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Victor Man, «Noapte Transfigurata», 2020 - 2025, Collezione privata

© Victor Man. Courtesy Galerie Max Hetzler Berlin | Paris | London | Marfa. Foto: def image

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Victor Man, «Noapte Transfigurata», 2020 - 2025, Collezione privata

© Victor Man. Courtesy Galerie Max Hetzler Berlin | Paris | London | Marfa. Foto: def image

A Firenze Victor Man fa luce sui misteri della pittura

Sergio Risaliti racconta la mostra che il Museo Novecento dedica al pittore rumeno: un confronto con la tradizione che rifugge il citazionismo e trasforma la pittura in un’esperienza enigmatica

Laura Lombardi

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Un altro nome di fama internazionale, dopo Cecily Brown, Jenny Saville, John Currin, Louise Bourgeois e Georg Baselitz, per il Museo Novecento di Firenze, diretto da Sergio Risaliti, dove, dal 26 settembre al 7 marzo 2027, si tiene la mostra dedicata a Victor Man (Cluj-Napoca, Romania, 1974). Abbiamo intervistato Risaliti, curatore della mostra che riunisce una scelta di opere, tra le quali alcune molto recenti.


Com’è nato questo progetto espositivo e come si è compiuta la scelta dei dipinti?
Ho scoperto i dipinti di Victor Man dopo il Duemila e mi hanno affascinato immediatamente. Era un momento in cui la pittura non riscuoteva consenso nel sistema dell’arte e soprattutto c’era assoluto disinteresse per la pittura dei grandi maestri del ’900 che sono sempre stati messi ai margini delle avanguardie: penso a Balthus, Lucian Freud, perfino a Morandi, figurarsi Pontormo o Rembrandt. Tutti artisti che potrebbero appartenere a un canone occidentale.   Forse c’era timore di fronte a questi grandi artisti, per quel tipo di ansia da influenza di cui parla Harold Bloom, un’ansia che paralizza i talenti più deboli ma stimola le personalità artistiche di grado più elevato. Capii che Victor ambiva a un certo tipo di arte, a una speciale qualità pittorica, a un’intensità che è rara. E non si tratta solo di tecnica, di maestria. C’è molto di più, una personalità con i suoi ideali, le sue emozioni, il suo vissuto e forse qualcosa che va pure al di là della mera esistenza. A parlarmi di Victor Man era stato anche Enzo Cucchi. Ho poi visto le sue opere in varie mostre, tra cui quella alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino (2022-23) e sono rimasto quasi ipnotizzato di fronte ai suoi ritratti. Da quei dipinti emanava qualcosa di profondo; forse era la loro luminosità tenebrosa, certi dettagli, gli sguardi come sospesi. Ero certo che nulla corrispondeva a ciò che avevo intorno. Ma allo stesso tempo mi evocavano «un’aria di famiglia» (Familienähnlichkeit per Ludwig Wittgenstein), qualcosa che per me, storico dell’arte, era comprensibile. Tuttavia non ci sono somiglianze e non le chiamerei neppure suggestioni. Non ci sono particolari e soluzioni compositive da sovrapporre. Ci sono solo elementi di continuità che denotano qualcosa di familiare. Non abbiamo a che fare con una serie di stratificazioni da sfogliare e poi nominare con questo o quel nome. È un tipo di tensione speciale, una forma di reminiscenza, totalmente diversa dalla citazione. Con Victor Man sappiamo di essere fuori dal postmoderno.   

L’arte di Man è molto complessa, enigmatica, resta volutamente opaca, sfugge a una lettura univoca ed è densa di rimandi all’arte dei secoli passati, dal Medioevo fino al Surrealismo. Ma qual è il modo in cui Man coglie ed elabora elementi della pittura del passato? 
Le opere di Man sono del tutto estranee al clima citazionista e un po’ decadente che persevera ancora oggi. Attraverso i media entriamo in un contatto distorto e perverso con l’arte del passato. Esiste una sorta di bulimia figurativa che pervade le nostre giornate e le nostre notti, senza più distinzione tra il virtuale e l’onirico. I suoi dipinti ci fanno sapere che esiste qualcosa di meno effimero e superficiale. Il suo lavoro si genera in continuità con ciò che lo precede, e direi anche con il presente, ma di tutto se ne libera per originalità, rappresenta una tappa ulteriore dell’evoluzione della creazione artistica che non procede in modo lineare, orizzontale, ma per picchi, vertici. Un affresco di Giotto o i dipinti di Piero della Francesca, Cézanne o Van Gogh sono come iceberg che emergono e svettano sulla superficie piatta, indifferenziata della cronaca. Di certe opere noi non vediamo l’insieme, ma solo una parte emergente. Il resto ci è oscuro. Le opere di Man sono fuori dal tempo, o meglio si tratta di un tempo che trascende passato e futuro. Nei suoi dipinti si colgono memorie archetipiche, che si presentano con assoluta originalità. Man spiega che quelle composizioni, certi elementi figurativi all’interno del dipinto (un teschio, una falena, uno specchio) sono «come residui», che ti ritrovi tra le mani, ma di cui non sai cosa fare. E se cerchi di tornare indietro, non sai davvero da dove quelle immagini provengano e non puoi quindi ricondurle al loro posto. Nel suo caso non possiamo parlare di archeologia delle immagini. 

Victor Man, «Maiden with Skull», 2024, The Nixon Collection © Victor Man. Courtesy David Zwirner. Foto: def image

La pittura di Man, nei ritratti, negli autoritratti, nelle vanitas, nelle figure femminili, attrae per la sua preziosità, è seducente, con toni verdastri, lividi e improvvise fosforescenze, pennellate minuziose o a volte più gestuali, ma spesso rivela particolari che vorrei definire crudeli. Ne deriva un effetto spettrale, che suggerisce un affondo metafisico, anche nei soggetti avvolti da un’aura più domestica.  
Per rispondere non posso usare parole consuete, fin troppo ricorrenti per decifrare qualcosa che sfugge e si ritrae, definizioni già ridotte a stereotipi per incasellare la sua pittura e che sono in fondo tutte insufficienti e improprie. A tentare di descrivere il suo lavoro ci si sente sempre inadeguati, il centro della sua arte ci sfugge. Credo che la ragione stia nel fatto che affronta, attraverso i generi e le definizione che lei ha nominato, questioni fondamentali dell’esistenza umana con le quali dobbiamo fare i conti sempre, quali l’enigma della nascita, la maternità, l’infanzia come stagione irripetibile, la fragilità della vita, il mondo dell’inconscio, l’angoscia della morte, il profondo insostituibile anelito all’eternità e a un dialogo con divinità superiori. Man porta verso di noi l’immagine, ma al tempo stesso la ritrae in quell’indicibile assoluto che è la pittura stessa, qualcosa che esorbita la nostra intelligenza visiva e le nostre facoltà cognitive di tipo concettuale, compreso il nostro campionario di immagini virtuali di cui si riempie il nostro cervello.

In un mondo continuamente in movimento, di immagini, di social, di Intelligenza Artificiale, la pittura di Man ci induce quindi a fermarci, ad assumere un atteggiamento più contemplativo, di riflessione di fronte a tutto ciò che ci scorre sotto gli occhi? 
Sì, noi viviamo in uno sballottamento perpetuo di emozioni, per lo più superficiali ed effimere e Man ci offre l’occasione di isolarci dal frastuono della cronaca e confrontarci con alcune percezioni ed emozioni assolute, che ritornano sempre nella vita delle persone. I suoi dipinti ci mostrano che la pittura non potrà essere soggiogata da nessuna tecnologia, non è riproduzione meccanica e tantomeno è Intelligenza Artificiale. La pittura è uno dei pochi modi in cui alcuni esseri umani possono dialogare con l’imperscrutabile e l’inconcepibile mistero della vita. Come in tutta la grande arte non è l’immagine che traduce il significato, non sono i simboli a metterci sulla giusta strada per carpire il senso, ma è la pittura stessa, quindi la pittura intesa anche nella sua fisicità, materialità senza della quale non ci sarebbe epifania. Victor Man afferma che della pittura non si possa parlare, che non esista un linguaggio che veramente la possa descrivere e arginare in una formula. Ne sono convinto anch’io e mi collego a Stefan Zweig per spiegarmi meglio: «Il concepimento di un’opera d’arte è un processo interiore: esso rimane, in ogni singolo caso, circondato dalle tenebre come la nascita del nostro mondo, qualcosa di inafferrabile, un fenomeno divino, un mistero. L’unica cosa a noi consentita è ricostruire a posteriori tale concepimento, e anche questo possiamo farlo solo in una certa misura».

Quali opere in mostra considera le più emblematiche?
Difficile dare un primato a questo o quel dipinto, per me è impossibile fare una scelta. Vorrei possederli tutti, mi è sufficiente però esporli adesso al museo e condividere con gli altri questa possibilità. Suggerisco di tornare più volte al museo. Spero che le persone sentano il bisogno intimo di rivederne uno per volta. Con calma, in una relazione frontale, singolare. Per ritornare la volta successiva come immemori, sedotti, sorpresi da una bellezza misteriosa. Alla fine però voglio rispondere alla sua domanda: Victor ha voluto esporre un disegno infantile nella cappella del museo. Non è un suo disegno, ma realizzato da sua figlia qualche anno fa. Come a darci la possibilità di partire dall’inizio, da quella stagione aurea che è l’infanzia, l’origine primigenia della creatività, un’età felice ancora inconsapevole dell’inevitabilità della morte.

Laura Lombardi, 23 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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