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Una veduta della mostra «I Can’t Complain» di Autumn Knight all’Institute of Contemporary Art di Londra

Foto Luke Walker

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Una veduta della mostra «I Can’t Complain» di Autumn Knight all’Institute of Contemporary Art di Londra

Foto Luke Walker

A Londra Autumn Knight e l’arte (ma anche il diritto) di lamentarsi

All’ICA l’artista americana raccoglie voci anonime e le trasforma in un coro di palloncini, suoni e performance che mette in discussione il nostro quieto vivere

Francesco Sala

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Ci sono due possibili piani di lettura, due sfumature abbastanza sottili, eppure dirimenti, nel titolo che Autumn Knight (Stati Uniti, 1980) ha scelto per la propria personale all’Institute of Contemporary Art di Londra, suo debutto assoluto in uno spazio pubblico del Regno Unito. Perché «I Can’t Complain» (fino al 29 novembre), ovvero «non posso lamentarmi», sembra insistere sul duplice binario del negativo (non mi è permesso lamentarmi: mi è interdetto, proibito) e del suo contrario. Non posso lamentarmi perché va tutto bene, insomma. Sta a noi spettatori scegliere l’interpretazione, sta a noi indagare a fondo quale valore e potenza, intima ma al tempo stesso allargata, assegniamo al concetto stesso. Una parola che in inglese, in questo caso specifico, «funziona meglio» di quanto non faccia nella sua traduzione italiana: nel senso che dà a Knight le chiavi etimologiche per trascinarci in un terreno si scontro e confronto. 

«Complain» è parola che si sono portati dietro i francesi nel corso di una delle loro invasioni di epoca medievale, insieme a una serie di termini gastronomici che hanno imposto ai popoli sottomessi, che crescevano il «pig» per servirlo, una volta macellato, ai nuovi padroni sotto il nome di «pork». Ma, com’è facile intuire, non è farina del loro sacco. Non serve il liceo classico per capire da dove venga il prefisso «cum-», quanto a «plangere» siamo nella sfera della disperazione vera e propria: significa picchiare e nel latino tardo prese a indicare l’atto del battere il petto, stravolti da un dolore forse in origine fisico, ma presto associato alla sofferenza dell’anima. Sto male, non ce la faccio più: piango (il nostro «piangere» viene chiaramente da lì), manifesto il mio disagio a voce alta. Stiamo male, tutti: e allora la mia voce si accorda «cum» la tua, e la sua, e la loro, e diventa nostra.

Autumn Knight registra lamentele. Voci di perfetti sconosciuti condividono cosa c’è che non va. Può trattarsi di inezie, come il conto troppo salato del ristorante o lo sgarbo di un commesso maleducato. O può invece essere altro: la discriminazione su base razziale, la molestia, l’abuso. Grida senza nome si alzano da bocche senza volto, puro suono che sale nello spazio della Main Gallery dell’ICA e si mescola, si stratifica, innesca interviste e conversazioni che nascono dal particolare e divagano, girano attorno per raggiungere il generale, in una riflessione corale sull’idea stessa della lamentela, sul valore sociale che ha lamentarsi. Tutto questo parlare, tutto questo volume prende una forma plastica, e come il vapore in ascensione si addensa nelle nuvole, così le parole raccolte e innescate da Knight gonfiano una miriade di palloncini neri.

Uno still dal video «Complain/Disappoint», 2023, di Autumn Knight. Courtesy l’artista

Sono decine e decine, di forme e dimensioni diverse, trattenuti a stento da una rete che incombe sullo spazio espositivo. Sono materia viva instabile, che può sgonfiarsi o esplodere all’improvviso. Cambiare stato. Così come noi, anche nei riguardi di ciò di cui ci lamentiamo, possiamo sempre cambiare il nostro punto di vista. Un video animato introduce l’installazione, con il loop di un palloncino che viene gonfiato e poi esploso. Un gioco: quanto innocente è tutto da decidere. Perché il gioco ammanta il lavoro di Knight trascinando con sé ironia, quando non manifesto sarcasmo. Fin dai tempi delle sue prime opere, come il video del 2017, poi esposto alla Biennale del Whitney Museum, con cui provava a vendere i benefici di una dieta a base di latte di scarafaggio, facendo il verso a un reportage (vero) che suggeriva come consumare insetti potrebbe combattere la fame nel mondo.

L’installazione site specific pensata per l’ICA, arricchita da un programma di azioni performative che prosegue per tutta la durata della mostra (il 6 novembre la performer Samra Mayanja farà fare una brutta fine a molti di quei palloncini neri), si accompagna alla riproduzione del video che documenta il lavoro portato recentemente da Knight al Neuberger Museum of Art, connesso al SUNY Purchase College di New York. Il focus si sposta dal lamento, dall’atto della lamentela, al protagonista dello stesso: chi ha il diritto o meno di lamentarsi? Un gruppo di attori viene chiamato a leggere testi a tema, ma soprattutto a interagire liberamente, senza copione, con oggetti apparentemente innocui o addirittura gioiosi e rassicuranti, gli immancabili palloncini; e poi messaggi stampati da un’etichettatrice, monili a forma di insetto, coriandoli coloratissimi e luccicanti, facendo di questa relazione tattile e sensuale un flusso narrativo dove gesti e parole si baciano. Lo schermo si popola allora di gestualità all’apparenza arcane, dalla forte simbologia rituale: danze oscure che traducono in movimento monologhi di insoddisfazione privata, generazionale o globale.

Nel tentativo di mettere in discussione l’autorità costituita e quella percepita, il canone del vivere civile ma soprattutto quello del quieto vivere: Knight non invita, sarebbe troppo semplice, a una ribellione chiassosa, a una rivoluzione attiva, quanto piuttosto a contestare noi stessi e la naturale, entropica acquiescenza che ci porta ad accettare anche ciò che non ci sta bene. Là fuori, sembra dirci, non ci sono i cattivi. Non ci sono forze malvagie che tramano a nostro danno. Là fuori c’è un mondo di coriandoli e palloncini leggeri, che ondeggiano stupiti e inconsapevoli; là fuori ci sono donne e uomini come noi, che agiscono in coscienza per il proprio benessere e il loro benessere, semplicemente ma fatalmente, finisce a volte per non corrispondere al nostro. E allora battiamoci il petto, alziamo la voce. Facciamoci sentire, facciamolo insieme: anche se ci lamentiamo di cose diverse gli uni dagli altri, anche se per paradosso finiamo a lamentarci gli uni degli altri. Questo coro probabilmente cacofonico e stonato, questo rumore, questo clangore, è la colonna sonora di un rinnovato patto sociale, è condivisione e compassione. Soffriamo insieme per soffrire meno, o quantomeno per imparare a non soffrire troppo. E già questo sarebbe un successo.

Autumn Knight, «Nothing #59: Biennales», 2022. Foto Layla Amatullah Barrayn

Francesco Sala, 08 ottobre 2026 | © Riproduzione riservata

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