendere la storia e la spiritualità del Patriarcato. 

Tra il XII e il XIII secolo il Libro di Marco venne estratto dall’Evangeliario Forogiuliese, di cui restano oggi in quella posizione soltanto le pagine di apertura e di chiusura, per intraprendere una vita autonoma. Venerato come autografo dell’Evangelista, il libro corroborava una tradizione che riconosceva in san Marco, discepolo di Pietro, il primo evangelizzatore della regione nord-adriatica. Fu proprio la sua natura di reliquia a determinarne un ulteriore smembramento. La sua fama si era ormai diffusa in tutto l’Occidente latino. Come attestano anche i documenti in mostra, nel 1354 il re Carlo IV di Boemia, di passaggio in Friuli durante il suo viaggio verso Roma, chiese addirittura al fratellastro Nicolò di Lussemburgo, allora patriarca di Aquileia, alcune pagine del Vangelo da destinare alla Cattedrale di Praga. All’indomani della conquista del Patriarcato, la Serenissima prese possesso di quanto restava del Vangelo di Marco per farlo trasferire, il 24 giugno 1420, nella Basilica di San Marco. Atto simbolico che sanciva la sottomissione di Aquileia a Venezia.

Ma la mostra svela un ulteriore aspetto connesso al codice. Tra la seconda metà del IX e gli inizi del X secolo, prima dello smembramento, l’Evangeliario aveva assunto la funzione di Libro dei Viventi. Alle sue pagine erano affidati oltre 1.500 nomi di persone giunte da un’area vastissima e dalle regioni più lontane, dall’Alemagna alla Baviera, dalla Carantania alla Pannonia, a testimonianza della sfera d’influenza nell’area dell’Alpe-Adria e dell’Europa orientale. Luca Villa, curatore della mostra, definisce il «Liber vitae» vergato ai margini dell’Evangeliario un unicum, con «oltre millecinquecento nomi che fotografano l’Europa carolingia in movimento, dai sovrani franchi ai principi slavi». La mostra restituisce anche il paesaggio di questa storia, da San Canzian d’Isonzo alla Laguna, attraverso itinerari che proseguono oltre le sale espositive.

Oltre ai due frammenti del Vangelo di Marco e all’Evangeliario di Cividale, il percorso di Palazzo Meizlik espone anche otto formelle della Cattedra eburnea di San Marco di Grado, capolavoro del VII secolo proveniente dal Castello Sforzesco di Milano, presentate attraverso una ricostruzione virtuale. In mostra anche l’architrave della pergula realizzata dal patriarca Giovanni II (tra l’806 e l’810) per la Cappella di san Marco in Sant’Eufemia, la più antica iscrizione occidentale nota con il nome di san Marco, Roma esclusa, e ancora la capsella reliquiario dei martiri Canziani. Non mancano i documenti originali praghesi del 1354 con i sigilli del patriarca Nicolò e la firma di Carlo IV, le pale d’altare di Giovanni Antonio Guardi e Augusto Tominz. Attraverso un’installazione interattiva è possibile «sfogliare» virtualmente i codici, mentre una sala immersiva ricostruisce l’evoluzione millenaria del complesso basilicale di Aquileia. 

Essendo i fogli in pergamena del Vangelo di Marco e dell’Evangeliario di Cividale materiali estremamente fragili, per motivi di tutela, gli originali di Praga e di Cividale saranno esposti nelle prime sei settimane di apertura della mostra, per poi cedere il posto a riproduzioni digitali ad alta risoluzione, mentre la teca-reliquiario veneziana resterà visibile per l’intera durata dell’esposizione.

Per il presidente di Fondazione Aquileia, Roberto Corciulo, «una mostra nasce dalla capacità di tenere insieme per anni istituzioni distanti per storia, lingua e giurisdizione: intese internazionali costruite nel tempo, prestiti negoziati con enti che rispondono a ordinamenti giuridici diversi, un comitato scientifico chiamato a far dialogare competenze lontane tra loro. È il compito che la Fondazione Aquileia ha scelto di assumere: non soltanto custodire un patrimonio, ma metterlo in relazione».

Samantha De Martin, 11 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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