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Mircea Cantor, «Sleeping Hyperion», Installation view, Palazzo Altemps, Museo Nazionale Romano

Foto Giorgio Benni

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Mircea Cantor, «Sleeping Hyperion», Installation view, Palazzo Altemps, Museo Nazionale Romano

Foto Giorgio Benni

A Palazzo Altemps Mircea Cantor per un dialogo tra antichità e contemporaneo

A Roma 11 opere raccontano la personale ricerca espressiva sul rapporto dialettico con la memoria intrapresa dall’artista romeno, «che affronta tematiche enormi ma con la grazia della poesia»

Samantha De Martin

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L’odore della cenere bruciata, misto a quello dell’incenso, si espande dalla Sala del Trono Ludovisi per raggiungere la «sala delle prospettive» sorvegliata da sette guardiani in legno di pino. Queste colonne tortili intagliate dagli artigiani del Maramureș, la regione nel nord della Romania nota per essere stata il bastione di resistenza dei Daci liberi, non sottomessi da Roma, sono sormontate dai tipici cappelli a cono. Evocano il «pileatus» della classe aristocratica, in un dialogo serrato con le pitture, i paesaggi illusori, le scene di caccia del XVI secolo che abbelliscono la sala. «La tradizione vuole che quando i Romani attaccavano, i Daci fossero soliti coprire gli alberi con indumenti e cappelli per fingere di avere un esercito più numeroso», spiega Mircea Cantor.

L’artista nato a Oradea, Romania, nel 1977 (vive e lavora a Parigi), dal 10 luglio al 27 settembre porta al Museo Nazionale Romano di Roma nella sede di Palazzo Altemps le sue «Costellazioni dell’antico». Il progetto, una mostra multisensoriale a cura di Pier Paolo Pancotto e della direttrice del Museo Nazionale Romano Federica Rinaldi, nasce nell’ambito dei rapporti culturali instaurati dal Museo con l’Accademia di Romania e l’Istituto Culturale Romeno, con il patrocinio dell’Ambasciata di Romania in Italia e la collaborazione del Museo Nazionale di Storia della Romania a Bucarest.

«Sin da quando ho visitato Roma per la prima volta, scoperta in motorino, o disegnando lungo i Fori o tra i palazzi, ha detto l’artista, ho sempre avvertito il desiderio di dialogare con l’antico senza però essere troppo nostalgico. L’idea è stata quella di lavorare sulla Colonna traiana. Fin dall’inizio della mia carriera mi sono interessato al rapporto tra arte e passato. Un campo a cui sono molto legato è l’archeologia. Per me, come artista, il contatto diretto con i reperti del passato è una fonte inestimabile di interrogativi, informazioni e ispirazione permanente, un modo per cercare risposte sollevando veli e associandoli a capolavori della storia dell’arte».

Concepita come un evento site specific, con 11 opere in un coerente e delicato dialogo con la collezione di sculture antiche esposta nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps, la mostra racconta il percorso intrapreso da Cantor nella personale ricerca espressiva sul rapporto dialettico con la memoria, nel dualismo che anima la vita nella sua quotidianità. In questo progetto il tema della memoria viene declinato in più ambiti interpretativi attraverso simboli, movimenti, soggetti, strutture e raffigurazioni. «Con questa mostra, ha detto Federica Rinaldi, consolidiamo il sodalizio con l’Accademia di Romania e l’Ambasciata. Il Museo Nazionale Romano ha una lunga storia di collaborazione con artisti contemporanei e l’arte contemporanea ha sempre trovato nelle sedi del Museo Nazionale Romano un luogo di elezione per esprimersi».

Mircea Cantor, «I sette guardiani», Installation view, Palazzo Altemps, Museo Nazionale Romano. Foto Giorgio Benni

In questo continuo confronto tra memoria e contemporaneo Cantor dialoga con l’attualità interrogandosi, ad esempio, sul ruolo dell’artista in un’epoca di conflitti. Il risultato è un video girato nel 2022, nel quale lui stesso chiede a un sergente dell’esercito romeno di suonare un flauto che lentamente brucia. Questo suono immateriale dialoga a Palazzo Altemps con il gruppo statuario di Pan e Dafni, creando un naturale trade union agreste lontano dal fragore della guerra. L’artista non reagisce, tuttavia dà risposte. E Cantor risponde riproducendo con un calco 3D una scena della Colonna traiana: il suicidio di Decebalo, re dei Daci. In quest’opera il passato colpisce il presente attraverso specchi frantumati. «I frammenti, spiega l’artista, inseriti nelle ferite della storia, consentono non solo di scorgere un passato che si ripete, in questo caso attraverso le guerre, ma anche di vedere riflessa la nostra immagine. Tutti facciamo parte di questa storia eterna di conflitti perpetui». Realizzato in situ a Palazzo Altemps, con l’aiuto di alcuni muratori romeni, il «Murus dacicus» in calcestruzzo aerato, ispirato alle mura costruite dai Daci a difesa delle loro città, poggia su tappeti tradizionali in lana di Maramureș. Al cospetto delle teste e dei ritratti in marmo della Collezione Mattei, l’opera sfida lo spettatore creando un cortocircuito tra il ricordo di lontane e antiche iscrizioni su pietra e i banali mattoni contemporanei. «Nel cortocircuito tra esistente e interpretazione dell’esistente sta la potenza dell’opera di Cantor, artista che affronta tematiche enormi ma con la grazia della poesia», ribadisce Pancotto.

La stessa sala accoglie disegni, un paio di calzature tradizionali vendute all’artista da una contadina dacia, fotografie di performance e due carte geografiche della Romania e della Dacia realizzate con le celle di un alveare. L’opera probabilmente più suggestiva conduce nel grande salone del Galata suicida dalla collezione Boncompagni Ludovisi, dove una maschera in gesso adagiata su una pila di tradizionali coperte di lana, riproduce, in scala 1:1, il calco del volto di Mihai Eminescu. Il più celebre poeta romeno, protagonista di «Sleeping Hyperion», un incontro transtemporale in un ambiente quasi domestico, dialoga con la testa addormentata della Erinni, scultura in marmo del II secolo d.C. Se un tavolo da ping pong costituisce il terreno di gioco e di confronto con l’archeologia, tra libri, strumenti del mestiere, i calchi della mano dell’artista in gesso e in cristallo boemo e i suoi giochi da bambino, la «Colonna di corda» in acciaio e legno di quercia nel cortile affianca la statua colossale di Dace. Prima o ultima opera di un percorso in cui la costellazione di prospettive incrocia una spiritualità diffusa e vibrante.

Samantha De Martin, 10 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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