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Carlo Maria Mariani, «La mano ubbidisce all’intelletto», 1983 (particolare). Collezione privata

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Carlo Maria Mariani, «La mano ubbidisce all’intelletto», 1983 (particolare). Collezione privata

A Palazzo Citterio l’eternità della pittura di Carlo Maria Mariani

Circa 70 opere, tra dipinti e grandi cartoni, provenienti da collezioni italiane e internazionali, attraversano l’intera carriera dell’artista, dalle prime prove degli anni ’40 fino ai lavori del 2019

Dal 9 ottobre al 10 gennaio Palazzo Citterio a Milano ospita «L’eternità della pittura», la prima grande retrospettiva postuma dedicata a Carlo Maria Mariani (1931-2021). Curata da Eike Schmidt e Clayton Calvert, la mostra riunisce circa 70 opere, tra dipinti e grandi cartoni, provenienti da collezioni italiane e internazionali, offrendo una lettura complessiva di una ricerca artistica tra le più originali e rigorose della pittura italiana contemporanea.

Il percorso attraversa l’intera carriera dell’artista, dalle prime prove degli anni Quaranta fino ai lavori del 2019. Una vicenda iniziata a Roma, dove Mariani frequentò l’Istituto d’Arte e conseguì nel 1955 il diploma all’Accademia di Belle Arti. Dopo una prima attività nell’ambito della pittura murale e numerose partecipazioni a esposizioni collettive, tra cui quelle dell’Art Club e della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, tra il 1958 e il 1959 soggiornò a Copenaghen, partecipando alla rassegna internazionale Kunstnernes presso la Den Frie Udstilling, la più antica associazione di artisti della Danimarca. Nel frattempo, ricevette importanti commissioni per opere sacre, realizzando mosaici, affreschi e dipinti su tela.

La svolta verso la pittura da cavalletto maturò alla fine degli anni Sessanta, mentre la prima mostra di rilievo si tenne nel 1975 allo Studio d’Arte Cannaviello di Roma. Da allora la sua attività espositiva si sviluppò in Italia e all’estero, fino a raggiungere istituzioni come Documenta a Kassel, il Centre Georges Pompidou di Parigi, l’Hirshhorn Museum di Washington, il Museo Rufino Tamayo di Città del Messico, il Museo Nazionale di Arte Moderna di Tokyo e il Museum of Modern Art di New York. Dal 1993 Mariani visse a New York, dove rimase fino alla morte.

Al centro della sua pittura c’è un’idea di bellezza sottratta alle mode e al tempo. Le sue opere guardano all’arte dell’antica Grecia e di Roma e alla grande tradizione figurativa europea, senza mai limitarsi alla citazione o alla copia. È una scelta che, tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, si inserisce nel clima di reazione all’esaurimento delle avanguardie e della cosiddetta «tradizione del nuovo». Mariani diventa così uno dei protagonisti dell’Anacronismo e della «pittura colta», teorizzata dal critico Italo Mussa.

La sua ricerca, però, non si esaurisce nel recupero del passato. Memoria, filosofia, letteratura e percezione confluiscono in una pittura intellettualmente complessa, capace di attraversare neoclassicismo concettuale, iperrealismo, astrattismo e metafisica mantenendo una sorprendente coerenza. Nel 1998 l’Accademia dei Lincei gli conferì il Premio Feltrinelli per la Pittura, riconoscendone proprio l’idea di una bellezza «mentalmente incorruttibile».

La retrospettiva milanese restituisce oggi la complessità di questo percorso e invita a rileggere l’opera di Mariani non come semplice ritorno alla tradizione, ma come un confronto radicale con essa: un modo di interrogare il presente attraverso le forme, i miti e le idee della pittura di ogni tempo.

Valeria Sermonti, 10 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

Valeria Sermonti

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