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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliArchitetto, pittore, grafico, designer ed editore, Ettore Sottsass (Innsbruck, 1917-Milano, 2007) attraversa il ’900 riuscendo a interpretare con sguardo apparentemente disincantato, ma in realtà partecipe e sensibile, decenni cruciali, opponendo ai valori dell’industria e al consumismo la ricerca di emozioni elementari, di oggetti essenziali, di luoghi minimi capaci di accogliere incertezze, speranze, paure e desideri. La mostra «Io sono un architetto. Ettore Sottsass», allestita dal 7 marzo al 26 luglio a Palazzo Buontalenti, a cura di Enrico Morteo, e organizzata da Fondazione Pistoia Musei, diretta da Monica Preti ed ente per la cultura di Fondazione Caript, con Electa, testimonia l’impegno a costruire la relazione fra le fragilità di ogni individuo e l’infinito ordine del cosmo.
La mostra copre un arco di circa trent’anni, dall’immediato dopoguerra al 1975, secondo un filo tematico che segue la cronologia delle sue ricerche, rivolte a un linguaggio capace di superare i limiti e il rigore dell’architettura razionalista, frutto di una cultura (quella in cui aveva operato suo padre architetto) che aveva creduto nelle promesse della tecnica e del futuro, fallite con risvolti tragici. La libertà del gesto, la forza del colore, l’energia della luce, si estendono anche alla pittura, al disegno, dai tessuti ai tappeti. «Ho cercato di far emergere di Sottsass un’immagine meno levigata e meno ridotta a icone, spiega Enrico Morteo, un po’ più sporca, viva, complicata, come si coglie anche dai materiali del fondo affidato da Ettore Sottsass allo Csac Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma voluto da Arturo Carlo Quintavalle (che costituiscono il nucleo fondante della mostra). Ho voluto mostrare ciò che è underline, che non si riduce solo a formula estetica: Sottsass non ama il mondo come è, è tormentato, ha paura della morte ed è ciò che rende poi quegli oggetti cosi riconoscibili al di là dell’immagine cristallizzata che ne abbiamo».
Sottsass inventa il suo alfabeto visuale con spiccato interesse per la natura del colore e la sua relazione con lo spazio, costruito a partire dalla luce, ma si impegna anche con la materia e nel «fare a mano» esplora la relazione fra forma, materia e spazio, prima del confronto con l’industria e la produzione in serie. Esemplare l’esperienza con la ceramica, di cui, con la manifattura Bitossi a Montelupo e sotto la guida di Aldo Londi, rimette in discussione il vocabolario, coinvolgendo il senso rituale della creazione. Come architetto, la sua volontà di perseguire l’emozione, di creare luoghi più che spazi, ben si rispecchia nei progetti sardi, con un’edilizia pubblica e sociale per favorire relazioni e incontri. Lo spirito con il quale affronta il suo lavoro si riflette anche nelle immagini dei reportage di viaggi compiuti insieme a Fernanda Pivano, pubblicati sulle pagine delle riviste «Domus» e «Casabella», che a Palazzo Buontalenti figurano nel passaggio da un’ala all’altra del museo. La visita dello studio di George Nelson a New York fa intuire a Sottsass quanto gli ideali americani celino il vuoto del consumo, la violenza della società di massa; così, quando del 1956 inizia a collaborare con Poltronova, progetta oggetti sensibili, che ci facciano guardare diversamente il mondo. Dopo il viaggio in India e la grave malattia che lo colpisce, gli oggetti si caricano di significati più intensi, concentrati. Cruciale è il 1957, quando Adriano e Roberto Olivetti gli affidano il design della nuova divisione elettronica dell’azienda di Ivrea, dove gli oggetti sono strumenti al servizio della persona e non solo della prestazione: «È il momento in cui Sottsass dimostra la capacità di essere davvero coerente con sé stesso, offrendo altissima qualità per accessori a basso costo», precisa Morteo. Mai neutri, i suoi oggetti sollecitano i sensi, provocano, disturbano perfino.
Il 1968 è l’anno della svolta radicale, quando alla logica del potere, alla violenza della guerra e alla passività del consumo, oppone la purezza delle origini: un’utopia radicale di libertà come si vede nell’uso lucidamente visionario del disegno. Nella mostra «Italy. The New Domestic Landscape», curata da Emilio Ambasz nelle sale del MoMA di New York nel 1972, evocata da un filmato, Sottsass si spinge fino alla destrutturazione totale dell’ambiente della casa: abitare non come comfort, ma scelta esistenziale, conquista dello spazio. Il percorso si chiude con «Metafore», una sorta di grado zero del progetto, dove il bianco e nero esprime un passaggio ad altissimo tasso concettuale, risolto attraverso un vocabolario formale estremamente ridotto. Si conclude così una stagione molto fertile che vedrà aprirsi la seconda stagione, quella di Memphis più conosciuta. Oltre al fondo del Csac, la mostra è integrata dai prestiti della Fondazione Vittoriano Bitossi, dal Centro Studi Poltronova per il Design, di istituzioni pubbliche, archivi e collezioni privati, tra cui l’Associazione Archivio Storico Olivetti-Ivrea e l’Archivio Ugo Mulas.
Ettore Sottsass, «S.t. Poltrone e tavolini», 1938-39, Parma, Centro Studi e Archivio della Comunicazione (Csac)-Università degli Studi di Parma. © Ettore Sottsass, by Siae 2026