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Installation view «Simone Crestani. Time, Consumed», Venice Glass Week.

Credits Giovanna Codogno.

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Installation view «Simone Crestani. Time, Consumed», Venice Glass Week.

Credits Giovanna Codogno.

A Venezia, la «vanitas contemporanea» di Simone Crestani

Presentata a Venezia durante la decima edizione di The Venice Glass Week, conclusasi il 20 settembre, «Time, Consumed» trasforma una tavola apparecchiata in una riflessione sulla caducità, tra natura, memoria e metamorfosi della materia

Nicoletta Biglietti

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Due posti apparecchiati ai lati di un tavolo. Tra l'uno e l'altro, il tempo. Le stoviglie si ripetono, ma la natura che le accompagna cambia: ciò che all'inizio è fioritura, luce, insetti e promessa di vita procede verso il disfacimento. Le api, i bombi e le farfalle lasciano spazio alle mosche; i fiori si aprono e poi si piegano, le candele si consumano, la cera cola, i fuochi si spengono. La tavola resta, il banchetto resta, ma tutto ciò che vi è disposto sopra racconta il passaggio da una stagione all'altra. È «Time, Consumed», l'opera realizzata da Simone Crestani nel 2026 e presentata alla decima edizione di The Venice Glass Week.

Il tempo, qui, non è rappresentato da un simbolo. Non c'è un orologio, né un calendario, né una figura allegorica che lo incarni. È nella trasformazione della materia e nella successione delle forme. Crestani costruisce una scena nella quale primavera e autunno convivono come due estremi di uno stesso processo: da una parte il momento della crescita, della fioritura e della creazione; dall'altra quello del consumo, della perdita e della fine. Il tavolo diventa così il luogo in cui il tempo può essere osservato attraverso i suoi effetti. La questione attraversa anche la filosofia. Nelle «Confessioni» (libro XI), Agostino d'Ippona si interroga sulla natura del tempo e sulla difficoltà di definirlo: sappiamo riconoscerlo nell'esperienza, ma comprenderne la natura è più complesso. Una riflessione che risuona in «Time, Consumed», dove il tempo non è un'entità separata dalle cose, ma diventa percepibile attraverso ciò che modifica. La successione delle stagioni, la fioritura e il deterioramento, la luce e le candele consumate rendono leggibile una durata che, in sé, non possiede una forma.

La scelta della tavola, inoltre, non è casuale. Il banchetto appartiene alla storia della rappresentazione della vita quotidiana, ma nella tradizione occidentale la natura morta ha spesso portato con sé un secondo livello di significato. Frutta destinata a marcire, fiori recisi, candele consumate, oggetti preziosi e strumenti della vita quotidiana sono diventati, soprattutto nella pittura seicentesca, segni della precarietà dell'esistenza. La «vanitas» costruiva proprio attraverso questi elementi un'immagine della durata: ciò che appare stabile è destinato a cambiare e ciò che fiorisce è già esposto alla propria fine. Un esempio è la «Vanitas Still Life» dipinta da Pieter Symonsz Potter nel 1646, oggi al Rijksmuseum di Amsterdam: il teschio, la lampada a olio, le bolle e gli oggetti disposti sul piano alludono alla fragilità della vita e alla relatività dei beni terreni. La tradizione della «vanitas» traduceva così in immagini un tema già espresso dall'«Ecclesiaste»: «Vanitas vanitatum, omnia vanitas», vanità delle vanità, tutto è vanità. Crestani riprende questo orizzonte senza riprodurne semplicemente il repertorio iconografico. La sua vanitas è contemporanea perché il tempo non viene condensato in un singolo oggetto simbolico, ma distribuito lungo l'intera tavola. La morte non è un'immagine conclusiva, è un processo.

In questo passaggio il vetro assume un ruolo decisivo. Non è la sola trasparenza a contare, ma il modo in cui la lavorazione a lume permette a Crestani di modellare una successione di forme, superfici e consistenze visive. Il vetro trasparente, soffiato e lavorato alla fiamma, nelle forme della primavera acquista una qualità cristallina e quasi irreale; nei tulipanieri trova una maggiore pienezza e rotondità; procedendo verso l'autunno, invece, le forme si fanno più indefinite, mentre le candele si consumano fino al silenzio dei fuochi spenti. Perché la tecnica, oltre che mezzo esecutivo, è ciò che rende il ciclo naturale un linguaggio plastico. Ma la contraddizione è presente. Crestani utilizza una materia che permette di conservare una forma, mettendola però al servizio di una scena interamente dedicata alla trasformazione. Il vetro non restituisce soltanto l'apparenza della natura: ne rielabora la crescita, la maturazione e il deterioramento. La luce attraversa le forme, ne modifica la percezione e mette in relazione gli elementi della tavola. Anche gli insetti partecipano a questa scansione. Api, bombi e farfalle appartengono alla stagione della fioritura, alla fecondazione, al movimento della natura; le mosche compaiono quando quel ciclo è ormai entrato nella fase di deterioramento. Allo stesso modo, il bucaneve, associato alla primavera e alla purezza, lascia progressivamente il posto a corolle sfiorite e steli piegati e spogli. Perché la natura non scompare in un unico momento: attraversa una successione di condizioni che l'opera rende simultaneamente visibili.

Installation view «Simone Crestani. Time, Consumed», Venice Glass Week. Credits Giovanna Codogno.

La tavola, però, non è soltanto una superficie sulla quale il tempo agisce. È anche il luogo dell'incontro. È apparecchiata per due e introduce quindi un'altra dimensione dell'opera: quella delle relazioni. Il banchetto presuppone una presenza condivisa, ma la stessa successione stagionale che consuma i fiori investe anche ciò che intorno a quella tavola può nascere. La relazione, come la natura e come l'opera stessa, appartiene al tempo. Può essere costruita, alimentata, trasformata e infine dissolta. Da qui il titolo, «Time, Consumed». Il tempo è consumato, ma consuma a sua volta. È ciò che permette alla natura di crescere e ciò che la porta alla decomposizione; ciò che rende possibile la creazione e ciò che ne stabilisce la precarietà. E anche l'artista appartiene a questo processo. Crestani scrive: «L'artista cerca un fiore che non c'è nel buio e quando lo trova lo porta alla luce della creazione». Ma quell'atto creativo non lo mette al riparo dal tempo. L'artista crea una forma destinata, come tutte le altre, a essere trasformata. Ed è qui che «Time, Consumed» si allontana dalla «semplice» rappresentazione della caducità e diventa una riflessione sull'arte stessa. Se il fiore trovato nel buio viene portato alla luce attraverso la creazione, l'opera d'arte sembra poter fissare ciò che altrimenti passerebbe. Ma Crestani non promette l'eternità. Mette in scena la precarietà attraverso una materia capace di mantenere la propria forma, mentre ciò che essa rappresenta continua a mutare. La creazione non interrompe quindi il tempo, ne diventa parte.

In questo senso «Time, Consumed» si inserisce in una ricerca più ampia di Crestani, nella quale il vetro diventa uno strumento per interrogare il rapporto tra natura, forma e durata. Dai «Glass Bonsai» che traducono la morfologia vegetale in una costruzione artificiale, a «Prismatic Pool», in cui luce e vetro entrano in relazione con le tracce e le trasformazioni della natura, fino a «Garden of Reflections», dedicata alla contemplazione della bellezza e alla fugacità dei momenti felici, l'artista torna sul problema di come una forma possa trattenere un'esperienza senza cancellarne la precarietà. A Venezia questo percorso trova una nuova configurazione. La tavola di «Time, Consumed» è insieme natura morta, banchetto e teatro del tempo. Due posti attendono qualcuno, ma nessuno può fermare ciò che accade nel frattempo. La primavera porta la fioritura, l'autunno la consunzione; la luce rivela le forme e le candele, consumandosi, ne segnano la fine. Il vetro traduce tutto questo in una presenza plastica che sembra sottrarsi alla durata, ma che, proprio attraverso la successione delle forme, ne rende visibili gli effetti.

«Tutto è vanità», riporta Crestani. Ma nella sua opera la vanità non coincide soltanto con la fine delle cose. È anche la condizione che permette loro di accadere. La vita fiorisce perché è destinata a cambiare; l'artista crea perché è immerso nello stesso tempo che cerca di rappresentare. E il banchetto rimane apparecchiato, come se l'opera fosse il punto esatto in cui la presenza e la perdita, la creazione e il consumo, possono ancora stare insieme.

Installation view «Simone Crestani. Time, Consumed», Venice Glass Week. Credits Giovanna Codogno.

Nicoletta Biglietti, 11 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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