Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Redazione GdA
Leggi i suoi articoliAlla Royal Academy sessant’anni di giardini
Dopo la presentazione al Cleveland Museum of Art, nell’Ohio, dal 30 gennaio al 20 aprile giunge alla Royal Academy of Arts, che l’ha coorganizzata, la grande mostra «Dipingere il giardino moderno: da Monet a Matisse».
Si tratta di una rassegna che, attraverso opere provenienti da istituzioni pubbliche (dall’Ermitage di San Pietroburgo al Musée d’Orsay e Musée de l’Orangerie di Parigi, Musée d’art moderne André Malraux di Le Havre e National Museum of Art, Archtecture and Design di Oslo) e collezioni private europee e statunitesi, assume il giardino come paradigma universale attraverso il quale interpretare i profondi cambiamenti sociali, politici e quindi artistici verificatisi tra il 1860 e il primo ventennio del ’900.
L’imprescindibile punto di partenza è Claude Monet (1840-1926), probabilmente il più importante pittore di giardini nella storia dell’arte ed egli stesso grande appassionato di giardinaggio («Forse lo devo ai fiori, se sono diventato pittore», disse), che era solito dotare di grandi giardini le case che abitò durante la sua lunga vita: su tutti, la famosissima abitazione di Giverny in Normandia, dove l’artista visse con la sua famiglia dal 1883 al 1926 e dove il «giardino dei fiori» e il «giardino acquatico» gli ispirarono alcuni dipinti della sua celebre serie delle «Ninfee», come il grande (200x425 cm ciascuna parte) «Trittico Agapanthus» (1916-19), diviso tra Cleveland Museum of Art, Saint Louis Art Museum e Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City (Missouri) ed eccezionalmente ricomposto in mostra.
A dimostrazione della propensione del padre dell’Impressionismo per il giardinaggio sono riuniti in mostra materiali documentaristici che lo riguardano, tra cui libri e riviste di settore, fatture per acquisti di piante ed estratti di lettere.
Ma Monet non fu certo l’unico pittore con il pollice verde, se delle oltre 120 opere esposte «solo» 35 sono sue: in un allestimento tematico introdotto da opere impressionistiche anche, tra gli altri, di Renoir («Monet che dipinge nel suo giardino di Argenteuil», 1873, da Hartford), Manet, Mary Cassatt, Pissarro, Berthe Morisot, Joaquín Sorolla e Max Liebermann non mancano opere simboliste, postimpressioniste (Cezanne e Van Gogh), fauves (Matisse), Nabis (Bonnard e Vuillard) e dell’espressionismo tedesco (Emile Nolde), fino a tele nelle quali il giardino è il pretesto per prove di raffinato decorativismo (Klimt), di riflessioni teoriche sul colore astratto (Kandinskij) e sulla forma (Klee).
I curatori Ann Dumas della Royal Academy e William H. Robinson del museo di Cleveland riconducono però le differenze stilistiche a una comune radice, quella secondo la quale il tema del giardino abbia rappresentato per tutti gli artisti in mostra una reazione agli orrori della Prima Guerra mondiale, che alcuni di loro avevano vissuto in prima persona.
Altri articoli dell'autore
A novant’anni dalla International Surrealist Exhibition, il Treasure House Fair celebra la nascita del Surrealismo britannico con una mostra storica che intreccia capolavori museali, memoria culturale e tradizione fieristica londinese
Dal 21 marzo al 6 settembre 2026, il Crac Occitanie di Sète ospita la prima mostra monografica in Francia di Lucy McKenzie, a cura di Marie Canet. La rassegna ripercorre gli ultimi cinque anni di ricerca dell’artista scozzese, tra statuaria, moda, vetrine e critica femminista, integrando manichini in cera della collezione del dottor Spitzner e opere storiche e contemporanee. Una riflessione tra arte, artigianato e media di massa, che collega Parigi, Hasselt, Vienna e Montpellier
La mostra «UGANDA: La conoscenza è salute e libertà», a Palazzo Blu di Pisa dal 24 gennaio al 15 marzo 2026, celebra la vita e l’impegno di Padre Paolino Tomaino. Le 20 fotografie di Fabio Muzzi raccontano scuole, villaggi e strutture sanitarie della regione di Kyamuhunga, restituendo il valore centrale dell’istruzione per dignità, salute e libertà. L’esposizione evidenzia anche la campagna vaccinale contro l’epatite B, simbolo del legame tra sapere, prevenzione e cura
Dal 24 gennaio al 30 aprile, l’artista keniana presenta a Casa Masaccio | Centro per l’arte contemporanea di San Giovanni Valdarno la sua prima personale in Italia, «From What We Are», con opere in ceramica realizzate in collaborazione con artigiani locali. La sua pratica multidisciplinare, dalla pittura al ricamo, esplora il legame tra emozione, esperienza personale e contesto culturale


