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Fotogramma da Yael Bartana, «The Birds (Die Vögel)», 2026

Courtesy di Galleria Annet Gelink, Amsterdam; Sommer Contemporary Art, Tel Aviv; Galleria Raffaella Cortese, Milano; Galleria Petzel, New York; Capitain Petzel, Berlino e Galleria Cecilia Hillström, Stoccolma

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Fotogramma da Yael Bartana, «The Birds (Die Vögel)», 2026

Courtesy di Galleria Annet Gelink, Amsterdam; Sommer Contemporary Art, Tel Aviv; Galleria Raffaella Cortese, Milano; Galleria Petzel, New York; Capitain Petzel, Berlino e Galleria Cecilia Hillström, Stoccolma

A Berlino dodici artisti immaginano delle utopie «Al contrario di adesso»

Al Jüdisches Museum Berlin la mostra «Das Gegenteil von Jetzt» ripensa l’utopia a partire dal confronto del 1964 tra Ernst Bloch e Theodor W. Adorno: nessuna promessa di futuro, ma immagini del possibile che mettono in crisi l’oggi

Chiara Caterina Ortelli

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Come pensare l’utopia oggi, in un presente che si offre come catalogo di catastrofi e un futuro che sembra solo la sua variazione peggiorativa? È la domanda da cui parte «Das Gegenteil von Jetzt» (Il contrario di adesso), la mostra scelta dal Jüdisches Museum Berlin come punto più alto del programma per il proprio 25mo anniversario, aperta fino al 10 gennaio 2027. Dodici progetti oppongono al presente altre immagini del possibile: ereditate dalla storia, inventate ex novo, o riscoperte in tradizioni sepolte. Un’operazione rischiosa, che poteva scivolare nell’illustrazione a tesi; a salvarla è la scelta di non offrire soluzioni, lasciando che le opere restino sospese nella domanda.

Il progetto, curato da Julia Friedrich e Shelley Harten, nasce da un gesto semplice: agli artisti è stata consegnata la registrazione di una trasmissione radiofonica del 1964 in cui Ernst Bloch e Theodor W. Adorno discutevano delle «Möglichkeiten der Utopie heute» (Le possibilità dell’utopia oggi). Se per Bloch il potenziale utopico era già radicato nel presente, nei sogni a occhi aperti, Adorno insisteva sulla «negatività» dell’utopico, che per restare tale non può ricollegarsi a ciò che già esiste. Concordavano però su un punto: l’esistente andava cambiato nel suo complesso. Il meglio non si poteva disegnare nei dettagli, ma la direzione in cui cercarlo sì, ed è questa tensione a reggere l’intero percorso della mostra.

Si apre nel mondo di Ari Benjamin Meyers, il cui «Chor der Zeitastronauten» riunisce cantanti oltre i novant’anni, in tuta arancione fluorescente, come in attesa di partire per un viaggio nello spazio. Il concerto, però, non comincia mai: sono solo prove, che si ripeteranno per l’intera durata della mostra, apertura che rifiuta la promessa di un culmine. Poco oltre, William Forsythe firma la prima delle due «Instructions», un invito a camminare all’indietro a occhi chiusi (la seconda chiuderà la mostra). Subito dopo, nel Denkraum (La Stanza della riflessione) si può ascoltare la conversazione tra Bloch e Adorno o costruire, con il chatbot M.O.O.N., il proprio «contrario di adesso».

Si prosegue con il film di Dana Kavelina, «It Can’t Be That Nothing Can Be Returned», girato nel 2022 subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina: in un futuro senza guerra i morti possono tornare in vita, ma con loro tornano anche le sofferenze. Il film non offre risposte rassicuranti, e proprio in questo sta la sua forza. Accanto, Esperoj di Dor Zlekha Levy costruisce un’installazione sonora interattiva attorno all’inno esperantista La Espero: più persone entrano nel cerchio, più il suono si infittisce, come una comunità in cerca del tono giusto per un dialogo. Il linguaggio torna al centro delle xilografie di Andrea Büttner, Jetzt, che citano Bloch e il Libro dei Numeri: la vista resta cieca, il presente assente: un gioco di specchi semplice e preciso.

Fotogramma da Dana Kavelina, «It Can’t Be That Nothing Can Be Returned», 2022 - 2026

Più avanti, Alexander Kluge immagina una conversazione fittizia tra Walter Benjamin e Bertolt Brecht sulla «debole forza messianica» che i vivi devono ai morti; le sue Kriegsmaschinen, generate con l’Intelligenza Artificiale, risultano bizzarre e disfunzionali più che minacciose. Daniel Laufer, in «Echoes of Tomorrow», segue una studentessa immaginaria che scopre di trovarsi in un antico centro dei francisti, convinti che la redenzione richiedesse un rovesciamento totale delle convenzioni: nel suo film in bianco e nero, tempi e spazi si confondono fino a sconfinare nello spazio museale. Le opere più ambiziose visivamente della mostra sono quelle di Yael Bartana, in «Generationship», un’astronave modellata sull’Albero della Vita cabbalistico, posizionata di fronte al suo ultimo film, «The Birds». 

E più in là ci si ritrova in una stanza buia, dove un fascio di luce filtra dalle fessure di un muro che richiama il Muro del Pianto: è «Above and Beyond» di Alona Rodeh, che ricostruisce la Kotel (Muro del Pinato, Ndr) con scatoloni da trasloco, luce e musica di suoni corporei, senza dubbio il culmine del percorso. Poco oltre, il collettivo russo in esilio Chto Delat International racconta una spedizione da Amburgo all’Armenia sulle tracce di una misteriosa «Doomsday Radio Station». Nella sala di Arnold Dreyblatt, «reverse_time» dispone tre monitor a triangolo che, sovrapposti, formano una Stella di David ispirata a Franz Rosenzweig: tre voci recitano le sue frasi, e una parola torna insistente, «zwischen» (tra), un tempo che l’attimo presente non riesce mai a produrre. Chiude Eran Schaerf, con i poster di «Through the Color Prism, and What Jacqueline Found There», dedicati al levantinismo di Jacqueline Kahanoff: non un contromodello del nazionalismo, ma uno scambio tra le differenze, la cui immagine è il prisma.

Così l’utopia non è un progetto da disegnare nei dettagli, né un luogo a cui approdare, ma un esercizio da ripetere ogni volta che il presente sembra chiudersi su sé stesso: dodici modi di prendere sul serio una domanda posta sessant’anni fa e restituita intatta, e forse ancora più urgente, a chi visita la mostra oggi.

La mostra è resa possibile dal sostegno del Commissario del Governo federale tedesco per la Cultura e i Media (BKM) e degli Amici del JMB, con il contributo di Aventis Foundation, Berliner Sparkasse e Stiftung am Grunewald.

Chiara Caterina Ortelli, 09 settembre 2026 | © Riproduzione riservata

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