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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliDopo 25 anni Keith Haring torna a Roma con progetto espositivo che riunisce oltre 140 opere dalla Nakamura Keith Haring Collection, la collezione privata che è anche la più grande raccolta al mondo dedicata all’artista, insieme a importanti prestiti pubblici e privati. Dal 6 ottobre all’11 aprile 2027 il Museo di Roma a Palazzo Braschi ospita un ampio percorso dedicato all’artista che ha trasformato la linea in linguaggio pubblico, la strada in arte e l’immagine in messaggio universale.
«Un giorno, viaggiando in metropolitana, ho visto un pannello che doveva contenere un messaggio pubblicitario. Ho capito subito che quello era lo spazio più appropriato per disegnare. Sono risalito in strada fino a una cartoleria e ho comprato una confezione di gessetti bianchi, sono tornato in metropolitana e ho fatto un disegno su quel pannello. Era perfetto, soffice su carta nera; il gesso vi disegnava sopra con estrema facilità». Scriveva così Haring dalla turbolenta New York degli anni Ottanta, luogo di nascita dell’Hip-hop e della Street Art, fonte di ispirazione con la sua energia pre-digitale.
Curato da Kaoru Yanase, Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, promosso da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e al Coordinamento delle iniziative riconducibili alla Giornata della Memoria, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, il progetto espositivo è coprodotto e organizzato da Sovrintendenza Capitolina e MondoMostre, con il supporto di Zètema Progetto Cultura e vede come Premium Partner Fineco.
A raccontarsi sarà l’intera carriera dell’artista, dai primi lavori a New York e dagli iconici «Subway Drawings» ai poster politici, alle sculture, ai dipinti e alle opere finali. Anche se nel tempo Haring allarga il proprio linguaggio visivo resta tuttavia fedele a una convinzione semplice: l’arte deve essere accessibile a tutti. Per questo affida a bambini radianti, a cani che abbaiano, a figure danzanti, angeli, cuori, televisori e piramidi il proprio linguaggio visivo, una cifra universale che continua a parlare a culture e generazioni diverse. «Il pubblico ha diritto all’arte. L’arte è per tutti». Questa convinzione sarà il filo conduttore di un percorso concepito appositamente per le sale di Palazzo Braschi, articolato in nuclei tematici: la strada e la metropolitana, l’impegno politico e sociale, il corpo e l’energia vitale, l’arte come linguaggio per tutti, fino alla dimensione simbolica e spirituale. Dentro questo racconto una chiave di lettura interessante sarà rappresentata dall’Italia, dove Haring incontra spazi pubblici, galleristi e progetti capaci di dialogare con la sua idea di arte urbana e collettiva.
Su questo rapporto con l’Italia insiste il capitolo iniziale della mostra, che espone opere e documenti legati a Napoli, Milano e Pisa, dai poster per Lucio Amelio e per la Galleria Salvatore Ala al «Poster for Pisa», alla «Motorcycle» dipinta dall’artista a Roma nel 1984.
Anche Roma è protagonista con un nucleo di fotografie dedicate agli interventi del 1984: al Palazzo delle Esposizioni, in occasione di «Arte di frontiera. New York Graffiti», e sulle pareti trasparenti del Ponte Pietro Nenni, lungo la linea A della metropolitana tra Flaminio e Lepanto. Opere effimere, poi cancellate, immortalate dalle fotografie di Stefano Fontebasso De Martino come tracce del passaggio romano di Haring.
Se la sezione «Street Art & Art in Transit» entra nel cuore della pratica urbana di Haring con i sette pannelli «Untitled (FDR Drive #10-#16)», lamiere dipinte a spray nel 1984 lungo la grande arteria dell’East Side di Manhattan, tra i nuclei più forti della mostra restituendo tutta l’energia del segno di Haring oltre i confini tradizionali della tela, «Political & Social Resonance» riunisce opere e poster in cui l’immagine amplifica la potenza di tematiche come l’antirazzismo, l’apartheid, il disarmo nucleare, la prevenzione dell’Aids, la violenza, fino a «The Blueprint Drawings», memoria dei primi anni newyorkesi e testamento visivo pubblicato poco prima della morte. Il corpo, simbolo di libertà e celebrazione, il desiderio e la gioia di essere vivi attraverso il movimento, il colore, l’energia esplodono invece nella sezione «Radiant Eros - Celebrate Life» attraverso lavori come i cinque «Untitled» del 1983, le tavole «Bad Boys», il «Poster for the Legend of Lily Overstreet».
Attraverso contributi tridimensionali come «Curling Dog» «Luna Luna», presentati accanto ai poster per il «Montreux Jazz Festival» e al «Mural for the Mount Sinai Hospital», creato appositamente per i bambini, il capitolo intitolato «Art Is for Everybody» riflette invece la convinzione di Keith Haring.
Questo itinerario che esplora la visione dell’artista, ispirato sin da bambino dai personaggi dei fumetti di Walt Disney e di Dr. Seuss, raggiungerà l’acme tra totem, icone, piramidi e immagini apocalittiche, al centro dell’ultima sezione «Symbolic Imagery & Religion» dedicata alla dimensione più spirituale dell’artista accanto al suo interesse per segni antichi, culture non occidentali, religione, morte e trasformazione. Tra le opere di questa pagina spicca «Altarpiece: The Life of Christ» (1990), realizzata poco prima della morte di Keith Haring, avvenuta il 16 febbraio 1990, a soli 32 anni a New York a causa delle complicanze legate all’Aids.
Keith Haring, «Icons», 1990. © Keith Haring Foundation. Courtesy of Nakamura Keith Haring Collection