Yoko Ono, «Half-A-Room», in Half-A-Wind Show alla Lisson Gallery di Londra (1967) Foto: Clay Perry © Yoko Ono

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Yoko Ono, «Half-A-Room», in Half-A-Wind Show alla Lisson Gallery di Londra (1967) Foto: Clay Perry © Yoko Ono

Yoko Ono tra Fluxus e Lennon

La Tate Modern di Londra punta i riflettori sull’artista lasciando, per una volta, nell’ombra il più celebre marito

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Redazione GDA

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Yoko Ono (Tokyo, 1933) potrebbe essere l’artista vivente più famosa al mondo, anche se non è stata necessariamente la sua arte a portarla alla notorietà. È difficile non pensare che la sua improvvisa fama mondiale sia dovuta all’incontro con John Lennon. La relazione totalizzante e quasi ossessiva della coppia, dopo il loro incontro nel 1966 a una mostra londinese di sue opere, la rivelò agli occhi del pubblico di massa dei Beatles come la distruttrice maligna della band. La precedente identità di Yoko Ono come figura significativa nei circoli d’avanguardia statunitensi e giapponesi, in particolare la sua adesione a Fluxus, non fecero molta differenza.

Ma nei decenni successivi all’assassinio di Lennon nel 1980, ha recuperato la sua identità artistica e quella di guru della cultura: l’ultimo esempio è «Music of the Mind», un’ampia rassegna sulla sua carriera in programma alla Tate Modern dal 15 febbraio al primo settembre. Inaugurando pochi giorni prima del 91mo compleanno dell’artista (il 18 febbraio), la mostra spazierà dagli inizi della sua carriera negli anni ’60, ben prima che entrasse nell’orbita di Lennon. È incluso nella rassegna il periodo di lavori partecipativi che comprendeva il famigerato «Cut Piece», in cui i vestiti di Yoko Ono venivano strappati dal pubblico, e «Bag Piece», in cui si esibiva all’interno di una grande borsa nera.
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La cocuratrice della mostra alla Tate, Juliet Bingham, sottolinea che l’obiettivo principale è quello di evidenziare come, dal punto di vista artistico, Yoko Ono fosse già pienamente formata quando incrociò i Beatles. «Vogliamo dimostrare che, quando arrivò a Londra, era già inserita in molte scene diverse e al centro dell’avanguardia di New York e Tokyo, dice Bingham. Venne a Londra su invito dell’artista tedesco Gustav Metzger; eseguì “Cut Piece” e fu solo una delle due donne che si esibirono al Destruction in Art Symposium. Ciò che accadde quando incontrò Lennon fu che quello che stava facendo venne amplificato. Divenne un circo mediatico. Fu diffamata dai soliti misogini e razzisti. E una parte della sua attività è stata fagocitata da questa deriva mediatica». Bingham si preoccupa di evidenziare la grande varietà del lavoro di Ono: dai film sperimentali e donchisciotteschi e dalla musica realizzata prima, durante e dopo il periodo trascorso con Lennon, alle opere «didattiche» nate dal suo libro Grapefruit del 1964, alle più elaborate trovate contro la guerra alla fine degli anni ’60 e ’70, fino ai dipinti, ai bronzi e alle opere partecipative come i progetti di raccolta di messaggi «Wish Tree» e «My Mummy Was Beautiful». Una nuova versione di quest’ultima, che invita i visitatori a condividere i ricordi delle loro madri, sarà esposta alla Tate Modern. «Ci sono due filoni del suo lavoro che guidano la mostra: le opere collaborative attraverso la sua pratica artistica, ma anche la musica, e poi l’invito partecipativo a entrare nel suo lavoro su molti livelli diversi», aggiunge Bingham.

Il potere della performance
La prova probabilmente più sorprendente della vita pre Lennon di Yoko Ono è il filmato di nove minuti (girato dai celebri documentaristi statunitensi Albert e David Maysles) della sua performance newyorkese del 1965 «Cut Piece», che la Tate presenterà. L’opera concettuale sembra avere punti fortemente rilevanti sul femminismo e sul potere, anche se all’epoca potevano non essere così chiari. «È interessante, in relazione alla mostra di Marina Abramović (recentemente esposta alla Royal Academy of Arts di Londra), vedere i modi in cui queste artiste, molto diverse tra loro, hanno esplorato l’idea del corpo e dell’abbattimento delle barriere, continua Bingham. “Cut Piece” riguarda tanto il performer quanto il pubblico».
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La cocuratrice afferma che l’entusiasmo e l’attualità di Yoko Ono sono rimasti immutati, indicando la canzone e la performance del 2013 «Bad Dancer»: «È molto provocatorio il modo in cui si mette in gioco. È meraviglioso che indossi hot pants a ottant’anni. Balla con tutte le celebrità e i comici, ed è molto divertente e ironico. È sorprendente il modo in cui le persone vedono e si avvicinano al suo lavoro, e come il suo significato sia cambiato nel tempo. Cambia nel corso dei decenni perché noi gli diamo un contesto diverso».

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Redazione GDA, 13 febbraio 2024 | © Riproduzione riservata

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